Abitare l’avatar. Giovani, processi di adesione simbolica, immaginari giapponesi e delega dell’esperienza
Abitare l’avatar. Giovani, processi di adesione simbolica, immaginari giapponesi e delega dell’esperienza
Di Simona Mazza
Che cosa accade quando l’esperienza della crescita, invece di articolarsi nel tempo del cambiamento, viene progressivamente raccolta attorno a immagini-avatar che offrono forma, postura e identità, trasformandosi in luoghi stabili in cui sostare?
Avatar e crescita personale

L’intensificarsi del legame giovanile con figure digitali complesse riguarda il modo in cui l’esperienza viene oggi abitata. In gioco vi è la possibilità stessa che il percorso di crescita mantenga continuità, senza essere progressivamente spostato su immagini chiamate a sostenere ciò che non trova più appoggio altrove. È in questa funzione di supplenza che il rapporto con l’immagine acquista oggi un peso diverso, diventando sempre meno rappresentazione e sempre più luogo in cui l’esperienza viene raccolta.
Per comprendere questo fenomeno, è necessario tornare ai passaggi fondamentali attraverso cui ogni soggetto costruisce il proprio rapporto con il mondo.
Il cammino di crescita e i processi di interiorizzazione
Ogni cammino di crescita prende forma attraverso un movimento che non nasce dall’autosufficienza dell’individuo. L’essere umano entra nel mondo assumendo, prima ancora di possedere un Io strutturato, immagini, posture e modalità di presenza offerte dalle figure significative che lo circondano. In questa fase iniziale, l’adesione a modelli esterni non coincide ovviamente con una perdita di sé, ma rappresenta il primo modo attraverso cui il soggetto comincia a esistere come soggetto.
In questa prospettiva, il contributo di Sigmund Freud resta decisivo. L’interiorizzazione delle figure genitoriali consente al bambino di organizzare l’esperienza e di darle una prima forma. Attraverso presenze che incarnano protezione, desiderio e limite, prende avvio una relazione con il mondo che, pur non essendo ancora riflessiva, possiede già una funzione strutturante. Proprio perché fondativa, questa fase è destinata a modificarsi, a perdere rigidità, a lasciare spazio a nuove immagini e a nuove distanze.
Con il tempo, il processo si amplia in maniera naturale. Accanto alle forme primarie di identificazione si sviluppano modalità secondarie, di natura simbolica e culturale. Racconti, personaggi e miti offrono configurazioni attraverso cui il soggetto può esplorare possibilità di sé. La trasformazione avviene proprio grazie alla mobilità di queste immagini, che possono essere attraversate senza diventare dimore permanenti.
Quando il processo si irrigidisce
Questo movimento può tuttavia rallentare fino a stabilizzarsi. In alcuni casi, l’immagine che inizialmente accompagna l’esperienza finisce per raccoglierla attorno a sé. Il percorso non si interrompe, ma perde progressivamente capacità di metamorfosi, assumendo la forma di una permanenza.
È all’interno di questo rallentamento che diventano leggibili molte forme contemporanee del rapporto giovanile con l’immaginario. Utile precisare che non si tratta di anomalie isolate, ma dell’esito di un processo che ha perso alcune condizioni culturali necessarie a sostenere la propria fluidità. Per comprenderle, occorre considerare il ruolo dei modelli simbolici e il loro radicamento.
Modelli culturali e appartenenza simbolica
Ogni cultura ha elaborato immagini, riti e narrazioni capaci di rendere abitabile l’esperienza dei suoi membri. La riflessione filosofica antica insiste su questo punto: i modelli simbolici funzionano quando mantengono consonanza con il luogo, la storia e le forme di vita che li hanno generati — per dirla in forma proverbiale, “mogli e buoi dei paesi tuoi”. È questa continuità a rendere le immagini attraversabili, evitando che si trasformino in dispositivi di fissazione.
Quando tali modelli vengono assunti fuori dal contesto che li sostiene, senza il tessuto simbolico che ne garantisce la funzione di mediazione, la loro efficacia cambia. L’immagine conserva potenza, ma tende a raccogliere l’esperienza invece di orientarla. Questo scarto aiuta a comprendere perché alcune forme dell’immaginario contemporaneo producano effetti diversi sulla vita psichica. È su questo punto che l’immaginario giapponese merita un’attenzione specifica.
Dai cartoni animati all’avatar: la ferita trasformabile
Il giapponesismo in Italia ha una storia lunga. Per chi, come me, è cresciuto negli anni Settanta e Ottanta, i cartoni animati nipponici hanno rappresentato una vera e propria istituzione simbolica. I protagonisti avevano spesso vissuti tragici — orfani, bambini abbandonati, figure marginali — e il catalogo non era certo dei più rassicuranti. Tuttavia, la narrazione offriva sempre un esito.
