IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

A volte ci si domanda il perché

a volte ci si domanda perchè

L’Affermazione del proprio io come bisogno e come deriva.

di Riccardo Rescio

L’io cerca riconoscimento e cerca confini e quando non trova limiti solidi costruisce una scena dove recitare la propria superiorità.
La superiorità esibita non è forza ma squilibrio profondo che si alimenta di insicurezza e di una percezione distorta del proprio valore.
Le cause sono molteplici e profonde e affondano nelle prime relazioni affettive dove si forma il senso di sé e dell’altro.
La mancanza di affetto da parte dei genitori o di uno di essi lascia un vuoto che il soggetto tenta di colmare con una compensazione grandiosa.
L’eccesso di affetto produce l’effetto opposto ma ugualmente patologico, perché impedisce la costruzione di autonomia e nutre l’idea di un diritto speciale ad essere ammirato.
La non recisione del cordone ombelicale con entrambi i genitori o con uno di essi trattiene il soggetto in una dipendenza infantile mascherata da dominio.
In questa dinamica si iscrivono le due sindromi di innamoramento di un genitore, quella che lega in modo esclusivo e idealizzato alla madre e quella che lega in modo esclusivo e idealizzato al padre.
Il complesso che fissa sul materno genera un bisogno di protezione eterna e una pretesa di accudimento incondizionato che si trasforma in arroganza quando non viene soddisfatto.
Il complesso che fissa sul paterno genera identificazione con l’autorità e scimmiottamento del potere, con la convinzione di possedere una legittimazione naturale a guidare e giudicare.
Da queste radici nasce una insicurezza che può essere indotta dall’ambiente familiare o autoindotta dalla narrazione interiore che il soggetto costruisce per sopravvivere.
Sotto il profilo antropologico l’uomo che si sente superiore ripropone il rito arcaico della distinzione tra puro e impuro, tra eletto e scartato, per definire se stesso.
La cultura offre maschere pronte, ruoli, gerarchie, e il soggetto le indossa per nascondere la fragilità originaria con una identità fittizia.
Sotto il profilo filosofico la questione tocca il rapporto tra essere e apparire, tra autenticità e rappresentazione, e rivela una volontà di potenza che non crea valori ma li imita.
Il soggetto non cerca verità ma conferma, non cerca dialogo ma specchio, e ogni relazione diventa strumento per misurare la propria presunta altezza.
Sotto il profilo sociologico il meccanismo è riconoscibile e ricorrente, perché ricalca la logica della individuazione di un nemico per il mantenimento del potere.
Come accade nelle dinamiche collettive dove il potere si conserva indicando una minaccia esterna, così accade nella psicologia di chi vive di superiorità presunta.
Diventa necessario cercare continuamente ipotetiche minacce alla propria immagine e individuare persone da screditare per tenere in piedi la costruzione.
La diffamazione diventa linguaggio quotidiano e la falsità diffusa è frutto di una perversione mentale che confonde il desiderio con la realtà.
Il soggetto non tollera il confronto paritario e trasforma ogni differenza in colpa e ogni autonomia altrui in attacco personale.
Per sostenere la finzione cerca alleanze con altri soggetti contaminati dalla stessa patologia, perché solo il gruppo di complici può offrire una validazione reciproca.
La comunella si forma intorno a pettegolezzi, mezze verità, ricostruzioni tendenziose, e si alimenta del piacere di escludere e di giudicare dall’alto.
Il profilo che ne emerge, sia che si tratti di donna o di uomo, è quello di una persona incapace di reggere la solitudine del proprio limite.
La persona mostra una cortesia strumentale, una generosità calcolata, una umiltà ostentata che servono a preparare il successivo affondo.
La critica viene vissuta come lesa maestà e la correzione più lieve viene archiviata come persecuzione, così da giustificare ritorsioni sproporzionate.
La memoria dei fatti viene riscritta, i contesti vengono manipolati, le intenzioni altrui vengono distorte, per mantenere coerente la narrazione della propria superiorità.
La relazione affettiva, amicale o professionale diventa terreno di controllo, dove l’altro deve aderire al copione o essere espulso come traditore.
Il costo umano di tale patologia è alto, perché logora legami, avvelena ambienti, trasforma comunità in tribunali permanenti.
Riconoscere il meccanismo non significa giustificarlo ma comprenderne la genesi per disinnescarne gli effetti e restituire dignità alla relazione.
La cura possibile passa attraverso la recisione simbolica del cordone, il riconoscimento del limite, l’apprendimento della reciprocità e il rispetto per l’alterità.
Solo quando l’io accetta di non essere al centro, la superiorità cessa di essere necessaria e lascia spazio a una presenza più semplice e più vera.


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