IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Candilòra-mu, Candilòra-mu. La Fiera della Candelora del 2 di febbraio a Martano

la candelora

di Paolo Protopapa

Lo vedevo passare da via degli Uffici (allora via Giulio Cesare) enorme e con un cappello a falde larghe, incardinato sul sedile capiente di un biroccio lucidato a festa e trainato da un focoso destriero. Se allungava da via Salvatore Trinchese, mesciu ‘Ntonucciu Trinchese lo salutava col calore tipico di una conoscenza antica, perché Giuseppe di Muro a Martano non si perdeva neppure un giorno di mercato ‘de la martidìa’, figuriamoci la Candilòra del 2 febbraio. Suo padre, mi raccontò su nipote Angiolino Rinaldi (fratello del mio grande amico Guerino) era stato il più grande e grosso uomo di Taurisano, una montagna di muscoli e ossa di due quintali che parlava ai cavalli dai suoi due metri guardandoli in faccia.
Alla vigilia nel primo pomeriggio del primo febbraio, Giuseppe si appoggiava dal fratello Vincenzo, vicino alla Cardatura, sotto la splendida trifora settecentesca di Palazzo Coluccia, tra i due gioielli architettonici dei Palazzi Sergio e Micali. Di sera, poi, non poteva mancare la visita alla via Zaca all’anziano Rocco Bevilacqua, capo riconosciuto e autorevole che incuteva rispetto sin dal tono imperioso della voce. Era qui, nell’ampio cortile tra il viale alberato di oleandri di viale San Vincenzo e la vecchia Zaca, che i due visionavano i cavalli, scartando quelli da macello dagli altri destinati al mercato e al traino. L’amore per i cavalli, la specialissima familiarità che si stabilisce con questo umanissimo quadrupede, furono alla base del legame che mio nonno ‘Ntonucciu e Compare Roccu avevano tra loro, ma anche con Peppino Murese, Caracci e tanti Romi, gente agile di mente e di corpo, stanziali da secoli in paese. Anche le Cronache ottocentesche raccontano di Torre Paduli dove si distinguevano e vincevano nella ronda delle spade i Romi di Martano.
A Martano, piccola capitale della Grecia Salentina – come la riconobbe Oronzo Parlangeli – borgo grosso di grandi artigiani e bei palazzi signorili e borghesi, a Candelora venivano da ogni parte. Soprattutto scaltrissimi sensàli e mediatori, che suggellavano i contratti con solenni strette di mano e formule segrete in lingua Serpentina, tristemente trascurata e anch’essa ‘idioma tagliato’ che avremmo il dovere di salvare e onorare come tutte le lingue madri. Con la naturale dissimulazione di attori consumati, i mercanti insinuati tra i venditori di bestie sul largo Pozzelle, intuendo il valore dell’animale con rapido palpeggio ed uno sguardo arguto nelle fauci indocili, recitavano il mestiere. Si diceva che sino agli anni Quaranta del Novecento i mercanti alloggiassero negli androni di casa Mancarella, in via Circolare, poi Marconi. E che lì, nella febbrile e godereccia attesa della grande Fiera, consumassero bisbocce pantagrueliche, frammiste a risse titaniche, ormai placate da decenni.
La fiera oggi è un grosso e ricco mercato, impersonale e, per tanti aspetti, anonimo, omologato in mercificazione greve. Allora era per me (e per noi della fine ’40 e dei primi ’50) specialmente la gente. Anzi “la ggentaja’, tanto per caratterizzarla con un innocente e solo apparente dispregiativo che, invece, ingenuamente ne sottolineava la magica quantità. La gente forestiera e quel nugolo chiassoso di parenti che si accasava da noi festosamente per usare il dono ospitale che solo all’Assunta, Madonna patrona e devota, si poteva ripetere. Facce forestiere e facce note e familiari, dai caprai di Martina agli impagliatori di sedie: Candilòra-mu, Candilòra-mu, come la sera antecedente ci sussurrava, ieratica e rugosa, la nonna di Cesarino Assunta Ballata-Stomeo, Mesciunardùccena. Che con quella “Seggia na kaìso” mi incuriosiva e complicava la rima baciata con ‘Paradìso”, dove ci saremmo seduti.

È questo film di immagini, di figure frantumate, di assenze risorgenti la Candelora del mio ricordo, che ora il tessuto tenace e un po’ disperato della nostalgia cerca di ordire. I calessi che urgono lungo le Pozzelle accanto ai camion che scaricano ovini, vitelli, cavalli. Il grugnito aspro dei maiali disorientati, simile al lamento malato del cantastorie siciliano che piange strozzato la tragedia di Turi Giuliano a Montelepre, eroe miserabile e popolare dopo la strage dei comunisti a Portella della Ginestra. E sulla vecchia Circolare-Marconi o in Piazza i Castrignanesi e i Novolesi, già nominati dal quasi martanese Cosimo De Giorgi nei suoi Bozzetti, che sciorinano percalle e pizzo San Gallo per ammaliare giovani ‘carùse’ in procinto di sposare.
L’artiere scaparo ultimava ‘pursiane’ (prussiane) e scarpini odorosi di pece; poi sistemava le tavole e avvolgeva il telo marrone della baracca, che avrebbe montato accanto a quella di Riccardo Margari vicino la ‘SSunta Lucia. Perché Candelora era giorno di lavoro, come Ognissanti a Carpignano, Lu Panìri a Palmariggi, la Madonna a Sanarica e ogni settimana al mercato de ‘lu Bbuciardu’. Insomma era ‘Chiazza china’, dopo una preparazione faticosa e nervosa, poco gradita ai garzoni ansiosi per la riuscita e qualche moneta rara.

Per la sarta ricamatrice la Candelora era insieme lavoro e chiesa: consegnare le ‘portate’ apparecchiate con cura maniacale e custodire le candele benedette nel rito della Purificazione, buone a proteggere dall’angoscia dei temporali. A primo meriggio, tra profumi di resina e suola ti sorprendevi a spiare l’astuto Gallipolino venditore di Scapèce, che spruzzava d’aceto ‘pupìddhi e cornali’ e intanto pregustavi il il film di mattina all’Arcobaleno dei Cazzato. ‘Ercole e la regina di Lidia’ con Steve Reves e Liana Orfei, sgranocchiando pastiddhe e sgusciando lupini salati con Bbulogno, Giovanni, Tommaso, Alfredo e Franco.

Poi di corsa alle giostre dei Mantovano, a urtarsi nel gorgo di vetture impazzite sotto il vigile sguardo di Uccio ‘lu forzutu’, l’unico in grado di rabbonire un padrone del Nord perennemente imbufalito e blasfemo. A due passi le campane dell’Assunta chiamavano le devote infreddolite alle liturgie vespertine. Impossibile da anziani ricreare quella gioia assoluta e solare, quell’ardore totale di vita e di gioco che neppure la tristezza serale di una festa finita riusciva a domare. Quando a giorno concluso la sferza tagliente del maestrale disperdeva gli ultimi ubriachi che bestemmiavano in Griko tra la Terra e via Roma. Nell’angolo breve della Porteddha, che una volta serrava un piccolo cuore di paese.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Rivista online Il Pensiero Mediterraneo - Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Genova - Lecce - Marsala - Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. | Newsphere di AF themes.