IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

BONEFRO E CHRISTIANE BARCHKAUSEN CANALE RICORDANO TINA MODOTTI

Tina-Modotti

Tina-Modotti

di Maurizio Nocera

Quale anno era non lo ricordo più, forse, però, si trattava del 2025; forse era di luglio, penso i primi del mese. Ricordo solo quel tanto che la mia mente fa emergere in superficie da quell’inconscio beffardo e birichino che in ognuno di noi si acquatta e ci resta poi per il resto della vita.

Si trattava del IV Incontro internazionale “Tina Modotti”, dove si annunciava l’avvento del 2026, anno in cui si dava inizio al ricordo della grande fotografa Tina Modotti a partire proprio dalla cittadina molisana Bonefro (Campobasso). Perché proprio a Bonefro? Perché qui da più di 30 anni vive e opera Christiane Barchkhausen Canale, un’intellettuale tedesca, originaria di Berlino (Repubblica Democratica Tedesca); traduttrice nella prima rappresentanza diplomatica di Cuba (1962-1965) e poi in quella del Fronte di Liberazione del Vietnam del Sud (1968-1973). A Bonefro Christiane ha fondato e gestisce l’Archivio “Tina Modotti”. A organizzare l’Incontro l’Associazione “Crea Tina”, la Fondazione “Michelino Trivisonno” ETS Larino e Federazione Internazionale delle Donne Democratiche (FDIF).

Mi è capitato di dover raggiungere Bonefro il 5 e il 6 luglio 2025. Non so quanti conoscono questa realtà. Si tratta di un borgo di mezza montagna molto bello. Solo che lo Stato italiano si è dimenticato di esso altrimenti avrebbe aggiustato le strade che occorre percorrere per raggiungerlo.

Castello di Bonefro

Un tempo Bonefro (631 m slm) contava 5 mila e passa abitanti, oggi appena 1169. Lo spopolamento è stato determinato dalle secolari politiche antipopolari di molti governi centrali (sicuramente dal 1861, anno dell’Unità d’Italia). Architettonicamente in esso risaltano il Castello, la Chiesa Matrice, alcune case antiche e, soprattutto, il Convento di Santa Maria delle Grazie, fondato nel 1716. L’Aria è fresca e molto salubre.

Municipio di Bonefro

Alcune notizie su queste architetture fondamentali: la Chiesa Matrice è intitolata a Santa Maria delle Rose, di origine, forse, romanica e sicuramente normanna. Siamo cioè nell’anno 1000. Altro edificio religioso, che sta al centro della piazza, è la Chiesa di San Nicola, protettore della cittadina. La caratteristica di questa chiesa è la grande (una delle più grandi in Italia) Meridiana, posta sulla facciata, che segna le ore del giorno.

Davanti alla Chiesa Madre si erge maestoso il Castello, o Palazzo Baronale, di presumibile età normanna, quando ancora faceva parte della Contea di Larino. Anche in questo caso siamo ai primi secoli dell’anno 1000. Ha caratteristiche sveve e alcuni attenti sguardi lo rimandano a Castel del Monte in Puglia. Maestose le quattro torri cilindriche e in parte a scarpata, che servivano per il tiro “fiancheggiante”.

Vi sono poi due importanti palazzi signorili: Palazzo Miozzi, presso il quale è ubicato il Museo fotografico permanente dedicato a Tony Vaccaro e il Palazzo Maucieri, entrambi di proprietà comunale. Di notevole interesse anche le Quattro Porte, di probabile origine feudale: Porta Molino, Porta Piè la Terra, Porta Fontana e Porta Nuova. Importanti anche le Fontane cittadine, quella della Terra e quella dei Ciechi.

Scrivevo di notevole importanza il Convento di Santa Maria delle Grazie, originariamente fondato nel Cinquecento e, successivamente, rimaneggiato più volte. Gli è accanto l’antica chiesa dedicata a San Francesco. Oggi il Convento ospita il Museo Etnografico. Più volte ho visitato questo piccolo ma grazioso museo, dove apparentemente vengono custodite reliquie popolari dei secoli passati. Si tratta però di oggetti e ambienti che è difficile trovare in altri musei. Dal suo sito ufficiale leggo: «Costruito in pietra locale, è strutturato su due piani e conserva la struttura e la pianta originale. Fulcro del convento è l’ampio chiostro che conserva la cisterna del 1736. La vita monacale cessò nel 1809, successivamente l’edificio divenne di proprietà comunale e fu adibito a diversi scopi, tra cui caserma militare, carcere civile, scuola pubblica. Attualmente ospita il Museo Etnografico legato alla vita popolare del paese e alle attività lavorative locali».

