IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Autostima? Chiedetelo a Robinson Crusoe

Autostima? Chiedetelo a Robinson Crusoe

Di Simona Mazza

Cosa resta dell’autostima quando scompaiono il pubblico, il confronto e l’applauso? Robinson Crusoe suggerisce una risposta più complessa del previsto: anche su un’isola deserta, lo sguardo degli altri continua a risuonare dentro di noi

Una parola che contiene un giudizio

Tra le divinità più celebrate del lessico contemporaneo, una delle più invocate possiede un nome apparentemente innocuo: autostima, parola che, a onor del vero, mi disturba parecchio. La incontriamo nei manuali motivazionali dei guru della New Age, in larga parte della moderna psicologia e persino nelle frasi da calendario digitale, pronunciate da Siri o Alexa, che ogni mattina ci ricordano quanto dovremmo amarci, valorizzarci e considerarci abbastanza.

Il successo di questa parola nasce da una promessa piuttosto seducente: ciascuno potrebbe trovare dentro di sé la misura del proprio valore e liberarsi dal giudizio del mondo.

Eppure Socrate, davanti a un concetto tanto celebrato, avrebbe probabilmente fatto ciò che sapeva fare meglio: cercarne innanzitutto una definizione.

Che cos’è, dunque, l’autostima?

La parola sembra già contenere la risposta: stima di sé, valutazione del proprio valore. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole. Stimare, però, significa attribuire un valore, cosa che tuttavia richiede un criterio, una misura, un termine di paragone.

Stimare se stessi significa diventare contemporaneamente cioè il soggetto che giudica e l’oggetto sottoposto al giudizio. Una parte di noi osserva l’altra, la confronta con un modello e stabilisce quanto valga. Risultato? L’io si sdoppia: da una parte colui che vive, dall’altra colui che valuta la vita vissuta.

Dove si nasconde l’inganno?

A mio avviso, proprio nel prefisso auto. Immaginiamo che l’autostima nasca interamente dentro di noi, come se il giudice, la legge e il tribunale coincidessero nella stessa persona. Eppure il metro con cui ci valutiamo si forma attraverso le esperienze e le relazioni.

La famiglia, la scuola, gli amori, il lavoro, il successo, il fallimento e persino l’epoca in cui viviamo ci insegnano quali qualità siano apprezzate, quali comportamenti ricevano approvazione e quale posto dovremmo occupare.

Prima qualcuno ci riconosce, ci paragona, ci approva o ci assegna un ruolo. In seguito interiorizziamo quei criteri e cominciamo ad applicarli a noi stessi.

Il prefisso auto, pertanto, indica il luogo nel quale il giudizio viene pronunciato, più che l’origine della misura utilizzata.

Il termine sembra così un giudizio autonomo, mentre impiega criteri che abbiamo appreso dagli altri.

La domanda diventa allora inevitabile: chi ha costruito il metro con cui ci misuriamo?

Quando l’io si separa dal tutto

La stessa parola autostima presuppone un individuo che si percepisce come entità autonoma, distinta dal resto e incaricata di attribuirsi un valore. Per stimarsi, l’io deve osservarsi dall’esterno e considerarsi qualcosa di definibile e misurabile.

La cultura occidentale ha costruito una parte essenziale della propria forza attraverso la distinzione. Il principio di identità permette di riconoscere una cosa come se stessa; quello di non contraddizione, di aristotelica memoria, stabilisce che una cosa non possa essere e non essere nello stesso tempo e sotto il medesimo aspetto. Da questa capacità di distinguere sono nate la logica, la classificazione, l’analisi e gran parte del pensiero scientifico.

Applicato alla persona, lo stesso procedimento traccia un confine più netto tra l’io e ciò che lo circonda. L’individuo si riconosce come soggetto autonomo, posto di fronte agli altri e al mondo.

Questa conquista ha aperto lo spazio della libertà individuale e dell’autocoscienza. Ha però favorito anche l’immagine di un io isolato, incaricato di costruire da solo la propria identità e di dimostrare continuamente il proprio valore.

Il pensiero sociologico e antropologico ha mostrato che la nostra idea di individuo costituisce anche il risultato di una lunga trasformazione storica. Marcel Mauss osservava che persino la nozione di persona cambia attraverso le epoche e le culture. Durkheim descriveva società nelle quali la coscienza collettiva occupava uno spazio più ampio e offriva a ciascuno una collocazione all’interno della comunità.

In molti contesti tradizionali, pur molto differenti tra loro, l’essere umano comprendeva se stesso soprattutto attraverso l’appartenenza. Era figlio di una stirpe, membro di un clan, parte di una comunità, custode di una funzione e anello di una continuità che lo precedeva.

Anche in quei mondi esistevano l’onore, la vergogna, il prestigio, il coraggio e il giudizio collettivo. Cambiava, però, il modo di dare senso alla persona. L’individuo si riconosceva principalmente nel posto occupato all’interno della trama comune.

