25 luglio e 8 settembre 1943: i ricordi di una giovane barese tra guerra, paura e speranza

di Eliano Bellanova
La testimonianza di Chiara Ciminale-Pignatelli ricostruisce la vita quotidiana a Bari e Monopoli durante la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre: il mercato nero, Radio Londra, i bombardamenti e le speranze di una generazione travolta dalla guerra.
La storia si fa su documenti ufficiali, pubblici e privati. Tuttavia nei ricordi orali dei protagonisti e di coloro che hanno assistito agli eventi ci sono la genuinità, la freschezza e la franchezza che non troviamo nelle fonti “canoniche”.
Rivisitiamo alcune fonti orali.
La prima intervista riguarda la signora Chiara Ciminale-Pignatelli, barese.
L’intervista risale al lontano 1989, ma la rendo nota attualmente.
Le chiedo: “I suoi ricordi sul 25 luglio e l’8 settembre 1943 e l’atmosfera esistente in Bari a quell’epoca”.
Risposta: “Noi all’epoca eravamo ragazze, dico “noi” perché ci riunivamo, senza destare sospetti, nelle case del vicinato. In quell’epoca ero un po’ a Bari, un po’ a Monopoli, dove avevamo una bella villetta di famiglia. Dei nomi del tempo, a Monopoli, ricordo la famiglia di Luigi Loperfido, che, credo, fosse Ufficiale di Marina. Di lui ricordo poco perché era assente per la guerra. Poi quando era in licenza parlava sempre con mio padre e noi ragazze e ragazzi non potevamo ascoltare i ragionamenti degli adulti… questo era il costume dell’epoca. A Bari non rischiavamo di ascoltare Radio Londra, che la sera trasmetteva clandestinamente in lingua italiana. Ricordo che mio padre era molto attento nell’ascoltarla, benché fosse un militare richiamato in servizio per la guerra.
Devo andare un po’ lontano nel tempo… Quando scoppiò la guerra noi ragazze andavamo già al mare. L’11 giugno 1940, il giorno successivo alla dichiarazione di guerra, un Ufficiale della Milizia fascista ci raggiunse sulla spiaggia e ci intìma di tornare immediatamente a casa. La stessa cosa fece con gli altri bagnanti. Era un giugno caldo, almeno nella nostra Regione. Fu anche il primo anno in cui si videro i primi bikini… certo non erano come quelli di oggi, ma sempre bikini erano. Mia madre diceva che ai suoi tempi le donne andavano al mare con una specie di camicia da notte, che era il prendisole. Noi eravamo più birichine e incominciavamo a superare tanti pregiudizi. Per le autorità fasciste il bikini era uno scandalo. Infatti quelli della Milizia ci obbligavano a indossare “qualcosa”. Quando si allontanavano, noi ci liberavamo di quel qualcosa ed entravamo in acqua, dove non ci vedeva nessuno. Gran parte della guerra, per non essere sfollati da Bari, la trascorrevamo a Monopoli, città più tranquilla, anche se c’era il porto; durante le guerre i porti sono sempre un luogo rischioso, ma certo non era come a Bari, Taranto e Brindisi, che subivano tanti bombardamenti.
Gli alimenti erano invece un problema serio. Nei negozi non si trovava quasi niente. Con la tessera si acquistavano generi necessari, che non erano sufficienti. Per questo ci recavamo al mercato nero, dove trovavi tutto, però a prezzi molto elevati. Chi poteva andava, chi non poteva rischiava la fame e con la tessera si rischiava appunto la fame.
