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Andrea Zanzotto, Microfilm. Geometria, trauma e riscrittura dell’origine

Andrea Zanzotto, Microfilm. Geometria, trauma e riscrittura dell’origine

Di Simona Mazza

Affidata in larga parte a segni geometrici, Microfilm è uno degli esperimenti più radicali di Andrea Zanzotto (1921–2011). Nata all’indomani della tragedia del Vajont e legata a un’esperienza onirica, la poesia affida a una riduzione estrema della forma una riflessione sulla memoria e sulla tenuta del linguaggio poetico. Nel contesto del secondo Novecento italiano, Microfilm si colloca in una posizione laterale ma significativa, poiché questa scelta formale non descrive l’evento storico, ma ne registra l’impatto

Microfilm e la tragedia del Vajont

La poesia Microfilm di Andrea Zanzotto

La notte del 9 ottobre 1963, una vasta porzione del monte Toc precipitò nel bacino artificiale del Vajont, sollevando un’onda che superò la diga e si riversò nella valle con effetti devastanti, cancellando in pochi istanti centri abitati e migliaia di vite. La diga rimase integra, mentre il territorio circostante veniva annientato; tale asimmetria consegnò alla memoria collettiva un’immagine destinata a durare, perché congiungeva l’apparente perfezione della tecnica alla rovina assoluta delle vite.

Di conseguenza, la tragedia assunse subito un valore emblematico, poiché mise in luce una concatenazione di decisioni tecniche e istituzionali che avevano progressivamente assorbito, e reso inoffensivi sul piano pubblico, i segnali di instabilità del versante. In quel punto la storia italiana del progresso, con la sua fiducia nell’opera e nella misura, incontrava la materia geologica, con la sua potenza lenta e imprevedibile; l’evento finì così per apparire come frattura simbolica prima ancora che come catastrofe. In un simile contesto, la parola poetica riorientava i propri strumenti espressivi, poiché la narrazione lineare appiattiva l’esperienza traumatica nella semplice successione dei fatti, mentre il trauma rompeva i nessi, si ripresentava in modo discontinuo e si fissava in immagini non soggette a esaurimento.

Il sogno e il tempo del decifrare

Ed è in questo tempo del dopo che si colloca l’origine dichiarata di Microfilm, poiché Zanzotto affianca alla pagina una breve annotazione che distingue due gesti, il leggere e il decifrare; tale distinzione, già in sé, costruisce una poetica. La lettura appartiene all’immediatezza dell’urto, come quando la notizia arriva e produce una reazione senza mediazioni; la decifrazione richiede invece un secondo tempo, più lento, fatto di ritorni, di riprese, di scomposizioni, come accade quando la coscienza cerca una forma per contenere ciò che ha attraversato. Ne deriva che la pagina va attraversata con un’attenzione quasi manuale, come se la poesia chiedesse al lettore un gesto analogo a quello della mano che, nel sogno, traccia, corregge, riscrive, tentando una disciplina interiore mentre l’immagine dell’evento continua a premere.

Geometria come impianto di pensiero

È qui che la geometria assume una funzione strutturale, poiché rette, cerchi e triangoli vengono disposti come strumenti di organizzazione psichica. La retta istituisce direzione e taglio, suggerendo l’attraversamento dell’evento e la sua propagazione nella coscienza; il cerchio introduce una forma di ritorno, richiamando quella temporalità ricorsiva che appartiene alla memoria traumatica, la quale riporta l’immagine al presente ogni volta che si tenta di allontanarla; il triangolo, infine, concentra lo spazio e lo orienta verso un vertice, producendo una tensione visiva che diventa, per analogia, tensione mentale. Perciò la pagina smette di comportarsi come un testo che scorre e comincia a funzionare come un campo in cui lo sguardo si muove per attrazioni e convergenze, tornando sugli stessi punti come per verificare, ogni volta, ciò che davvero si è visto.

Il triangolo come scena della lingua

All’interno del triangolo si concentra il dispositivo essenziale, e conviene descriverlo in modo da poterne quasi seguire la traiettoria con gli occhi. In alto compare la sequenza “io odio”, e già qui la pagina suggerisce un primo slittamento, poiché l’occhio può percepire anche “iodio”, come saldatura grafica che trasforma il sintagma in un lemma compatto. Questa saldatura possiede un peso ulteriore, perché “iodio”, oltre a coincidere con la fusione di pronome e verbo, richiama l’elemento chimico, dunque una materia che disinfetta e corrode, che reagisce e brucia, insinuando nel lessico un sentore metallico, quasi industriale. Subito sotto emerge “odio”, isolato, più nudo e perentorio, come una parola che coincide con la prima risposta emotiva.

