Angela Riina la poetessa della terra e il mito mediterraneo della Sicilia. Maternità, memorie e legami.

Di Serena Milisenna
In una sera di festa ho incontrato Angela Riina: venuta da Corleone, se ne stava tra le prime file del pubblico per ritirare il Primo Premio alla XIII edizione “Con lo sguardo del cuore”, bandito dal CIF Ravanusa.
Profondi occhi scuri, capelli neri, sguardo fiero e sognante, beveva alla sorgente delle parole poetiche con fare attento e coinvolgimento emotivo. Mi dava già l’impressione di appartenere a quella schiera di persone che si emozionano e degli autori che fanno della poesia uno strumento di custodia della memoria e dell’identità mediterranea.
Ne ho avuto la conferma quando la sua scrittura – nata dal legame profondo con la terra siciliana – si è impressa attraverso la sua voce emozionata nella sala della biblioteca comunale, trasportando tutti dentro quel sentimento corale dell’appartenenza, dell’essere figli di Sicilia… mandati chissà dove a trovar fortuna e…sostanzialmente solitudine per lo sradicamento.
Un tema in cui mi ritrovo inesorabilmente, considerata la mia assenza dal mio paese natio e la nostalgia che provo per certe vicinanze costruttive che a Milano – ovviamente – si disperdono in rivoli di “ci vediamo presto” da tradurre in “nun nnì videmmu mai”.
“Portare la mia “Sicilia” a Ravanusa è stato un atto d’amore e d’identità. Ringrazio di cuore la Giuria per aver colto l’essenza dei miei versi e il pubblico per aver accolto le mie parole con il calore dei propri applausi. Un premio che dedico al mio caro “Maestro”. Queste le parole che Angela ha scritto sui social dopo la premiazione.
Più tardi, davanti ad una pizza, avrei scoperto che è autrice di raccolte come Corleone. Emozioni in versi siciliani e Racconti viddani e che utilizza spesso immagini legate alla fertilità della terra, ai cicli naturali e alla spiritualità popolare, con l’intento di trasformare il paesaggio siciliano in spazio poetico e universale.
La poesia di Angela Riina, infatti, nasce dalla terra e alla terra ritorna. Un po’ come la sua vita che ha uno sviluppo molto interessante che magari vi racconterò più avanti!
Scopertasi poetessa per caso, in pandemia, Angela usa le parole per arrivare al cuore delle persone e farle riflettere sull’importanza di difendere la propria terra.
E di certo, oggi mi preme dire che nei suoi versi il paesaggio siciliano non è semplice scenario, ma memoria vivente, organismo materno e spazio spirituale.
Lei con il mondo contadino e con la dimensione simbolica della natura ha proprio un legame forte e ancestrale. E questo ne connota l’essenza in maniera chiara e simbolica. È lì che recupera il mito, l’idioma e la cultura contadina trasformandoli in linguaggio universale, capace di parlare di maternità, dolore, appartenenza e rinascita.
Nei suoi testi ricorrono frequentemente:
- il grano,
- la terra,
- i cicli naturali,
- la maternità,
- il dialetto siciliano,
- il legame ancestrale con il Mediterraneo.
In La dea della terra, poesia classificatasi al terzo posto nel concorso “La Sicilia degli Dei”, rielabora il mito classico di Demetra e Kore trasformandolo in una intensa meditazione sul dolore materno, sulla fertilità della terra e sul ciclo eterno della vita.
Fin dai versi iniziali la poetessa costruisce un’immagine luminosa e sacrale della dea:
“Divina Demetra
di giallo manto coloravi la tua terra”
Il “giallo manto” richiama immediatamente il grano maturo della campagna siciliana, simbolo di abbondanza e nutrimento. Demetra diventa così incarnazione della madre-terra mediterranea: generosa, fertile e protettiva.
La figura di Kore, giovane figlia della dea, viene descritta con immagini di delicata purezza:
“dai biondi capelli, dalle carni rosa”
Angela immerge la giovane in una natura armoniosa fatta di rose, primule e spighe dorate, creando una fusione continua tra femminilità e paesaggio. La serenità viene però spezzata dall’irruzione di Ade:
“con un coltello affilato tagliò la terra”
L’immagine del “taglio” rende fisica la ferita della separazione. Non è soltanto il rapimento di una fanciulla: è la lacerazione della natura stessa, il dolore universale della maternità privata della propria creatura.
La sofferenza di Demetra trasforma infatti il mondo:
“né spighe, né acqua né fiori più donasti”
La poetessa recupera qui il significato originario del mito greco, cioè la spiegazione simbolica delle stagioni. L’assenza di Kore coincide con la sterilità della terra; il suo ritorno riporta fertilità e luce.
Di particolare valore simbolico è il riferimento al melograno:
“sei come i chicchi di melograno,
sei mesi solamente con la madre”
Simbolo antichissimo della cultura mediterranea, questo frutto rappresenta vita, morte e rinascita. Angela Riina riesce così a intrecciare il mito classico con la spiritualità popolare siciliana, creando una poesia che appartiene profondamente alla cultura del Mediterraneo.
Uno degli aspetti più intensi del testo è la centralità della figura femminile. Demetra non è una divinità distante, ma una donna che soffre e combatte:
“questa donna
che lottò contro ogni forma”
La maternità diventa forza cosmica, energia capace di opporsi persino agli inferi. In questa prospettiva il mito assume un valore universale e contemporaneo: la donna appare custode della vita, della memoria e della continuità umana.
La dea della terra conferma così la capacità poetica di Angela Riina di trasformare il mito in esperienza viva e contemporanea.
La Sicilia emerge non soltanto come luogo geografico, ma come spazio simbolico del Mediterraneo, dove memoria, natura e sentimento continuano a dialogare attraverso la voce della poesia.
Provenendo io da quel luogo, dalla periferia del Sud siciliano e da un piccolo paese che cerca di riscattarsi dall’oblio, so bene che esiste una Sicilia autentica che sopravvive lontano dal rumore della cronaca, custodita nei campi di grano, nella memoria orale, nei racconti delle donne e nella poesia che nasce dalla terra.
Questo modo specifico di essere Sicilia è ben raccontato da Angela quando trasforma la cultura contadina e il patrimonio mitologico mediterraneo in una voce poetica intensa e autentica. Una visione che emerge chiaramente anche da una sua riflessione personale:
“La poesia è una forma di resistenza,
un modo per affermare la nostra umanità, per difendere la libertà di pensiero.
È un dono prezioso che voglio custodire e coltivare.
La poesia è la mia vita, la mia via di fuga, la cosa più importante per me.”
Queste parole permettono di comprendere profondamente la sua poetica: la poesia come resistenza interiore, come libertà, come difesa dell’identità e della sensibilità
Forse è proprio questo il compito più autentico della poesia di Angela Riina: ricordarci che la terra di appartenenza e la scrittura non sono soltanto luoghi da abitare, ma qualcosa che ci abita profondamente.
E mentre il mondo corre verso l’oblio delle radici, la sua poesia resta lì, come una spiga al vento, a custodire il cuore antico del Mediterraneo.
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