I momenti più brutti erano quelli del coprifuoco. Luci spente, buio pesto… una terribile malinconia. Le guerre sono brutte…
La mattina del 25 luglio 1943 sapemmo da qualcuno più informato che c’era stato un comunicato-radio della notte che aveva annunciato la caduta del Duce. Non ci credeva nessuno. Stemmo tutti riuniti nel vicinato (eravamo a Bari) per ascoltare il giornale-radio delle otto. In effetti tardò di qualche minuto e noi eravamo tutti in silenzio in attesa e con il fiato sospeso. In quel momento passò una squadriglia di aerei, che non sapevamo di quale nazionalità fossero. Finalmente, verso le 08,05 il comunicato tanto atteso annuncia le dimissioni di Benito Mussolini. Non ci furono commenti. Ci fu solo silenzio. La città era tranquilla. Nelle vicinanze però sentimmo una canzonetta, non ricordo se fosse “Bella Ciao” o “Bandiera Rossa”. Nelle vicinanze abitava un gruppo di giovani studenti, che erano tutti di sinistra. Erano spesso controllati dalle autorità, ma siccome non facevano niente di grave, la Milizia li lasciava perdere. Ogni tanto li interrogava e prendeva appunti (così mi dicevano quei giovani). Certo è che non furono mai presi provvedimenti contro di loro. Ogni tanto il Fascio era tollerante. Invece a volte per cose insignificanti infieriva fino alla prigione. Ricordo un componente della Milizia che diceva sempre, come una minaccia: “A Turi, a Turi”. Turi era un carcere duro e faceva spavento e generava paura.
Dopo il 25 luglio l’atmosfera non cambiò in città. Il 26 luglio ci recammo al mercato nero e nessuno fece caso. Ci caricammo di roba di ogni genere e i militi ci ignoravano. In effetti erano militi formali, perché avevano perso ogni autorità (così diceva mio padre).
Più che contro Mussolini alcune improvvisate canzonette erano contro Pietro Badoglio, che lo aveva sostituito come Capo del Governo. Da Roma non giungevano notizie di alcun genere, almeno a noi. Si visse in un’atmosfera di estrema riservatezza dal 25 luglio all’8 settembre 1943.
Fra noi il militare più conosciuto era il Generale Nicola Bellomo. In tempi più tranquilli lo incontravamo in Via Sparano con la moglie. Aveva i baffetti alla moda, era elegante e la moglie indossava sempre il cappello con la veletta. Era una coppia superba, inavvicinabile. I ragazzi impertinenti quando li vedevano cantavano “Faccetta Nera”, ma i militi erano sempre pronti a disperderli senza mai fargli male. “Faccetta Nera” era quasi proibita. Però noi la cantavamo sulle spiagge. Poi le spiagge furono quasi proibite e divennero come il mercato nero, cioè una merce rara e pericolosa.
Ogni tanto si vedeva anche il Podestà, Michele Viterbo. Era sempre in compagnia di amici e durante la guerra con guardie e alcuni soldati. Non giunse al 25 luglio. Si era dimesso nell’aprile. Quello che lo sostituì, mi pare che si chiamasse Leonardo D’Addabbo, non lo incontrammo mai. Ci dicevano alcuni che fosse un tipo molto riservato.
L’8 Settembre non fu come il 25 luglio. Fu il giorno della resa. In città c’era una grande malinconia e noi stemmo per più di un mese a Monopoli. Al ritorno Bari era una città deserta, molte luci non funzionavano. La sera suonavano le sirene per i bombardamenti aerei, che a volte avvenivano (sempre verso il porto), a volte no. Quando cessava l’allarme, ci abbracciavamo per lo scampato pericolo. Però non dormivamo la notte. Eravamo sempre vigili e attenti.
Un ex-milite dopo l’armistizio ci disse che il Re sarebbe stato ospitato a Bari. Invece prese la via di Brindisi con tutto il seguito. Alcuni ragazzi, non valutando il pericolo, corsero verso il porto, ma furono fermati dai carabinieri e obbligati a tornare a casa. Ci dissero che si erano scusati dicendo che volevano vedere il Re.
L’8 settembre fu molto triste. Si stava meglio a Monopoli. Quando rientrammo a Bari, l’atmosfera era più distesa. I negozi erano però quasi vuoti e privi di merce. C’era merce vecchia, oggi sarebbe stata considerata scaduta, alcuni formaggi avevano i vermi. Fioriva allora, ancor di più, il mercato nero. Là, come ho detto, c’era tutto e i prezzi erano divenuti più bassi.
Una sera di ottobre, credo che fosse proprio il 28 ottobre (anniversario della Marcia su Roma), una signora del vicinato preparò una bellissima torta. La mangiammo insieme. Noi ragazze e ragazzi facemmo festa.
Ecco cosa ricordo del periodo fra luglio e settembre 1943…”
Intervista di Eliano Bellanova