Poco più in basso, la stessa materia alfabetica tende a fendersi e a riorganizzarsi, facendo affiorare “o Dio”, percepibile come interiezione o vocativo, quindi come passaggio dall’enunciato all’esclamazione. Il triangolo rivela così la propria natura di macchina semantica, poiché il senso nasce dal modo in cui le lettere si avvicinano e si separano, creando continuità e fratture. Si arriva quindi al nodo centrale, “Dio”, collocato in posizione baricentrica, che agisce come perno fra il risentimento e la domanda di senso e che, proprio per la sua collocazione, sembra concentrare lo sguardo come farebbe un vertice interno. Da lì la sequenza prosegue verso “Io”, quasi un ritorno del soggetto dopo l’urto del nome divino, e infine verso “0”, dove la cifra coincide con la forma della “O”, come se la vocalità residua si riducesse a puro contorno, a figura, a bordo di un vuoto.

La forza della poesia

Insomma, la forza di Microfilm risiede nella metamorfosi minima, nel fatto che un mutamento quasi impercettibile di segmentazione produce un mutamento radicale di senso. Questa catena, letta con lentezza, rende evidente che la poesia lavora su una zona primaria della lingua, quella in cui le parole si formano e si deformano, come accade nelle fasi iniziali dell’apprendimento, quando le sillabe si attaccano e si staccano e il senso nasce anche da un errore, da una sovrapposizione, da una correzione.
In questo senso l’errore non assume un valore accidentale, ma conoscitivo: la scrittura sembra tornare a una soglia infantile, in cui l’instabilità grafica coincide con una forma di verità. Il trauma riporta la lingua a uno stadio elementare, dove il gesto precede la norma e la parola resta esposta.

Perciò il richiamo all’alfabetizzazione non coincide con un dettaglio marginale: la scrittura ricomincia da elementi poveri e insieme potentissimi, proprio perché ancora vicini al gesto. Ma esaminiamo un altro dettaglio…

Lettere e cifre

A ben vedere, tra le lettere riconosciamo anche una cifra (oltre allo 0= O) , ovvero il numero 10 che rimanda sia al mese dell’evento catastrofico, sia al giorno successivo, quello in cui la notizia si diffonde, entra nelle case, si deposita nel discorso pubblico e inaugura la presa di coscienza collettiva. La pagina registra così un tempo che non coincide più con l’istante della frana, ma con il momento in cui l’orrore diventa immagine interiore e comincia il lavoro della lettura e della decifrazione.

Disciplina grafica e memoria critica della tecnica

La disposizione dei segni rivela una disciplina che non coincide con un ordine astratto, ma con un gesto di controllo, con il tentativo di trattenere il caos senza dissolverlo. Le linee che sottolineano o delimitano possono essere lette come tracce di selezione e di giudizio, richiamando per contrasto il linguaggio della tecnica, che nel Vajont aveva assunto un peso decisivo. La geometria assume così un ruolo ambivalente: da un lato rinvia al dominio del calcolo e della costruzione, dall’altro la poesia la riutilizza come strumento di vigilanza, capace di rendere visibile la frattura tra progetto e conseguenza.

Il titolo, la funzione di condensazione e il rimando ai calligrammi

Il titolo Microfilm orienta ulteriormente, poiché il microfilm conserva una quantità enorme di informazioni in uno spazio ridotto, e questa logica di condensazione trova un corrispettivo diretto nella pagina zanzottiana. L’evento storico resta immenso, eppure viene trattenuto in pochi segni, con una densità che chiede attenzione e ritorno. La riduzione intensifica l’esperienza della lettura, anziché semplificarla.

In questa prospettiva, Microfilm entra in risonanza con la tradizione dei calligrammi e con la poesia concreta europea, che hanno attribuito al segno grafico un valore semantico autonomo e spostato la poesia sul terreno della percezione. L’opera zanzottiana mantiene tuttavia una specificità netta, perché la disposizione visiva non mira a figurare un oggetto riconoscibile, ma a organizzare un processo mentale, facendo della pagina la scena di una coscienza che tenta di leggere e poi di decifrare.

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