IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Agostino Gemelli e il caso Felice Momigliano. Antigiudaismo cristiano, responsabilità intellettuale e memoria storica


Di Simona Mazza

Nel 1924, sulle pagine della rivista Vita e Pensiero, organo culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, comparve un testo firmato da Agostino Gemelli, fondatore e rettore dell’Ateneo, che interveniva sul suicidio di Felice Momigliano da una posizione di autorità intellettuale. Non è irrilevante che una riflessione di questo tipo prenda forma a ridosso della Giornata della Memoria, quando il rischio non è tanto l’oblio, quanto la ritualizzazione del ricordo e la sua progressiva neutralizzazione critica

Il passaggio incriminato di Gemelli

Il Caso Gemelli-Momigliano

Il passaggio che ha reso celebre – e problematico – quell’intervento è noto per la sua violenza simbolica. Gemelli auspica che, insieme a ideologie giudicate incompatibili con il cattolicesimo – positivismo, socialismo, libero pensiero – scompaiano anche “i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore”, indicando come unica via di “liberazione” la conversione e il battesimo. Letta oggi, questa formulazione appare non solo teologicamente inaccettabile, ma incapace di reggere a qualunque scrutinio etico maturato dopo la Shoah.

È necessario, tuttavia, muovere da un dato preliminare e non negoziabile: la citazione è autentica. Non si tratta di una deformazione polemica successiva, né di un falso attribuito, né di una frase estrapolata arbitrariamente. È un documento reale, pubblicato e firmato, inserito consapevolmente all’interno di un progetto culturale che mirava a formare un’intellettualità cattolica militante. Proprio per questo, il testo richiede un’analisi che eviti tanto la rimozione imbarazzata quanto la riduzione moralistica.

Antisemitismo o antigiudaismo?

Per comprendere il senso storico di quelle parole, occorre procedere con cautela concettuale. Gemelli non articola un antisemitismo razziale in senso moderno, fondato su categorie biologiche o pseudo-scientifiche. Il suo linguaggio si colloca piuttosto nella lunga tradizione dell’antigiudaismo cristiano, costruita attorno all’accusa di deicidio e alla contrapposizione teologica tra Chiesa e giudaismo.

In questa cornice, l’“ebreo” – ed è importante ribadirlo – non è definito anzitutto come appartenenza etnica, bensì come figura teologica negativa: colui che rifiuta Cristo, che persiste nell’errore e che resiste alla verità rivelata. È in questa luce che va letta l’insistenza di Gemelli sulla conversione come unica possibilità di “salvezza”, nella quale non si profila l’eliminazione fisica dell’altro, ma la cancellazione della sua identità religiosa in quanto tale, secondo una forma di violenza che non si riconosce come tale perché interamente rivestita del linguaggio della redenzione.

Questa distinzione, lungi dall’attenuare la gravità del testo, ne rende più intelligibile la portata storica. Proprio perché estraneo a presupposti biologici, l’antigiudaismo cristiano ha potuto operare a lungo come quadro culturale riconosciuto, producendo un immaginario gerarchico entro cui l’emarginazione degli ebrei ha assunto forme durature di normalizzazione.

Il contesto culturale cattolico degli anni Venti

Per comprendere come un testo di questo tipo abbia potuto essere scritto, pubblicato e recepito senza suscitare uno scandalo immediato, è necessario collocarlo nel clima culturale e ideologico del primo dopoguerra. In quegli anni il cattolicesimo italiano attraversa una fase di marcato irrigidimento identitario, nella quale la condanna del modernismo, la diffidenza verso il liberalismo – percepito come forza corrosiva dell’ordine morale – e l’ostilità nei confronti del socialismo, avvertito come minaccia insieme politica e spirituale, concorrono a ridefinire il ruolo dell’intellettuale cattolico. A quest’ultimo non è richiesto di esercitare una funzione critica o problematizzante, quanto piuttosto di presidiare i confini dell’ortodossia e di garantirne la coesione simbolica.

È all’interno di questo orizzonte che la figura di Agostino Gemelli acquista piena intelligibilità. Francescano, medico, organizzatore culturale e fondatore di un’università concepita esplicitamente come alternativa al sapere laico, Gemelli prende la parola da una posizione di autorevolezza riconosciuta, nella quale prestigio scientifico, ruolo istituzionale e impegno religioso si rafforzano reciprocamente. Le sue affermazioni non si collocano ai margini del discorso pubblico, né si presentano come eccentriche o provocatorie, ma rivendicano la pretesa di orientare il giudizio, di stabilire criteri di ammissibilità, di tracciare linee di inclusione ed esclusione.

