IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Al capezzale della democrazia?

Legge Aula di tribunale

di Paolo Protopapa

Dei pochi giudici personalmente conosciuti ne salvo i più, in particolare quelli giudicanti. Alcuni, colti e ricchi di umanità, non sembravano giudici, nel senso che la loro postura non faceva trapelare nulla che fosse, non dico inquisitorio, ma neppure tendenzialmente autoritario. Il che, ovviamente, è addebitabile al nostro giudizio e, forse, al diffuso pregiudizio contro una categoria avvertita talora (e nella vulgata) come casta, corporazione o, comunque, segmento sociale separato e, perciò stesso, temibile e temuto. Può essere, una tale percezione, veritiera o prossima ad una qualche plausibilità? Sì.

Anche perché l’aneddotica paesana e la narrativa corrente, alimentate dall’ambiente forense e ‘tradite’, cioè ereditate e consegnate ai posteri da vittime e carnefici, avvocati e magistrati, cancellieri e testimoni (anche falsi) dei tribunali, depongono per una tale interpretazione, combattuta tra valori semantici contrastanti in autorità e autorevolezza.
Contro una visione altamente negativa e quasi caricaturale della figura (etichettata) altezzosa e algida del magistrato ieratico e altero – proprio nel significato di altro e di non- comunicante – in televisione capitò, dopo l’assassinio di Moro nel 1978, il giudice Santiapichi. Egli condannò i brigatisti assassini, feroci e vili, con una misura religiosa della persona, anche la più aberrante. Per me, ma ritengo per tanti che ne seguirono l’azione giudicante, lui era giudice a tutto tondo. Non inquirente, arcigno e bilioso; neppure poliziotto pignolo e spietatamente vindice.

Due figure, queste di inquirente e requirente, di pubblico ministero e giudice (costituzionalmente) terzo e per troppo tempo messo ‘a latere’ e che, a determinati livelli, possono e devono deontologicamente coesistere, tecnicamente e professionalmente integrarsi. Così ne guadagna la impervia ricerca della verità giudiziaria. Unica possibile, quanto fragilissima e controversa verità.
Questo mi pare il fulcro del problema. Infatti, nel destino umano la condizione di provvisorietà ontologica e di irredimibile finitudine (“La parte paga il fio” di memoria eraclitea), non assegna nessuna certezza o assolutezza veritativa, non solo in senso metafisico-religioso, ma in campo fattualmente giudiziario. Di qui l’angoscia di una apparentemente asetticità tecnica dei gradi del giudizio. Si tratta della situazione irredimibile in cui le salvezze non sono astratte o iscritte nel mondo di là da venire, bensì nella carne viva dell’umano materiale quotidiano.

Ecco perché potrebbe essere interessante, addirittura urgente, immaginare una grande alleanza cooperativa, anche se con azzardo e responsabile visionarietà, quale rimedio mitigatore del rischio dell’ingiustizia.
Un conflitto sia tra politica e magistratura, sia dentro la politica e dentro la magistratura, sia e forse, maggiormente, tra popolo e soggetti costituzionali – quale è la condizione inquieta che stiamo soffrendo – impone gente sana e pensieri dritti. Simili al significato etimologico del diritto concepito come la strada giusta, ‘Odòs orthotès’.
Perciò se tu mi dici sconsolatamente che al nostro ‘capezzale della democrazia’ non ci sono più i Calamandrei e i Calogero, non solo ti dò ragione, ma lavoro perché da ciò non scaturisca il disincanto della rassegnazione.
A quest’ora acerba del giorno senti o no, più incombente che mai, il cortigiano tintinnio dell’Intelligenza Artificiale e ti acconci a sbirciare financo il salvifico cataplasma delle ‘macchine pensanti’? Speriamo e tentiamo, ‘extrema ratio’, che – ce lo suggerisce Machiavelli – il fine della civiltà umana possa ancora sperare di vincere sulla seduttiva barbarie dei mezzi e, quindi, di una disumana ingiustizia.


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