IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica un saggio/guida  di Federico M. Butera                        

di Paolo Rausa

Consapevolezza e azione, prima che sia troppo tardi. Federico M. Butera, già docente al Politecnico di Milano di Fisica Tecnica Ambientale, non è perentorio, nonostante il quadro dipinto a tinte fosche delle condizioni ambientali stiano lì a dimostrare la gravità del pianeta.

Questo saggio/guida, che è stato anticipato da una vita di impegno per la scienza e per la cura della terra, e da numerosi articoli scientifici e saggi sull’argomento, si cimenta ancora una volta sui grandi temi che assillano il pianeta, approfittando dell’occasione rappresentata dalla pandemia virale del Covid 19.

Una crisi così profonda e diffusa in tutto il mondo che ha spinto ancora una volta l’umanità sul ciglio del baratro, perché quella malattia non è venuta da sola ma accompagnata da uno stato di prostrazione della terra, a causa di numerosi quasi punti di rottura, dal riscaldamento globale ai consumi eccessivi di risorse naturali, alla CO2 che ormai staziona nei nostri cieli, all’avanzare dei deserti e nello stesso tempo allo scioglimento dei ghiacciai, al rischio delle città costiere di venire allagate dalle acque marine…

Non è terrorismo psicologico ambientale, il suo. Ma necessità di guardare in faccia la realtà e di affrontare la complessità del compito che ci attende, se vogliamo sul serio governare la transizione ecologica. In tempi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) di cui si è dotato il governo italiano così come quelli europei, finanziato dalla Comunità Europea, è giunto il momento drammatico secondo lui di fare il punto sulla situazione e indicare le possibili vie d’uscita, ragionando da scienziato.

A cominciare da una premessa, la frase del Mahatma Gandhi, che era già un avvertimento: La Terra fornisce abbastanza per soddisfare i bisogni di ogni uomo, ma non l’avidità di ogni uomo”. La premessa è il riconoscimento dei grandi passi compiuti dall’umanità, fin dagli ominidi, ma questo sviluppo racchiude anche una maledizione che conduce alla fine della nostra esperienza sulla terra, se non riconosciamo i suoi limiti, cominciati sin da quando con l’utilizzo della macchina a vapore si è rotto l’equilibrio tra le necessità produttive e la disponibilità delle risorse. Il passaggio al dominio della terra e del mare ha provocato una serie di scompensi che si evidenziano nei cicli, del carbonio, dell’azoto, del fosforo, dell’acqua… Butera è implacabile nello sciorinare tutti gli elementi di una parvenza di successi, di cui oggi paghiamo le conseguenze. Siamo giunti alla fine della nostra esperienza sulla terra?, si chiede. Non ancora, a meno che si inverta la navigazione e si cambino gli stili di vita, riducendo i consumi, e soprattutto il comportamento di usa e getta, come con le lamette, ma si affermi il principio della durata degli oggetti, della loro riparazione nel caso e di riduzione nel consumo energetico degli idrocarburi, nella diminuzione netta della carne, e così di seguito.

Saremo pronti a cambiare gli stili di vita o continueremo a considerare Federico Butera e gli scienziati come lui, oramai concordi su queste analisi realistiche, delle Cassandre, destinati a non essere creduti? Gli effetti dell’aumento della temperatura sono sotto i nostri occhi: l’innalzamento del livello del mare, il rischio di inondazione delle città costiere che coinvolge 1,2 miliardi di persone, – si stima passerà a circa 1,6 nel 2050, quasi il 20% della popolazione mondiale; le conseguenze di degrado del suolo, la desertificazione e la siccità che interesseranno 1,8 miliardi di questo nostro pianeta in bilico, ecc.

Ne conseguono la riduzione della sicurezza alimentare, la decrescente portata di acqua, la contrazione dei ghiacciai montani, l’impatto sulla disponibilità di pesce, quello sulla salute, le migrazioni ambientali per la siccità e la sterilità dei suoli, l’acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera. Butera non è per nostra fortuna catastrofista, ma osserva, trascrive e annota. Le risposte fin qui date dalle società, in particolare quelle più avanzate, hanno comportato un ulteriore stress della terra, come per es. l’uso massiccio in agricoltura di anticrittogamici, fertilizzanti, antiparassitari e pesticidi che hanno avvelenato la terra e inquinato le falde acquifere e i fiumi e i mari.