Una figura controversa per la Chiesa

In questo stesso quadro, Felice Momigliano appare come la figura che più di ogni altra concentra ciò che quel mondo percepisce come estraneo e destabilizzante. Ebreo, laico, socialista, filosofo, egli incarna una costellazione di appartenenze che il cattolicesimo militante del tempo fatica non solo a comprendere, ma persino a tollerare. Il suo suicidio, lungi dal produrre una sospensione del giudizio o un momento di silenzio, viene dunque assunto da Gemelli come occasione per una requisitoria ideologica, nella quale una morte reale viene immediatamente tradotta in argomento dottrinale.

Momigliano, tuttavia, non può essere ridotto a un semplice pretesto retorico. Il suo suicidio non è riconducibile a una spiegazione univoca, né può essere interpretato retroattivamente secondo schemi causali semplificati. Resta nel testo come un elemento che non si lascia assorbire, capace di mettere in tensione il rapporto tra linguaggio, potere simbolico e conseguenze umane. Il punto non è stabilire una responsabilità diretta, quanto piuttosto riconoscere che il linguaggio pubblico, soprattutto quando si esprime da una posizione di autorità morale e istituzionale, produce effetti che eccedono le intenzioni di chi lo pronuncia e che, proprio per questo, non possono essere considerati neutri.

Fatta questa premessa, diventa necessario chiarire un equivoco interpretativo ricorrente, ossia l’idea che il discorso di Gemelli possa essere ricondotto direttamente a forme di odio razziale in senso moderno, un’assimilazione che, sebbene comprensibile alla luce delle tragedie novecentesche, risulta storicamente imprecisa.

Continuità e rotture nel cattolicesimo del Novecento

Attribuire ad Agostino Gemelli l’origine dell’antisemitismo moderno sarebbe improprio, poiché le ideologie razziali del Novecento si formano all’interno di contesti scientifici, politici e nazionalisti che non coincidono con l’elaborazione teologica cristiana. Arrestarsi a questa constatazione, tuttavia, rischia di lasciare in ombra un elemento altrettanto decisivo, vale a dire la continuità simbolica che lega l’antigiudaismo cristiano alle successive forme di persecuzione. Non si tratta di una continuità causale diretta, ma di una sedimentazione culturale che rende possibile, e in certa misura pensabile, ciò che verrà dopo.

Le dottrine razziali non derivano infatti dalla teologia, ma trovano un terreno predisposto da secoli di delegittimazione religiosa, all’interno dei quali l’ebreo viene progressivamente configurato come problema, come ostacolo alla realizzazione di un ordine compiuto, come residuo di un passato che fatica a essere riconosciuto come presente legittimo. In questo senso, l’antigiudaismo cristiano non produce l’antisemitismo moderno, ma contribuisce a costruire l’orizzonte simbolico entro cui quest’ultimo può essere accolto, tollerato e normalizzato.

La posizione di Pio XI

Nel corso degli anni Trenta e Quaranta, all’interno della Chiesa cattolica emergono posizioni diverse e talvolta divergenti, segno di una tensione interna non ancora risolta. L’affermazione di Pio XI nel 1938, secondo cui i cristiani sarebbero “spiritualmente semiti”, rappresenta una presa di distanza significativa dal razzismo biologico allora dominante. Eppure, pur segnando una discontinuità rilevante, tale posizione non è sufficiente a neutralizzare retroattivamente testi come quello di Gemelli, né a privarli della loro carica problematica. La dottrina evolve, ma le parole pronunciate restano inscritte in una storia che continua a interrogare il presente.

La vera cesura si produrrà solo con il Concilio Vaticano II, quando una revisione profonda del rapporto teologico tra Chiesa e giudaismo condurrà al rifiuto dell’accusa collettiva di deicidio e al riconoscimento della permanenza dell’alleanza ebraica. Questa svolta non può essere intesa come una semplice rettifica, poiché introduce un criterio di giudizio che rende definitivamente problematiche formulazioni un tempo considerate ammissibili, obbligando a una rilettura critica dell’intera tradizione precedente.

Memoria, non damnatio

Oggi, la questione non consiste nello stabilire se Gemelli possa essere definito “antisemita” secondo categorie contemporanee, ma nel riconoscere che le parole da lui pronunciate risultano incompatibili con una coscienza storica ed etica formata alla luce della Shoah. Liquidarle come espressioni “figlie del loro tempo” significa sottrarsi a una responsabilità culturale; assumerle come prova di un’accusa indiscriminata contro il cristianesimo equivale, per converso, a rinunciare alla complessità della storia.

Fare memoria, in questo contesto, non implica né distruzione né assoluzione, ma l’accettazione di una zona di inquietudine che non può essere rimossa. Il caso Gemelli–Momigliano mostra come l’intellettualità cattolica del Novecento, pur capace di elaborazioni teoriche di altissimo livello, sia stata anche luogo di cecità morale e di violenza simbolica. È in questa tensione, che non consente pacificazioni retrospettive né scorciatoie concilianti, che la memoria smette di funzionare come gesto retorico e inizia a configurarsi come esercizio reale di responsabilità storica.

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