IL PENSIERO MEDITERRANEO

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“A brigante, brigante e mezzo!”. La storia come cultura e politica

garibaldi e l'Unità d'Italia

di Paolo Protopapa


Dietro questa minacciosa ingiunzione si sono consumati secoli di vita violenta, quando il mondo non solo non era sicuro, ma la precarietà esistenziale costituiva la condizione normale della società. In un lampo – leggendo un bel volumetto di Giovanni Diurisi per conto della Biblioteca di Unitre Lecce – ho pensato a quel Craxi-Ghino di Tacco, che dalla rocca di Radicofani, mi pare, ‘grassava’ i suoi numerosi nemici politici. Gli pseudonimi sono sempre serviti a consumare odi e vendette, specie quelli camuffati da briganti, disposti a farlo con postura di nobiltà e onore. Anche Garibaldi – cui probabilmente Bettino si richiamava – ebbe diffusa fama di brigante e, tra oscuri traffici di cavalli in Uruguay e, dopo l’incontro di Teano, le losche macchinazioni con Liborio Romano per la presa di Napoli, non disdegnò il realismo della politica dura ai tempi dei duri per defenestrare i Borboni.

Ora, al di là della incontestabile attualità del ruolo ‘brigantesco’ della politica in generale, sia in circostanze di regimi assolutistici, sia di ordinamenti democratici repubblicani, questo libretto del dottor Giovanni Diurisi (primario medico, operatore e divulgatore culturale) “s’ha da far circolare”. Si tratta del numero 29 di una collana, giunta a 30 in sette anni, dal titolo accattivante: ‘Garibaldi e l’Italia Unita (vista da quaggiù)’, edito per l’Anno Accademico 2025-26 dalla Università delle Tre età di Lecce. Il motivo del nostro disinteressato interesse (il volumetto, tra l’altro, non è in vendita) sta tutto nell’agile fluidità con cui una materia ‘lutulentula’ (cioè criminosamente ‘fangosa’) viene raccolta, documentata, presentata, ben raccontata. Nell’articolazione funzionalmente didattica di otto capitoletti (e medaglioni iconografici e schede identitarie essenziali) la narrazione muove dall’acquisizione archivistica dei processi della Gran Corte Criminale in era borbonica, ai tre profili briganteschi Marchiorru, Pizzichicchio, ‘Sergente’ Romano, sino alla chiusa ‘par portreit’ (con ritratto a colori) della paradigmatica triade Garibaldi, Mazzini, Cavour. Se, per esemplificare, a questa “unità del molteplice” volessimo assegnare efficacemente una titolazione esplicativa, non potrebbe che essere: Brigantaggio in Terra d’Otranto. Con la semplice avvertenza che queste undici pagine (da 23 a 34) rendono icasticamente denso il contenuto generale (rigoroso e coerente) dell’intiero scritto di 36 pagine.

Tutto qui? Vi chiederete. Tante chiose per appena trentasei facciate in un tema su cui da più di 160 anni diecine di storici si accapigliano e il fior fiore dei politici ideologicamente si dilania in migliaia e migliaia di pagine? Certo. Sì, anzitutto perché è assai rara in giro sia la dote della sintesi in termini quantitativi, sia l’approccio tramite completezza (e compiutezza) più che mai latitante dalla formazione attuale. E, inoltre, perché, proprio grazie a questa misura quantitativa limitata, le figure, i fatti, la forza teorica risultano qualitativamente utili alla conoscenza. Giovanni Diurisi, presidente e tra i fondatori di Unitre, si fa conoscere come scrittore (già collaudato con successo) per la fluidità e scorrevolezza del ragionamento, ma anche (e qui mi permetto di accreditarmi per il lungo corso di professore liceale di storia e filosofia) per le idee chiare riscontrate su un tema tanto difficile e controverso.

Quanti di noi hanno oggi le idee chiare sul brigantaggio meridionale? Non tantissimi. Esiste da decenni, addirittura dall’immediata costituzione dell’Unità d’Italia (1860) e dalla proclamazione dello Stato nazionale (1861) una corrente di pensiero più o meno avversa, con varie sfumature e accentuazioni, alla nostra nazione. Nazione è concetto di unità morale, d’accordo, quindi soggetto a inevitabili difformità di interpretazioni. E, tuttavia, quale intelligenza ed equilibrio cognitivo ed intellettuale impediscono oggi al cittadino democratico di giudicare meno acremente e, dunque, positivamente (ossia senza nostalgie reazionarie e sovranismi reazionari) il grande cammino percorso da un Paese tanto complicato quanto progredito? Rosario Villari, grande ed influente storico di duttile e moderna matrice marxista e comunista, seppe definire icasticamente il brigantaggio “esito disperato e anarchico di una rivoluzione agraria mancata”. A differenza di giornalisti e propagandisti ideologici e populisti, dalla scuola gramsciana da cui egli proveniva, seppe comprendere la complessità sia dei processi storici di un grande territorio strutturalmente di impianto ‘a sovranità regionale’ assai diversificato, sia la forza potenzialmente coesiva delle culture che lo attraversano e potrebbero saldarlo ai valori rigeneratori comuni. Di qui il significato politico, da una parte, dell’impegno alla ricostruzione economica di un tessuto sociale moderno organizzativamente civile e, direi, europeo e, dall’altra parte, la traduzione in società civile democratica partecipativa della responsabilità di cittadinanza attiva di ognuno di noi. Soltanto la coesione tra lo storico e il politico, vale a dire la forza motrice collettiva dei soggetti popolari incardinati nelle istituzioni (e oggi precipuamente costituzionali) può fare la differenza con il passato.

E vincere i dualismi ostativi di un’unità dialetticamente progressiva e superare i conflitti pericolosamente regressivi, entro cui risorgenti nostalgie neofasciste si sposano vieppiù con palesi pulsioni autoritarie. Un discorso pubblico, germinato in piccoli, ma coraggiosi sodalizi culturali, in grado di lavorare sul patrimonio comune della storia patria, può rappresentare una risorsa importante di rinascita e di tendenziale autogoverno popolare. Una prospettiva di democrazia sociale, dunque, che nella Costituzione coaguli la custodia dei valori in uno con la dignità delle masse e la loro ansia di libertà e giustizia sociale. È un vero peccato, ma anche una fortuna preziosa, che debba essere questo straordinario lavoro di supplenza, diciamo periferica e provinciale, rispetto alle istituzioni educative spesso indifferenti, a regalarci una solida speranza di progresso politico e culturale.


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