IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

2026: L’Anno in Cui l’Umanità Non Può Più Fingere. Riflessione sull’anno che se n’è andato

La distruzione della guerra

di Pompeo Maritati

Il 2025 si chiude come un sipario strappato, lasciando intravedere un palcoscenico devastato. Non c’è poesia nel modo in cui quest’anno se ne va: c’è polvere, c’è fumo, c’è un’eco di passi che non sappiamo più se appartengano ai vivi o ai fantasmi. È stato un anno che avrebbe potuto segnare un avanzamento della civiltà, e invece ha mostrato con brutalità quanto l’umanità sia ancora capace di precipitare nel suo lato più oscuro.

Abbiamo assistito a un mondo che corre verso il futuro con la velocità della tecnologia, ma che inciampa nella propria coscienza come un gigante ubriaco. Satelliti intelligenti, algoritmi raffinati, scoperte mediche straordinarie: tutto questo convive con un ritorno della barbarie che non ha più nemmeno il pudore di nascondersi. È un paradosso che fa male: più diventiamo capaci di creare, più sembriamo desiderosi di distruggere. Più siamo in grado di comunicare, più scegliamo di non ascoltare. Più abbiamo strumenti per unire, più ci ostiniamo a dividere.

Il 2025 è stato l’anno in cui la guerra non è più apparsa come un incidente della storia, ma come una tentazione, un’abitudine, un linguaggio. Le bombe sono cadute con la stessa indifferenza con cui cade la pioggia. Le città sono state ridotte in cenere come se fossero scenografie da cambiare. Le vite spezzate sono diventate numeri, statistiche, grafici. E la cosa più inquietante è che tutto questo non ha più scandalizzato nessuno. La barbarie è tornata a essere normale. Normale come l’indifferenza. Normale come la rassegnazione. Normale come la paura.

Ma la barbarie non è solo nelle armi. È nella parola che divide, nel sospetto che cresce, nella chiusura che soffoca. È nei muri che si rialzano, nelle frontiere che si irrigidiscono, nelle comunità che si frantumano. È nella scelta di non vedere il dolore dell’altro, di non riconoscere la sua umanità, di non accettare che la dignità non è un privilegio ma un diritto. Il sogno di un mondo senza barriere sembra essersi dissolto. Non solo barriere fisiche, ma barriere mentali, culturali, morali. Barriere che trasformano il vicino in un estraneo e l’estraneo in un nemico. Barriere che alimentano la paura, che giustificano la violenza, che rendono la pace un’utopia lontana.

Eppure, mai come oggi avremmo bisogno di ponti. Ponti di dialogo, di ascolto, di responsabilità. Ponti che permettano di attraversare le differenze senza trasformarle in armi. Ponti che ricordino a tutti che nessuno si salva da solo. Il 2025 ci lascia un’eredità pesante: la consapevolezza che la civiltà è fragile, che la pace è un equilibrio instabile, che la barbarie è sempre pronta a riaffiorare. Ma ci lascia anche un compito: ricordare. Ricordare ciò che siamo stati, ciò che abbiamo sofferto, ciò che abbiamo imparato. Ricordare che la storia non è un fiume che scorre da solo, ma un cammino che costruiamo ogni giorno.

E ora, mentre il 2026 si affaccia come una luce incerta nella notte, ci troviamo davanti a una domanda che non possiamo più evitare: che cosa vogliamo essere? Vogliamo essere un’umanità che continua a farsi del male, che costruisce armi invece di scuole, che alimenta l’odio invece della comprensione, che preferisce la forza alla giustizia? O vogliamo essere un’umanità che finalmente decide di crescere? Che finalmente comprende che la pace non è un lusso, ma una responsabilità? Che finalmente accetta che la dignità dell’altro è la condizione della propria? Il 2026 non sarà diverso dal 2025 se non lo saremo noi. Non porterà miracoli. Non guarirà le ferite. Non fermerà le guerre.

Saremo noi a doverlo fare. Saremo noi a dover scegliere la civiltà invece della barbarie. Saremo noi a dover decidere se vogliamo continuare a vivere in un mondo che si autodistrugge o se vogliamo costruirne uno che finalmente abbia il coraggio di chiamarsi umano. Eppure, nonostante tutto, la speranza resiste. Resiste nei gesti di chi cura, di chi accoglie, di chi protegge. Resiste nelle parole di chi costruisce ponti invece di muri. Resiste nei giovani che chiedono un mondo diverso, più giusto, più libero. Resiste in ogni persona che, anche solo per un istante, sceglie la gentilezza invece della violenza. La speranza non è debolezza. È resistenza. È coraggio. È la scelta di credere che l’umanità possa ancora salvarsi da se stessa. E allora, mentre il 2025 si spegne e il 2026 si accende come una piccola fiamma nella notte, l’augurio che possiamo farci è semplice e radicale: che l’umanità si svegli. Che la barbarie venga riconosciuta e respinta. Che le barriere cadano e i ponti si moltiplichino. Che la pace non sia più un sogno, ma un impegno quotidiano. Che ogni persona, nel suo piccolo, scelga la luce invece dell’ombra. Perché il mondo cambia così: un gesto alla volta, una parola alla volta, una scelta alla volta. E il 2026, se lo vorremo davvero, potrà essere l’anno in cui l’umanità smette di fingere e comincia finalmente a diventare ciò che ha sempre promesso di essere.


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