E qui, in questo piccolo ma magnifico Museo delle tradizioni popolari che, in una celletta monacale, incontro Christiane Barchkhausen Canale, assiduamente accompagnata da Giorgio, il rumeno dallo sguardo triste e dal cuore tenero. In quella cella monacale Christiane ha raccolto l’archivio “Tina Modotti”. È un grande dono che l’intellettuale tedesca ha fatto all’Italia e, forse l’Italia, quella degli intellettuali, non se n’è ancora accorta. Da quanto, io e Ada Donno, conosciamo Christiane? Forse da una quarantina di anni. È stata nostra ospite a Lecce più volte e sempre per presentare i suoi libri, in particolare uno dei suoi più famosi su Tina Modotti. L’ultima edizione ha per titolo Tina Modotti. Verità e leggenda (Asterios edizioni, Le Belle Lettere, Trieste, 2017, pp. 234); la prima edizione invece risale al 1989 ed è in lingua spagnola. È questo – il libro della Barchkhausen s’intende – che non comporta fantasie o dicerie alla buona, ma mostra invece una verità documentale della vita di Tina.  Di questo suo libro Christiane scrive: «Dalla prima edizione […] sono passati diversi anni, in cui l’aspetto politico del mondo è cambiato radicalmente. Da allora sono comparse diverse pubblicazioni con novità a volte effettive, a volte solo apparenti sulla vita di Tina Modotti./ Da qualche anno sono stati aperti gli archivi del Komintern e ho potuto così completare le informazioni sull’attività di Tina negli anni di Mosca e all’interno del Soccorso Rosso Internazionale; sono anche riuscita a realizzare a Berlino […] l’Archivio “Tina Modotti”. […] Nel 1982, quando mi imbattei per la prima volta nel suo nome, c’erano molti comprensibilissimi motivi perché risvegliasse in me un interesse particolare: ero comunista e artista, ero una scrittrice.

Avevo un ideale e sapevo quanto il mondo fosse lontano dal realizzarlo. Sapevo anche, o credevo di sapere, perché era così, e avevo trovato una possibilità di far conoscere ad altri il mio ideale e la mia visione del mondo. Per vent’anni avevo fatto l’interprete in congressi sulla solidarietà internazionale con i combattenti, gli oppressi, gli aggrediti a Cuba, in Vietnam, in Nicaragua o nel Salvador. Erano congressi in cui persone con gli stessi ideali si incontravano, discutevano, prendevano decisioni e tornavano poi ciascuno alla sua organizzazione di solidarietà in patria. Erano congressi di cui a volte non vedevo chiaramente l’utilità per chi lottava a Cuba, in Vietnam o in Nicaragua. Ed è stata questa incertezza, questa insoddisfazione per il contributo che stavo dando a una lotta con cui mi identificavo, che mi portò a chiedere ripetutamente di essere mandata a Cuba o in Vietnam o in Nicaragua. Non volevo stare a parlare sui combattenti, volevo combattere con loro, o costruire con loro una nuova società./ Ma avevo bisogno dell’approvazione del Partito, e il Partito era dell’opinione che quel passo non solo non fosse necessario, ma fosse sbagliato. La linea del Partito era un’altra. Il mio posto era in Germania orientale, mi si diceva. Per me era diverso, per me il mio posto era dovunque nel mondo ci fossero persone che avessero i miei stessi ideali. Ma mi insegnarono che non era così. Ciò che io non sapevo era che c’era stato un periodo in cui in Unione Sovietica un comunista sospettato di “cosmopolitismo” poteva essere condannato come “traditore della patria”. Accettai il “no” del Partito, ma entrai in un crescente conflitto con me stessa, e questo conflitto mi pesava. Però non mi sarebbe mai passato per la mente di andare semplicemente là dove avrei voluto, di fare semplicemente ciò di cui ero convinta. Non mi venne in mente di dire “io”. Il “noi” con cui ero cresciuta era più forte./ In seguito – a quarant’anni – trovai una possibilità di risolvere questo conflitto. Scoprii che potevo scrivere e ciò che scrivevo piaceva alla gente del mio paese: cominciai a scrivere libri su Cuba, sul Nicaragua, sul Messico, sulle lotte nel mondo e sulle persone che lottavano. Ora, nella mia veste di scrittrice, avevo il permesso di andare a trovare queste persone nella loro patria, conoscere da vicino le loro lotte e farli conoscere attraverso i miei scritti. […] Avevo quarantadue anni e continuavo a chiedermi a se la rinuncia all’arte mi sarebbe riuscita sopportabile. Mi trovavo in Nicaragua, quando lessi su un giornale la storia di una donna che alcuni decenni prima perseguiva il mio stesso ideale, era comunista e artista e – da un giorno all’altro – aveva rinunciato alla sua vita d’artista. Aveva scelto di lavorare in un’organizzazione di solidarietà. In seguito era andata in Spagna – che era il Vietnam, il Nicaragua del suo tempo – e aveva combattuto come tutti gli altri.

