IL PENSIERO MEDITERRANEO

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2026: l’anno nuovo è iniziato, e già odora di polvere da sparo

Scenario di guerra

Scenario di guerra

di Pompeo Maritati

L’anno nuovo è appena iniziato e già porta con sé il sapore amaro della disillusione, come se il tempo, invece di aprire spiragli di speranza, si divertisse a riproporre gli stessi scenari di violenza, le stesse dinamiche di potere, gli stessi errori che l’umanità continua a ripetere con ostinazione millenaria. Non abbiamo fatto in tempo a salutare il 2025, a formulare i nostri desideri di pace, equilibrio, maturità collettiva, che il 2026 ci ha immediatamente ricordato quanto fragile sia la nostra illusione di vivere in un mondo più saggio.

Questa mattina, mentre molti ancora riponevano le decorazioni delle feste, gli Stati Uniti hanno sferrato un intervento armato contro il Venezuela, un’azione improvvisa e brutale che ha squarciato il velo di normalità con cui tentiamo di coprire le tensioni globali. È come se la storia avesse deciso di bussare alla porta con il pugno chiuso, ricordandoci che la pace non è mai un dato acquisito, ma un equilibrio precario che può spezzarsi in un istante. E mentre le prime notizie rimbalzavano tra le agenzie, tra esplosioni, blackout, dichiarazioni concitate e accuse incrociate, un pensiero si imponeva con forza: ancora una volta, la diplomazia è stata calpestata, ancora una volta le istituzioni internazionali hanno mostrato la loro impotenza, ancora una volta la logica delle armi ha prevalso su quella del dialogo.

L’ONU, che dovrebbe essere il baluardo della pace mondiale, appare sempre più come un gigante di carta, un organismo paralizzato da veti, interessi, equilibri di potere che lo rendono incapace di intervenire quando davvero servirebbe. Le organizzazioni internazionali, nate per impedire che la forza bruta tornasse a dettare legge, sembrano ormai ridotte a un coro di dichiarazioni rituali, prive di efficacia, prive di peso, prive di quella autorevolezza morale che un tempo almeno tentavano di incarnare.

E la diplomazia, quell’arte sottile che dovrebbe prevenire i conflitti, appare oggi come un linguaggio dimenticato, un codice che nessuno ha più voglia di parlare, un esercizio sterile che non riesce più a fermare la corsa verso l’abisso. Non entro nel merito delle motivazioni che hanno spinto Donald Trump a ordinare un attacco di tale portata. Le versioni ufficiali parlano di sicurezza, di traffici illeciti, di minacce regionali, ma la verità è che, al di là delle narrazioni costruite, resta un fatto semplice e innegabile: il Venezuela non ha attaccato gli Stati Uniti. Il Venezuela è uno Stato sovrano, con tutti i suoi problemi interni, con le sue contraddizioni, con le sue fragilità politiche ed economiche, ma pur sempre uno Stato che non ha lanciato un’aggressione contro Washington. Eppure è stato colpito. Eppure è stato bombardato. Eppure è stato trattato come un bersaglio legittimo. Perché?

La risposta, sebbene nessuno la pronunci apertamente, aleggia nell’aria come un’ombra ingombrante: il Venezuela possiede immense riserve petrolifere, tra le più grandi del mondo. E quando un Paese ricco di petrolio viene colpito militarmente da una superpotenza, la domanda non è mai ingenua, non è mai superflua, non è mai fuori luogo. È la domanda che ogni cittadino del mondo ha il dovere di porsi: nel XXI secolo, a fare la storia sarà ancora una volta il più forte?

Continueremo a vivere in un mondo in cui la forza militare prevale sul diritto internazionale, in cui la potenza economica giustifica ogni intervento, in cui la sovranità degli Stati è un concetto elastico che si applica solo quando non intralcia gli interessi dei più grandi? È questa la vera inquietudine etica che si insinua nelle coscienze. Non è solo l’attacco in sé, per quanto grave, a scuotere le fondamenta del nostro senso di giustizia. È ciò che esso rappresenta: la conferma che, nonostante i progressi tecnologici, scientifici, culturali, l’umanità continua a ragionare secondo schemi arcaici, primitivi, tribali. La forza come argomento. La violenza come linguaggio. L’arbitrio come strumento politico.

Ci eravamo illusi che il XXI secolo potesse essere diverso, che la globalizzazione, l’interconnessione, la consapevolezza planetaria potessero generare un nuovo modo di intendere la convivenza internazionale. E invece ci ritroviamo ancora una volta a constatare che la storia non è un percorso lineare verso il progresso, ma un pendolo che oscilla tra speranza e regressione, tra civiltà e barbarie, tra dialogo e sopraffazione. Il 2026 è iniziato così, con un attacco militare che riporta alla mente scenari che credevamo appartenere al passato, con un atto di forza che mette in discussione l’intero impianto del diritto internazionale, con un gesto che rischia di aprire una stagione di instabilità globale.

E allora la domanda che ci tormenta non riguarda solo il presente, ma soprattutto il futuro. Cosa ci aspetta nei prossimi mesi? Quali altre tensioni esploderanno? Quali altri equilibri verranno spezzati? Quali altre nazioni scopriranno di essere vulnerabili di fronte alla volontà dei più potenti? Viviamo in un mondo in cui le crisi si moltiplicano, in cui le alleanze si ridefiniscono, in cui i blocchi geopolitici si irrigidiscono, in cui la corsa alle risorse torna a essere un fattore determinante. E in questo contesto, l’attacco al Venezuela non è un episodio isolato, ma un segnale, un campanello d’allarme, un avvertimento che non possiamo ignorare.

È come se il 2026 ci stesse dicendo, fin dal suo primo respiro, che la pace non è garantita, che la stabilità è un’illusione, che la storia può cambiare direzione in qualsiasi momento. E allora, di fronte a tutto questo, resta una sola certezza: non possiamo permetterci di essere spettatori passivi. Non possiamo accettare che la forza diventi ancora una volta il criterio che regola i rapporti tra gli Stati. Non possiamo rassegnarci all’idea che il mondo sia destinato a essere governato da chi ha più armi, più potere, più cinismo.

Dobbiamo continuare a credere nella diplomazia, anche quando sembra inutile. Dobbiamo continuare a credere nel diritto internazionale, anche quando viene calpestato. Dobbiamo continuare a credere nella possibilità di un ordine mondiale più giusto, anche quando tutto sembra smentirlo. Perché la storia non è scritta solo dai potenti: è scritta anche da chi resiste, da chi denuncia, da chi non accetta la logica della violenza come inevitabile. E forse, proprio in questo inizio così oscuro, si nasconde la possibilità di una presa di coscienza collettiva, di un risveglio morale, di una nuova stagione di responsabilità globale. Ma oggi, mentre il fumo degli attacchi ancora si dissolve nel cielo del Venezuela, mentre le famiglie cercano di capire cosa sia accaduto, mentre il mondo osserva attonito, resta una sensazione amara, una ferita aperta, un interrogativo che pesa come una pietra: abbiamo iniziato bene il 2026, davvero.

E se questo è l’inizio, cosa ci aspetterà in seguito.

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