Arundathi Roy: Il mio rifugio e la mia tempesta, Guanda Editore 2025, pag. 352
di Marisa Cecchetti
Campeggia in questo romanzo la figura di Mary Roy, un’attivista dei diritti delle donne appartenente alla comunità dei cristiani siriaci del Kerala, famosa per avere vinto la battaglia in favore dei diritti alla successione ereditaria sia per i figli maschi che per le femmine. Separata pochi anni dopo il matrimonio, non ha avuto paura di niente e di nessuno: in una società, quella indiana, dove la donna ha sempre vissuto in una condizione subalterna, priva di difese contro la prepotenza, la violenza, lo stupro, dove le madri stanno dalla parte dei figli maschi, Mary Roy si distingue, va controcorrente.
Arundathi Roy è sua figlia. Il suo nome è diventato famoso all’improvviso per il romanzo Il dio delle piccole cose, vincitore nel 1997 del Booker Prize, ma è legato a una grande produzione successiva che le ha fatto meritare lo European Essay Prize alla carriera nel 2023 e il PEN Pinter Prize nel 2024.
Il mio rifugio e la mia tempesta, questo è sua madre per lei, una donna piena di idee e di progetti innovativi, che ha creato dal nulla una scuola e l’ha fatta crescere arricchendola sempre più di proposte formative; che ha dato possibilità di lavoro, rispettata e servita come una divinità. Ma una divinità prepotente, pronta all’ira, che non ha avuto tenerezze verso questa figlia, capace di cacciarla di casa o di buttarla fuori dalla macchina e lasciarla in mezzo alla strada. Mai un apprezzamento, sempre ironica e sprezzante, tuttavia sicura nello scegliere per lei il percorso scolastico che la rendesse padrona della lingua inglese – elemento indicatore della classe di appartenenza – e potesse frequentare l’università. Una tempesta continua, una madre da odiare e amare, da cui fuggire e a cui ritornare, quasi a cercare rifugio in quella stessa tempesta. Un punto di approdo che la morte le sottrae lasciandola smarrita.
Nella violenta forza educativa della madre sta il seme del carattere della figlia, l’origine della sua stessa forza, del suo rifiuto di ogni convenzione, di quella inquietudine che la spinge a cercare, a sperimentare, a non fermarsi dove c’è serenità; a lottare per i diritti dei più deboli, dei paria, dell’ambiente, anche a costo di sfidare la legge e a finire in prigione.
Nata nel 1961, conosce bene gli episodi di violenza tra indù e musulmani considerati, quest’ultimi, una minaccia demografica ed economica; ha visto azioni governative arbitrarie contro di loro, ha sperimentato la cecità della politica nei confronti del patrimonio forestale e ha manifestato il suo dissenso su riviste e giornali, accusata poi di diffamazione, vittima di una cultura giuridica che pende dalla parte degli uomini.
Spirito libero come sua madre, si è difesa dalla tempesta materna cercando rifugi precari e insicuri; ha vissuto tra gli hippy e ne ha condiviso le abitudini. Ha finto un matrimonio per essere accettata dal gruppo, poi ha amato davvero un uomo e l’ha sposato prendendosi cura delle figlie piccole di lui; ha fatto esperienze cinematografiche, ma non si è mai adeguata a situazioni di vita borghese. Incompleta per sua stessa definizione: “Non ero abbastanza cristiana. Non ero abbastanza induista. Non ero abbastanza comunista”.
Il romanzo verità di Arundhati Roy è un percorso nella sua vita e nelle sue opere. È una finestra sulle vicende politiche e sociali interne all’India fino agli anni venti di questo secolo, ma anche su liti di famiglia che vanno avanti per anni e anni. Apre su scene di villaggi sperduti tra i monti, di risaie allagate, di colline spoglie dove strisciano i serpenti, di bufali allo stato libero, di elefanti dalle lunghe orecchie, di fiori colorati, di profumi. Di città popolatissime e caotiche, ma anche di quartieri di baracche dal tetto di lamiera, di vicoli dove il vento fa volare le immondizie e corrono i topi. Sono più le ombre delle luci, al di sopra di tutto c’è il grande amore di lei per la sua terra, per cui continua a lottare e scrivere.
La madre che si comporta come una regina, che dovunque si sposti è seguita da uno stuolo di servitù che lei comanda a bacchetta, con qualcuno che le fa vento con le foglie di palma per proteggerla dal caldo, con qualcuno che porta il respiratore per un suo eventuale attacco d’asma, questa madre che comunque capisce le potenzialità della figlia e nel suo modo brusco le favorisce, che lotta contro le ingiustizie e nel testamento fa una equa distribuzione delle sue ricchezze, finisce per essere il simbolo delle luci e delle ombre del suo stesso paese.