La funzione va intesa qui come partecipazione alla vita collettiva, più che come efficienza produttiva. Ogni membro contribuiva secondo la propria età, le proprie capacità e il proprio ruolo.

Per fare un esempio spicciolo, la mano possiede una forma diversa dall’occhio e svolge un compito differente. Chiedersi quale dei due organi abbia maggiore autostima avrebbe poco senso: entrambi partecipano alla vita dello stesso organismo.

Il mago e il coccodrillo

Lucien Lévy-Bruhl provò a descrivere un diverso rapporto tra l’individuo e il tutto attraverso l’espressione “mentalità prelogica”, appartenente al linguaggio antropologico della sua epoca. Al centro della sua riflessione pose quella che chiamò “legge di partecipazione”.

Tra gli esempi da lui riportati compare il caso del sorcier, termine francese che significa mago o stregone, capace di essere contemporaneamente uomo e coccodrillo.

Secondo la logica fondata sulla distinzione, l’uomo e il coccodrillo appartengono a due identità separate. Nella logica della partecipazione, invece, il mago conserva la propria individualità e, nello stesso tempo, partecipa dell’essere del coccodrillo. Le due condizioni convivono nella medesima rete simbolica.

L’espressione “mentalità prelogica” risente della visione evoluzionistica propria dell’antropologia di quel periodo e oggi richiede cautela. L’aspetto ancora interessante riguarda il modo in cui vengono concepiti i confini dell’identità. Il mago rimane uomo e insieme partecipa del coccodrillo, perché entrambi appartengono a un universo nel quale persone, animali, antenati e forze naturali sono legati tra loro.

Un individuo che si percepisce immerso in una simile trama attribuisce il proprio senso soprattutto all’appartenenza e alla funzione svolta all’interno del tutto. La domanda «Quanto valgo io, preso separatamente?» perde gran parte del significato che possiede nella società moderna.

L’individuo contemporaneo, al contrario, è chiamato a costruirsi, raccontarsi, migliorarsi, promuoversi e dimostrare il proprio valore. Il legame con il gruppo resta importante, ma viene spesso subordinato alla realizzazione personale.

L’autostima diventa allora una contabilità dell’io.

Quanto valgo? Quale posto occupo rispetto agli altri? Sono abbastanza?

L’individuo separato dalla trama comune cerca una conferma della propria consistenza.

L’isola abitata dal mondo

L’autostima non nasce dalla solitudine

A questo punto entra in scena Robinson Crusoe.

Abbandonato sulla sua isola, lontano dalla società, dalle classifiche e dalle aspettative, avrebbe avuto una crisi di autostima? Si sarebbe svegliato domandandosi se fosse abbastanza brillante o vincente rispetto a una comunità di naufraghi inesistenti?

Aveva certamente problemi più urgenti: procurarsi il cibo, costruire un riparo e impedire che la propria permanenza tropicale si trasformasse nella peggiore recensione mai scritta su un villaggio vacanze.

Dietro l’ironia si apre una questione più seria. Possiamo immaginare che un essere umano cresciuto fin dall’inizio nella completa solitudine avrebbe coscienza della propria forza, dei propri bisogni e dei propri limiti. Difficilmente, però, trasformerebbe questa conoscenza nella domanda: «Quanto valgo?».

Gli mancherebbe la scala sociale attraverso la quale attribuirsi un valore.

Robinson si trova in una situazione diversa. Arriva sull’isola da adulto e porta con sé il mondo dal quale proviene: una lingua, una religione, una concezione del lavoro, un’idea della proprietà e un preciso modo di distinguere ciò che è utile da ciò che appare superfluo.

Salva strumenti, armi e provviste; tiene un calendario, scrive un diario, organizza il tempo, cataloga ciò che possiede e trasforma progressivamente lo spazio selvaggio in un territorio amministrato.

Persino nella solitudine continua a pensare attraverso le categorie della civiltà che lo ha formato.

L’isola diventa una riproduzione in miniatura della società europea. Robinson è, nello stesso tempo, abitante, legislatore, lavoratore, proprietario e giudice del proprio piccolo mondo.

Lo sguardo degli altri continua a vivere dentro di lui. Il pubblico è assente, ma i suoi criteri sono ormai interiorizzati.

Robinson misura i giorni, le risorse, il lavoro, il territorio e i pericoli. Attraverso la misura ricostruisce l’ordine e difende la propria identità dalla dispersione. Sarebbe difficile immaginare che un uomo abituato a misurare ogni cosa smetta improvvisamente di applicare una misura anche a se stesso.

La società si è ritirata dalla sua vista, lasciando intatta la propria impronta. L’isola appare deserta sul piano geografico; su quello simbolico, è ancora abitata.

Robinson rappresenta così l’individuo moderno: un’isola che porta dentro di sé il continente dal quale si è separata.

Venerdì e il ritorno della gerarchia

L’arrivo di Venerdì interrompe la solitudine e restituisce a Robinson una posizione riconoscibile.