Con l’approvazione del Partito./ Che cos’era che mi legava a Tina Modotti? Era – ma questo l’ho capito molto più tardi – l’invidia. Ero invidiosa di questa donna che aveva risolto la scelta tra arte e vita – vita significava in quel periodo soprattutto di lotta – apparentemente senza conflitti, mentre io non ero capace di trovare in me una risposta. Ero anche invidiosa di un’epoca in cui i comunisti erano nella loro patria dovunque si lottasse./ Come ho detto, avevo quarantadue anni e lessi che questa Tina Modotti, per me allora una sconosciuta, era morta a quarantasei anni. Mi chiedevo se alla fine della sua vita avesse trovato la risposta a tutti i dubbi, a tutte le domande, e se considerasse la sua vita come “compiuta”.

Questo era ciò che decisi di scoprire e da allora la sua vita non uscì più dalla mia. Oggi so che l’oggetto vero delle mie ricerche non era la verità su Tina, ma la verità su me stessa. Furono soprattutto i materiali trovati negli archivi di Mosca a farmi capire che anche per Tina l’alternativa tra la vita dell’artista e quella della comunista deve essersi posta, almeno in qualche momento, in modo conflittuale. […] Nel 1987, quando terminai la stesura del libro, ero cosciente delle domande che restavano aperte, soprattutto riguardo all’attività di Tina nel movimento comunista. […] Le mie ricerche degli ultimi anni, svoltesi più che altro negli archivi moscoviti, hanno aggiunto solo poche informazioni, che ho riportato alla fine dei rispettivi capitoli, presentandole per quelle che sono: notizie che non avevo all’epoca della prima stesura, tra il 1982 e il 1987» (pp. 11-14).

Sono ben cosciente che la citazione del libro di Christiane è lunga, ma è questa la sola fonte attendibile per comprendere la vita e il dramma dell’italiana Tina Modotti, grande fotografa e appassionata militante di un ideale che mai tradì.

Nella prima pagina del libro c’è una dedica: «Per Mauricio e Ada, come mostra [dimostrazione] di una grande amikizia [amicizia] e ringraziamento per tutto [quello] che avete fatto per Tina./ Christiane./ Bonefro, 6/7/2025».

Il libro è stato tradotto dal tedesco da Bruna Manai e Christiane l’ha voluto aprire con un esergo di Anna Seghers del febbraio 1942, che dice: «I nostri amici dicono che Tina è morta. Non ho forse visto con i miei occhi la terra gettata da diverse mani sulla sua tomba? Non ho forse visto io stessa il suo viso minuto e taciturno nella bara, questa orribile e inevitabile compagna?/ Ma Tina è sempre stata silenziosa. Perciò mi sembra che il suo silenzio sia ora solo più duraturo. Certo un giorno siederà, zitta e pallida, in un angolo della nave che ci riporterà ciascuno al suo paese d’origine. Quando i muri parleranno, quando i ciechi vedranno, quando gli ultimi saranno i primi, quando i nostri morti risorgeranno, la piccola silenziosa ombra di Tina, piena di tristezza, verrà salutata con entusiasmo dal suo popolo» (p. 6).

Riporto, uno per uno, i capitoli dell’indice come dimostrazione della grandissima ricerca di Christiane Barckhausen: 1. Italia e Austria: 1896-1913. Il calore della famiglia; 2. Stati Uniti: 1913-1930. Sete di sapere; 3. Messico: 1923-1930. Amici e maestri; 4. Sull’Edam: Febbraio-Marzo 1930. Traversata verso l’ignoto; 5. Berlino: Aprile-Ottobre 1930. La decisione; 6. Mosca-Parigi-Mosca: 1930-1935. Al servizio del Soccorso Rosso Internazionale; 7. Spagna: 1936-1939. Tina Alias Maria Alias Carmen; 8. Messico: 1939-1942. Una vita quieta, una morte sommessa; 9. Appendice.

Le capacità scrittorie di Christiane Barchkhausen sono indubitabilmente evidenti e fascinose, e attraggono il lettore o la lettrice in un ambito molto coinvolgente. Personalmente non me la sento, qui, di affrontare e citare passi significativi del libro, ma di un capitolo a me caro, questo sì. Si tratta dell’ultimo – Messico: 1939-1942. Una vita quieta, una morte sommessa – dove Christiane mostra tutto il suo pathos verso quella che ormai per lei non è più l’oggetto di una ricerca su una figura prestigiosa della storia mondiale – Tina Modotti – ma si tratta di una presa di coscienza, in primo luogo sua, su una questione oserei dire personale. In fondo, su Tina, Christiane pone delle domande e spesso si dà delle risposte, perché poi è a partire da esse che lei stessa acquisisce il senso della propria vita.

Dunque Tina partecipa, sia pure a fasi alterne, alla guerra civile di Spagna. Ovviamente dalla parte dei Repubblicani, ma è poi in Messico che trascorre il suo ultimissimo periodo di vita. Su questo periodo Christiane raccoglie molte testimonianze, tutte commoventi e colme di tristezza. In queste pagine compaiono i nomi di molti personaggi che hanno fatto la storia degli anni del secondo conflitto mondiale. Scrive Barchkhause: A Città del Messico «nel frattempo si era costituito un gruppo di amici che si riuniva da Pablo Neruda. Ne faceva parte, assieme a spagnoli, cileni, messicani, la scrittrice tedesca Anna Seghers, di cui Vidali [Vittorio, alias Carlos, comandante militare di una brigata repubblicana nella guerra civile spagnola] dice che non arrivava mai […] a mani vuote. Del suo elogio funebre per Tina, che qui sopra è trascritto, non è stata mai trovata la versione tedesca. […] Il Capodanno del 1941 fu festeggiato a casa di Pablo Neruda. A mezzanotte latinoamericani, italiani, francesi, tedeschi, polacchi, svizzeri, cecoslovacchi, rumeni e spagnoli cantarono insieme l’Internazionale. […] Le ultime ore di Tina si possono ricostruire senza lacune. Adelina Zendejas ricorda: “In quel periodo [Tina] si adoperava instancabilmente per i bambini spagnoli rifugiati in Messico”. La sera di quello stesso giorno, il 5 gennaio 1942, Tina e il suo compagno [Vittorio Vidali] erano ospiti di Hannes Meyer, ex architetto del Bauhaus. Vidali dovette lasciare il gruppo abbastanza presto, perché voleva finire di scrivere un articolo. Nacho Aguirre, amico di Tina degli anni Venti, ricorda che proprio quel giorno era tornato da un lungo soggiorno negli Stati Uniti, e fu svegliato di sorpresa dal suo vicino Hannes Meyer: “Mi invitò ad andare a trovarlo. Disse che Tina Modotti era da lui, e che avremmo potuto prendere un caffè… Stavamo a chiacchierare insieme del più e del meno quando a un certo punto Tina disse che si sentiva poco bene. Può darsi che all’inizio non l’abbiamo presa sul serio, comunque ripeté quello che aveva detto una o due volte. Poi si alzò e disse che preferiva tornare a casa e se le potevo chiamare un taxi. Scesi con lei e fermai il primo tassi che passò. ‘Ce la fai?’, le chiesi aiutandola a salire. Annui senza parlare. Fui l’ultimo a vederla viva”. Tina diede l’indirizzo dell’Ospedale Generale che era proprio di fronte a casa sua. Poco dopo il tassista sentì che la donna nel sedile posteriore si lamentava sommessamente.

Vide che aveva rovesciato indietro la testa e si allarmò. Raggiunse a tutta velocità l’indirizzo richiesto e disse: “Signora, ci siamo”./ Quando vide che Tina non accennava a scendere, si alzò e aprì lo sportello di dietro ripetendo: “Signora, siamo arrivati”. Poi avvertì i medici, ma era troppo tardi. Gli dissero di portare la sconosciuta alla Croce Verde. Un reporter, che stava lì ad aspettare qualche caso per la cronaca locale, vide come fu aperta la borsetta della donna ormai morta e stabilita la sua identità. Poco dopo andò a svegliare Vidali che dormiva: “Carlos venne a casa mia alle 4 del mattino e mi chiese di andare alla Croce Verde al suo posto, per identificarla”, dice Isabel Carbajai. “Il viso di Tina aveva un’espressione di profonda tranquillità. […] Nel 1979 il cileno Luis Enrique Délano scrive al riguardo: “Conobbi Tina nel 1940, in occasione delle sue frequenti visite alla casa di Pablo Neruda, in compagnia del Comandante Carlos. Ma facevo difficoltà a riconoscere in questa donna pallida, bella e taciturna, che noi chiamavano semplicemente Maria, la leggendaria Tina Modotti. Non mi fu possibile andare al funerale, ma Pablo Neruda mi raccontò come era andato. ‘E Carlos?’, chiesi. Carlos non si era fatto vedere al cimitero. ‘Gli è successo quello che succede spesso agli uomini forti e duri’, disse Neruda. ‘Un’esperienza così li annienta’”. […] Mentre gli amici vegliavano la salma di Tina in una camera ardente di ultima categoria, la stampa messicana scatenò, come già aveva fatto tredici anni prima, una spietata campagna, manovrata questa volta dai troskisti spagnoli che vivevano in Messico. Il loro obiettivo era di colpire i comunisti nella persona di Tina, che essi amavano e rispettavano. […] Qualche giorno dopo gli attacchi del giornale divennero più diretti: La morte di Tina Modotti ripete il modello delle liquidazioni dei comunisti […] Il giornalista suggeriva dunque non solo l’immagine di una donna coinvolta in numerosi omicidi, corrotta e perfida, ma arrivava fino a rappresentarla come tirapiedi e spia dei fascisti./ Si arrivò a mettere in dubbio che fosse malata di cuore. […] Pochi giorni dopo la morte di Tina, Pablo Neruda scrisse una poesia, che mandò alla redazione di diversi importanti giornali messicani. La pubblicazione di questa poesia mise fine per il momento alla campagna diffamatoria» (pp. 217, 219-223).

Luis-Endelman-Christiane-Barchkhausen-Ada-Donno

Al IV Incontro internazionale “Tina Modotti”, ha portato il suo contributo Ada Donno, Vicepresidente mondiale della Federazione Democratica delle Donne (FDIM), che ha annunciato la Proclamazione del 2026 come Anno di Tina Modotti con le seguenti parole: «L’8 maggio 2025, la segreteria internazionale della FDIM riunita in sessione ordinaria online, su proposta del Comitato internazionale permanente di omaggio a Tina, ha deliberato di proclamare il 2026 “Anno di Tina Modotti” e di darne comunicazione pubblica nell’ambito del IV Incontro internazionale Tina Modotti (Udine, 1896 – Città del Messico, 1942) , Bonefro (Cb) il 5-6 luglio 2025». Dal 1942 sono passati 130 anni di fotografia e rivoluzione”.

Luis-Endelman-Christiane-Barchkhausen-Ada-Donno

POESIA DI PABLO NERUDA

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:

forse il tuo cuore sente crescere la rosa

di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa. 

La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:

ti sei messa una nuova veste di semente profonda

e il tuo soave silenzio si colma di radici.

Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita.

Di ape ombra fuoco neve silenzio spuma

d’acciaio linea polline si è fatta la tua ferrea,

la tua delicata struttura.

Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato

ancora protende la penna e la sua anima insanguinata

come se tu potessi ancora, sorella, risollevarti

e non sorridere sopra il fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino

nella mia patria di neve perché alla tua purezza

non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:

laggiù starai tranquilla.

Non odi un passo, un passo pieno di passi

qualcosa di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?

Non odi un passo fermo di soldato nella neve?

Sorella, sono i tuoi passi.

Verranno un giorno sulla tua piccola tomba

prima che le rose di ieri si disperdano

verranno a vedere quelli di una volta, domani

là dove sta bruciando il tuo silenzio.

Un mondo marcia, verso il luogo dove tu andavi, sorella.

Avanzano ogni giorno i canti della tua bocca

nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.

Il tuo cuore era audace.

Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade

polverose, qualcosa si mormora e passa

qualcosa torna alla fiamma del tuo popolo colore dell’oro,

qualcosa si desta e canta.

Sono i tuoi, sorella, quelli che oggi dicono il tuo nome

quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra

con il tuo nome altri nomi taciamo e diciamo.

Perché il fuoco non muore.


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