La ferita segnava una soglia temporanea: il dolore disponeva di un tempo perché inserito in una traiettoria che proseguiva oltre la frattura. In questo senso, l’estetica giapponese tradizionale proponeva una forma di riparazione simbolica della ferita. Non la sua cancellazione, ma la sua trasformazione. Il principio del kintsugi, l’arte di ricomporre le fratture con l’oro, rende bene questa logica: la ferita resta visibile, ma diventa parte del valore dell’esperienza. In questo orizzonte si colloca anche l’idea di ikigai, come ciò che permette alla vita di continuare nonostante la ferita, integrandola in una forma nuova.
Negli immaginari più recenti, questa direzione tende invece ad affievolirsi. Le figure si organizzano attorno a condizioni che trovano stabilità. È in questo passaggio che l’avatar modifica la propria funzione. Ma cosa significa esattamente questa parola?
Avatar: un termine abusato
Il termine “avatar” appartiene a un lessico molto antico. La sua origine rimanda al sanscrito avatāra, che indica una discesa, il manifestarsi di una forma in un’altra dimensione dell’esistenza. In questa accezione originaria, è una presenza che prende corpo, una modalità attraverso cui qualcosa di invisibile diventa esperibile.
Con il tempo, questo significato è stato rielaborato e adattato a contesti diversi. Nei primi ambienti digitali l’avatar indica la figura attraverso cui il soggetto si rende presente nello spazio virtuale. Progressivamente, questa funzione si amplia. L’avatar diventa una forma abitabile, una configurazione simbolica che orienta l’esperienza. Attraverso di esso si delineano posture emotive, modalità di reazione, ritmi del vissuto. L’immagine contribuisce così a strutturare il modo di stare nello spazio, di affrontare il conflitto, di sostenere la tensione e il dolore.
Nell’uso corrente, il termine viene spesso ridotto a sinonimo di profilo o personaggio. Eppure, l’avatar continua a operare come un dispositivo simbolico denso, capace di raccogliere e contenere l’esperienza, offrendo un luogo in cui il soggetto può collocarsi nel tempo.
Videogiochi e figure incarnate
È in questo contesto che si collocano universi videoludici come League of Legends e le sue espansioni narrative. I personaggi, oltre a essere semplici strumenti di gioco, sono figure fortemente caratterizzate, dotate di una postura emotiva riconoscibile.
Personaggi come Jinx o Vi, ad esempio, incarnano corpi tesi, sguardi vigili, movimenti rapidi o trattenuti, in cui il dolore non viene elaborato narrativamente, ma incorporato in una postura costante. In queste figure, la ferita resta invece sospesa, senza trovare quella ricomposizione simbolica che caratterizzava molte narrazioni del passato.
Il legame con queste figure investe il corpo. La mimesi, dunque, anziché restare confinata all’immaginario, coinvolge il modo di camminare, di sedersi, di guardare, il ritmo dei gesti, la mimica facciale. In poche parole, l’avatar offre una configurazione già pronta in cui collocare l’esperienza, riducendo la possibilità di attraversarla e trasformarla.
Qui prende forma una vera e propria delega dell’esperienza, in cui il vissuto viene affidato all’immagine, che lo contiene al posto del soggetto.
Il vampiro: tempo sottratto e anima trattenuta
È in questo punto che la metafora del vampiro diventa centrale. Il vampiro sottrae tempo alla trasformazione. L’energia dell’esperienza resta trattenuta in una vigilanza permanente. Da qui la sensazione, spesso avvertita da genitori, insegnanti ed educatori, di trovarsi di fronte a giovani presenti ma come trattenuti altrove, difficili da raggiungere se non entrando nel loro mondo simbolico.
Questa vampirizzazione produce figure che appaiono quasi zombie: corpi animati, ma scissi dalla possibilità di trasformare l’esperienza in parola, relazione e progetto. Chiaramente, non stiamo parlando di un fenomeno nuovo in senso assoluto, ma oggi assume una forma particolarmente pervasiva e silenziosa.
Archetipi, mito e possibilità di trasformazione
In effetti, l’essere umano si è sempre confrontato con miti e archetipi. James Hillman ha insistito su questo punto: ognuno di noi vive sempre dentro un mito, che lo riconosca o meno. La possibilità di trasformazione nasce nel momento in cui quel mito viene riconosciuto come tale.
Guarire, in questo senso, non significa liberarsi delle immagini, ma diventare consapevoli dell’archetipo che stiamo mettendo in campo nella nostra vita. Riconoscere il mito che stiamo vivendo restituisce movimento all’esperienza. È in questo riconoscimento che il legame con l’immagine può tornare a essere un passaggio e non una dimora.