Robinson gli assegna un nome, gli insegna la propria lingua, lo introduce nella propria religione e gli insegna a chiamarlo padrone. L’uno possiede la parola attraverso cui definire il mondo; l’altro deve apprenderla. L’uno attribuisce il nome; l’altro lo riceve.

Dare un nome significa anche esercitare un potere, vale a dire, stabilire come l’altro verrà chiamato e quale posto occuperà nella relazione.

Figlio della cultura coloniale del Settecento, Robinson ricostruisce sull’isola l’ordine dal quale proviene. Venerdì diventa compagno, allievo e servitore, qualcuno da educare e convertire secondo le categorie europee.

Con la sua presenza riappare anche la gerarchia. Robinson può definirsi padrone, maestro e uomo civilizzato perché assegna a Venerdì le posizioni complementari.

Il valore che Robinson attribuisce a se stesso dipende dunque, almeno in parte, dal posto che occupa rispetto all’altro?

Venerdì possiede una storia, una lingua e una rete di appartenenze che il romanzo lascia sullo sfondo. Robinson gli assegna un nuovo nome e una nuova collocazione. La sua differenza viene interpretata attraverso lo sguardo coloniale.

La distanza tra la partecipazione descritta da Lévy-Bruhl e il mondo di Robinson diventa a questo punto evidente. Nel primo caso l’identità riceve senso dal legame con il tutto; nel secondo, Robinson costruisce la propria posizione distinguendo, classificando e ordinando ciò che incontra.

Venerdì diventa anche un termine di paragone. Robinson si riconosce come padrone perché ha davanti un servitore, come maestro perché ha un allievo, come civilizzato perché definisce l’altro selvaggio.

Il confronto, nato come possibilità di conoscenza, diventa uno strumento per assegnare a ciascuno un posto.

L’altro si trasforma in un’unità di misura. Ma torniamo a noi…

Dalla funzione alla graduatoria

Il confronto appartiene alla vita sociale. Attraverso gli altri scopriamo capacità, limiti e possibilità che da soli faticheremmo a riconoscere. Una differenza di capacità, però, può facilmente trasformarsi in una differenza di valore tra le persone.

Un insuccesso nato dentro una circostanza precisa finisce allora per definire l’intera identità. Da «ho fallito» si passa a «sono un fallito». La misura applicata a un comportamento si estende alla persona.

La società contemporanea favorisce continuamente questo passaggio. Il corpo, la carriera, il reddito, la cultura, le relazioni, il tempo libero e persino la felicità vengono esposti, confrontati e quantificati.

L’autostima viene proposta come una protezione da questo sistema, ma spesso ne conserva il metodo. La graduatoria pubblica viene trasferita all’interno dell’individuo, che continua a esaminarsi utilizzando la stessa scala.

Anche l’invito ad amarsi rischia così di diventare un nuovo compito. «Ama te stesso» si aggiunge alla lista delle prestazioni da eseguire bene. Chi attraversa un momento di fragilità può sentirsi inadeguato persino perché non riesce ad avere abbastanza autostima.

La stima può riguardare una capacità, una scelta o un comportamento. Questi aspetti cambiano nel tempo e possono essere valutati. Una persona, però, resta sempre qualcosa di più della somma delle qualità attraverso cui viene giudicata.

Il vero problema, quindi, potrebbe risiedere nel bisogno di attribuire un punteggio complessivo all’intera persona.

Chi ha costruito il metro?

Robinson Crusoe mostra quanto sia difficile sottrarsi alla misura. Anche lontano da tutti, continua a portare con sé il mondo che gli ha insegnato a classificare, ordinare, produrre e possedere.

Venerdì rende visibile l’altra faccia dello stesso meccanismo. Per attribuire a se stesso una posizione, Robinson deve assegnarne una anche all’altro. La stima di sé e la definizione di Venerdì nascono dentro il medesimo sistema di rapporti.

L’autostima appare allora meno come una forza autonoma custodita nel profondo e più come il modo in cui il riconoscimento sociale diventa giudizio interiore. Pensiamo di valutarci da soli, mentre utilizziamo criteri appresi nelle relazioni.

Un Robinson cresciuto completamente solo avrebbe conosciuto la fame, la paura, il desiderio, il dolore, la forza e il limite. La domanda sul proprio valore avrebbe richiesto un altro passaggio: la presenza di uno sguardo esterno, reale oppure interiorizzato.

Il mago che partecipa del coccodrillo e Robinson appartengono a universi lontanissimi. Nel primo, l’identità riceve senso dalla partecipazione; nel secondo, si definisce attraverso il confine, il confronto e la misura.

Forse l’autostima nasce proprio nello spazio aperto da questa separazione. L’individuo, percependosi come un’isola, comincia a domandarsi quanto valga e cerca la risposta nello sguardo degli altri. In seguito porta quello sguardo dentro di sé e lo chiama auto.

Resta allora una domanda.

Chi ha costruito il metro con cui continuiamo a giudicarci?

E perché continuiamo a chiamarlo nostro?

About The Author

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *