AA.VV. The Passenger, Puglia, Iperborea 2025, pag. 192

di Marisa Cecchetti
All’ultima pagina vorresti che ce ne fossero ancora, per la ricchezza e la profondità dei servizi di giornalisti, scrittori, saggisti, studiosi che hanno raccontato la Puglia inThe Passenger, come già nel primo articolo di Nicola Lagioia che guida per tutteLe Puglie, facendo toccare con mano le differenze ambientali, economiche, la bellezza e le fragilità
C’è uno spartiacque nella immagine della Puglia, ed è costituito dall’arrivo delVloranel porto di Bari l’otto agosto del 1991, una carretta del mare carica di più di ventimila albanesi in fuga da un paese distrutto dal comunismo. Abituata ai pellegrini provenienti dal mare (nel sec XI i baresi erano andati addirittura a prendersi le reliquie del loro patrono, san Nicola, oltre l’Adriatico) la città dovette gestire rapidamente una enorme emergenza, anticipando ciò che avrebbe caratterizzato il secolo a venire, facendo uscire la regione dal cono d’ombra in cui si trovava.
Una successiva trasformazione culturale profonda è legata a una fase politica conosciuta comeprimavera pugliese, quando nel 2005 Nichi Vendola fece la campagna elettorale con lo slogan “sovversivo, diverso, estremista”- inteso nel suo amore per la Puglia. Trasformazione legata alla scoperta della regione da parte del cinema, a un turismo stagionale che ha portato benessere – anche se non equamente diffuso – ma contemporaneamente ha inciso sui legami alle radici culturali, snaturandole in chiave consumistica.
Basti pensare al resort multistelle di Borgo Egnazia, a Fasano, che ha ospitato il G7 nel 2024, con i suoi campi da tennis e da golf che succhiano acqua dall’acquedotto pugliese: una differenza abissale tra la accoglienza di rifugiati e quella di ultraricchi: “un campo da golf di diciotto buche, con una estensione media di circa sessanta ettari, necessita di circa duemila metri cubi di acqua al giorno per buona parte dell’anno”, quanta basterebbe per un paese di 8500 abitanti.
Secondo Sara Gainsforth un certo turismo di lusso all’insegna dimegaresortè il simbolo di una realtà completamente dissociata dal territorio, che non ha ricadute sulla popolazione, che ha portato la trasformazione di masserie e trulli in dimore ruralid’elite,creando paesaggi artificiali a favore dei turisti, allontanando le famiglie a basso reddito a causa dell’aumento del costo della vita dovuto ai prezzi delle abitazioni locate come case vacanza.
Nella valle d’Itria, tra Bari, Brindisi e Taranto, alle produzioni agricole si sta sostituendo questo uso consumistico del territorio, incrementato dalla devastazione portata dalla Xylella, che ha rafforzato l’accaparramento di fondi per scopi diversi dal piantare nuovi olivi.
La sociosemiologa Claudia Attimonelli esamina il fenomeno del tarantismo già simbolo del malessere di classe sociali escluse dal progresso degli anni Sessanta, “la cui espressione più eclatante era la danza in stato di trance che si credeva potesse placare i morsi del ragno”; ricorda la pioneristica registrazione da parte di Ernesto De Martino nel 1959, della crisi della tarantata Maria di Nardò, che sta alla base dell’invenzione del tarantismo e della sua spettacolarizzazione, fino a diventare la famosaNotte della taranta: “In modo involontario o inevitabile, la patrimonializzazione del tarantismo e dei suoi rituali spettacolarizzati ha posto e basi per la ricreazione di una festività dionisiaca altrimenti perduta”.
Ma la penna di Daniele Rielli si ferma sullaXylella fastidiosa,un batterio ritrovato su un ulivo nel 2013 nella piana di Gallipoli, entrato in Europa “trasportato da alcune piantine di caffè ornamentali provenienti dalla Costa Rica”: la morte dell’ulivo attaccato avviene in due anni, unico modo per limitare il guaio è eliminare quelli infettati e quelli delle vicinanze. Ma con la solita sfiducia nelle istituzioni che dettavano le procedure, si è negato il problema, si è pensato a complotti e avvelenamenti notturni, si è arrivati a una spaccatura tra negazionisti e sostenitori della scienza, condannando a morte ventun milioni di olivi, distruggendo il paesaggio, generando milioni di euro di danni, “creando una cesura tra il Salento degli ulivi e quello del dopo Xylella”.
Che dire poi della quarta mafia, di cui parla Stefano Nazzi? Ha tre filoni, quello della Società foggiana, quella garganica e quella cerignolana: tutte impongono tasse di sovranità su cantieri, negozi, imprese, sono legate al narcotraffico in combutta con gli albanesi; specializzata, quella cerignolana del Basso Tavoliere, nell’assalto ai furgoni blindati e ai caveau.
Lo scrittore Mario Desiati ci porta nella valle d’Itria e nella Bassa Murgia tra la meraviglia delle pietre dei trulli, lecaseddetestimonianza di una società povera e di un artigianato perfetto, una sorta di antichi edifici magici ora scoperti dal turismo per il lusso di una vacanza alternativa: si definisceItriashireil territorio dove vecchie masserie o complessi di trulli sono stati dotati di tutti i confort.
Se si parla di Puglia non possono essere dimenticati i lavoratori stranieri stagionali che popolano le baraccopoli, spesso senza permesso di soggiorno e alla mercé dei caporali in combutta con la mafia. Leonardo Palmisano scrive del reclutamento criminale della manodopera da parte dei caporali, ci porta nelle baraccopoli di Nardò e di Manfredonia, qui è nato uno dei peggiori ghetti, la Pista, un inferno, proprio vicino al Cara, un cento di accoglienza per richiedenti asilo da cui i richiedenti uscivano andando ad aumentare i disgraziati della Pista: In questo inferno è stata legittimata la schiavitù, la povertà, con la paura di morire di freddo o arsi vivi durante l’inverno, con nessuna possibilità di tornare a casa perché senza soldi e senza documenti.
Nell’articolo di Valentina Petrini respiriamo i fumi cancerogeni dell’ex Ilva, che ha avvelenato di polveri sottili l’aria, l’acqua, la terra, reso invivibile il rione Tamburi e le zone limitrofe, causato un aumento pauroso di malattie, decimato famiglie lacerate tra la paura di morire di cancro e quella di morire di fame in caso di spegnimento dei forni e dunque perdita del lavoro.
Una Puglia a due volti, perché a fianco di una città come Taranto che cerca lentamente di riprogrammarsi, ad alcune zone costiere dove le seconde case costruite abusivamente decenni fa vanno in rovina, alle sale giochi della Bari vecchia raccontate da Andrea Piva, alla quarta mafia che arriva dovunque, agli ettari desertificati dalla Xylella, le sue acque sono cristalline, le tradizioni culturali resistono pur con del restyling, cresce il numero degli artisti che vi cercano casa, il cinema fa parte della tradizione e si moltiplicano i set, come scrive Oscar Iarussi, grazie agli investimenti dellaApulia film commission, facendo da traino al turismo, che in effetti si è già mosso oltre misura e non senza danni.






