IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

ARTHAS IL GRANDE Eghemón ton Messapion

L’eroe messapico e la festività religiosa della Megalàrtia

di Fernando Sammarco

  Una delle fonti più singolari che portano a considerare l’eroe messapico Arthas, dynastes della Sallentina dell’ultimo quarto del V sec. a.C., è riportata da Mario Lombardo*, illustre epigrafista dell’Università del Salento, con un’iscrizione che si riferisce alla festività religiosa delle Megalártia in onore di Démeter Megalartos, la divinità dai grandi pani, o Megalomazos, dalle grandi focacce; mentre, si aggiunge che nella Jonia le Megalesia erano per la dea Cibeles Megalártia.

  Le Thalysie, invece, erano celebrate in onore della stessa dea Demetra e sua figlia Persephone, donando loro, in tali ricorrenze, il primo pane, chiamato “thalysios artos”.

  Le celebrazioni per il ringraziamento alla dea delle messi per il pane donato agli uomini, quale frutto del loro lavoro nei campi ottenuto con la divina benevolenza che aveva favorito la produzione di un tale inestimabile bene primario, erano espletate anche per osannare una figura eroica dell’intera Sallentina, il cui nome era portatore di munificenza ed amore per il suo popolo.

  Da quanto è riportato dalle trascrizioni di Eustazio e Ateneo, artos (pane in greco) corrispondeva all’antroponimo Artos o Arthas, noto re dei Messapi stimato come grande dinasta della sua etnia.

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* “Sembra che a Scolo in Beozia si prendano particolare cura del pane. Perciò dicono che lì è stata eretta una statua di culto di Demetra Megalartos (dai grandi pani) e Megalomazos (dalle grandi focacce). Ugualmente anche in Japigia, nella regione dei Messapi, presso i quali inoltre vi fu un re chiamato Artos. E la festa di un certo Artos soprannominato “il Grande” prendeva da lui il nome di Megalartia.” (Mario Lombardo, I Messapi e la Messapia … (475), da Eustathius, In Hom. II., II 496 e Athen., Deipn., III 109 A (n. 22).

  Le Megalártia erano, quindi, festeggiamenti non solo in onore di  Damatra messapica, ma anche per Megas Artos, ovverosia Arthas il Grande.

  L’eroicità di Arthas si manifesta, in ogni modo, sia attraverso le sue gesta in campo strategico-militare e sia mediante la sua figura di munifico dispensatore di beni e saggio amministratore delle potenziali attività economiche dei suoi corregionali, oltreché per un’illuminata gestione della giustizia fra le stirpi sallentine.

  Il cosiddetto Leone di Messapia, come riportato nell’epopea di Fernando Sammarco, era proprio colui che fu considerato nel suo tempo alla stregua di un personaggio dalle autentiche qualità divine. 

  Le tracce dell’importanza storica di Arthas e della sua maestà come Dynastes o Eghemón ton Messapion, sono riscontrabili in diverse fonti epigrafiche di autorevole provenienza. Egli rivestì, oltre al ruolo di guida delle popolazioni sallentine per un lungo periodo della sue esistenza, anche quello di nobile rappresentante nella propria terra dell’Atene periclea e della sua politica di espansione nell’alveo del Mediterraneo. I suoi rapporti con Pericle furono, infatti, caratterizzati da una collaborazione di vera amicizia fino al punto da fargli guadagnare il titolo di proxenos, quale abile diplomatico della capitale attica nella sua azione civilizzatrice oltre i tradizionali confini territoriali.

Uomo a prua su imbarcazione in mare aperto
Navarco su imbarcazione in mare aperto

  Anche con Alcibiade e gli altri strateghi ateniesi, che utilizzarono gli approdi della penisola sallentina come testa di ponte per avventurarsi poi nell’assedio di Siracusa (415 a. C.), il dinasta interagì a loro favore dando asilo all’intera flotta nel porto di Anxa/Kallipolis. Due anni dopo, ospitò nello stesso porto, due nuovi navarchi che partirono con un nutrito contingente per sostenere l’estenuante guerra che si trascinava con enormi difficoltà in terra siceliota. Di questo, fa ampio riferimento Tucidide nella sua ‘Historía’*

  La figura storica del grande dinastamessapico, avvalorata dalla sua statura morale, umana e sociale, è adeguatamente citata dalle fonti classiche, tramite le quali si evince il suo imponente ruolo politico e diplomatico, svolto come massimo esponente nobiliare della Messapia ed illustre rappresentante delle genti sallentine, in stretto rapporto con l’Atene imperiale della seconda metà del V sec. a. C., dando, in questo modo, lustro della sua esemplare xenophilia (generosità verso gli stranieri), che gli fecero meritare gli appellativi di megas kaì lampròs (grande e luminoso), così come citato dallo stesso Tucidide e riportato nel lexicon di Esichio, nel quale si fa riferimento ad Arthas in qualità Messapíon Basileús (Basileo o re dei Messapi).