Occorre allora tornare all’agricoltura sostenibile, che rispetta i cicli naturali e sostituisce alla chimica le buone pratiche dei contadini con i loro metodi tradizionali, il contrario della conduzione industriale come se i prodotti della terra fossero degli oggetti qualsiasi e non i nostri nutrienti. L’impronta ecologica rende conto delle disparità fra le risorse consumate e la capacità della terra di rigenerarle, con una notevole diseguaglianza degli impatti fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Se nel 2019 l’impronta ecologica dell’Italia era 4,3 volte la sua superficie, cioè abbiamo consumato le risorse di 4,3 Italie, un po’ meno di quella degli Sati Uniti, la biocapacità del Mozambico era più del doppio, cioè con i suoi consumi potrebbe sostenere due Mozambico, e cinque volte la Bolivia. Segavano i rami su cui erano seduti”, dice Bertold Brecht a proposito del nostro comportamento e sulle conseguenze dei cambiamenti climatici sull’agricoltura, l’ambiente e la salute.

Butera passa in rassegna le condizioni critiche del pianeta con dovizia di particolari – ahinoi! – e abbondanza di grafici per illustrare la nostra situazione e affermare che siamo “sul ciglio del baratro” e giunti al “tipping point”, oltre il quale non ci resta più nulla da fare, nel vero senso del termine. Impensabile – se le cose continueranno ad andare così – il raggiungimento dell’obiettivo emissione zero nel 2050, avverte Butera. Per riuscirci bisogna ripensare interamente il modo di progettare e costruire gli edifici, a partire dai materiali, e anche il modo di concepire le città, azzerare le emissioni globali dovute all’uso delle automobili, riorganizzando i servizi urbani entro una distanza non superiore a 400-500 metri da ogni abitazione favorendo così quello che gli urbanisti chiamano il ped-shed, a portata di piede, garantire una rete di piste ciclabili, ecc.

E poi tanti altri accorgimenti che rendano sostenibile l’urbanistica. Occorre attuare l’economia circolare e l’agroecologia per dare risposte e invertire la tendenza in atto. Un nuovo modello di produzione e consumo che implichi condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti dalla durata più lunga possibile. Perché siamo arrivati a questo punto?”, si chiede imbarazzato e sgomento Butera. Perché questa è considerata la strada del successo e del valore: accumulare ricchezza, sempre più ricchezza, che è tutto per l’Homo oeconomicus.

Creando bisogni indotti, il consumo dei beni, la voracità, la perdita della cultura: lo ha denunciato ampiamente Pasolini. E la crescita fuori controllo della disuguaglianza economica globale. Uno sviluppo che sembrava inarrestabile materialmente e ideologicamente, che ha bellamente ignorato il vincolo del secondo principio della termodinamica con la sua grandezza chiamata “entropia”, introdotta in un saggio dal titolo The entropy law and the economic proces nel 1971 dell’economista Nicholas Georgescu-Roegen.

Ovvero se si vuole mantenere invariata o diminuire l’entropia del nostro sistema, si può farlo solo a spese dell’ambiente, che si degrada. Entra così in campo un nuovo fattore: il limite, del territorio, delle risorse, ecc. E allora chiediamoci se possiamo ancora utilizzare il Pil come indicatore del benessere del paese, un indice che comprende tutte le attività umane, ma “non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della bellezza e della poesia, della giustizia nei tribunali e dell’equità nei rapporti fra di noi”, come ebbe a dire Robert F. Kennedy in un discorso tenuto all’Università del Kansas il 18 marzo 1968. E’ possibile coniugare il benessere biofisico del pianeta e il benessere sociale?, si chiede infine Butera. Sì, se saremo capaci di rispettare gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile per il 2030 approvati da tutti gli stati membri dell’Onu nel 2015, 17 Sustainable Development Goals (SDGs, Obiettivi per lo sviluppo sostenibile) che affrontano tematiche sociali e ambientali.

La sfida continua, non è “disperata” ma dobbiamo cambiare verso alle pagine della nostra storia, operando con solidarietà, condivisione, equità e sobrietà per realizzare l’Utopia. Edizioni Ambiente, Milano, 2021, pagg. 305, € 26,00. Il libro è stampato su carta FSC* amica delle foreste.

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