  In merito alla grandezza dell’eroe messapico, di una certa importanza è la citazione di Demetrio Comico (fine V – inizi del IV sec. a. C.), riportata poi da Ateneo (III sec. d. C.) in I Sofisti a banchetto.

  <Mentre Ulpiano stava ancora scherzando in tale guisa, Cinulco esclamò:“ C’è bisogno di pane (artos), e non mi riferisco al re dei Messapi in Iapigia, sul quale vi è anche uno scritto di Polemone. Ne fa menzione anche Ticidide, nonché Demetrio, il poeta comico, nella commedia intitolata Sicilia, con queste parole:“ Da lì per l’Italia col vento di Noto traversammo il mare verso i Messapi; Artos avendoci accolti ci ospitò nobilmente. Un ospite davvero gentile. Lì era grande e illustre”. Non di questo Artos c’è ora l’esigenza, ma dei pani inventati da Demetra …>

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* Thuc., Hist., VII 33, 3-4 in Mario Lombardo, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine, Congedo Editore, Galatina, 1992.

<Demostene ed Eurimedonte dal canto loro, essendo ormai pronto l’esercito raccolto a Corcira e nel continente, traversarono con tutta l’armata lo Ionio verso il Capo Iapigio, E muovendosi da lì raggiunsero le Cheradi, isole della Iapigia, e imbarcarono sulle loro navi dei lanciatori di giavellotto Iapigi, in numero di centocinquanta, appartenenti alla stirpe messapica; e avendo rinnovato un antico patto di amicizia con Arta, colui che, essendo un dinasta, aveva anche fornito loro i lanciatori di giavellotto, giunsero a Metaponto in Italia.>

  Queste preziose fonti letterarie fanno emergere le eccelse qualità dell’egemone messapico, descrivendolo come megas kaì lampròs

  Nell’ambito territoriale puramente salentino, l’antroponimo Artas o Arthas è stato rinvenuto in diverse epigrafi, raccolte nella silloge Monumenta Linguae Mesasapicae di Carlo De Simone e Simona Marchesini (956 pagine edite nel 2002). Molte di tali iscrizioni provengono da siti archeologici o aree di scavo di alcune località della toponomastica salentina. Vantano una così illustre patronimicità Ugento, Alezio e Nardò nel centro-sud del Salento, le cittadine di Mesagne e Oria, lungo la Via Appia, e Manduria. Recenti studi hanno ipotizzato che il nome Arthas abbia avuto maggiore rilevanza in Oria e Manduria e che probabilmente proprio in quest’ultima il principe Arthemisias abbia avuto i suoi regali natali.

  Suggestiva la narrazione che fa Fernando Sammarco nell’epopea “Arthas il Grande – Leone di Messapia” della predestinazione del giovane eroe della Sallentina.

Re Arthas con scudo, lancia e stendardo del leone messapico
copertina libro
Copertina del libro

 < Il giovane principe Arthemisias, allontanandosi dal suo accampamento per inseguire un cinghiale e ritrovandosi ben presto fuori dei percorsi campestri, si era smarrito tra la fitta vegetazione della foresta orrana. Improvvisamente, si era trovato in un luogo insolito, che sembrava incantato, fuori dal tempo. Avvolto da quella magica atmosfera, egli era rimasto affascinato e, allo stesso tempo, preso dal timore e dalla curiosità. Mentre procedeva con circospezione e stupore si trovò di fronte ad una grotta, la cui apertura era quasi del tutto occultata da frondosi arbusti e cumuli di pietre che ne impedivano l’ingresso. Riuscì con la forza a guadagnarsi l’entrata ed appena ebbe varcato l’uscio un riverbero attirò la sua attenzione. In un angolo, adagiata su una spessa lastra calcarea, brillava una poderosa armatura in lamina d’oro di pregevole ma sconosciuta fattura, la cui spada portava incisa sull’elsa la seguente dedica:  “A colui al quale per coraggio, virtù e temperanza la gloria arriderà”. Esperti d’armi ed esegeti dei segni del dio Bàlakras avevano dedotto che si trattava dell’armatura dell’eroe argivo Diomedes lasciata lì in eredità ad un altro ardimentoso guerriero.>*

Fernando Sammarco

Rievocazione storica due guerrieri con scudo all'ingresso di re e regina
Rievocazione storica ingresso in città

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* Fernando Sammarco, Arthas il Grande – Leone di Messapia, Arthas Production, Manduria 2011.