“Cantico alla rosellina della Sila” di Lidia Caputo

Lidia Caputo
Tra poesia, memoria e spiritualità della natura
La poesia “Cantico alla rosellina della Sila” di Lidia è un delicato inno alla natura, nel quale il paesaggio della Sila non costituisce un semplice sfondo, ma diviene protagonista di un’esperienza umana e spirituale. Attraverso un linguaggio limpido, ricco di immagini e di richiami alla classicità, l’autrice racconta un episodio realmente vissuto che si trasforma in una meditazione sul misterioso rapporto tra l’uomo e il creato.
Il motto virgiliano “Omnia vincit Amor” (“L’amore vince ogni cosa”) non è soltanto un’elegante citazione iniziale: rappresenta la chiave interpretativa dell’intera composizione. L’amore evocato da Virgilio non è qui soltanto sentimento umano, ma forza universale che permea la natura, anima gli alberi, i fiori, gli animali e si manifesta persino nel gesto salvifico di un umile cespuglio di rose canine.
Lidia conduce il lettore nel cuore della Sila Grande, terra di antiche foreste, di silenzi e di luce, dove ogni elemento naturale sembra custodire una presenza benevola. La poesia diventa così un piccolo cantico francescano moderno, nel quale la semplicità dei fiori più umili assume una grandezza morale superiore alla bellezza appariscente.
Cantico alla rosellina della Sila
“Omnia vincit Amor”
Virgilio, Egloghe, X
Tra i rami intrecciati
dei pini secolari
filtravano barbagli
di un limpido sole,
scalpitavano i puledri
nel virgiliano pianoro
della Sila Grande,
punteggiato da papaveri
ardenti e candidi narcisi.
Una corona di abeti
dalle giogaie si stagliava
verso il terso orizzonte.
D’improvviso batté
il mio cuore all’impazzata,
come quello
dell’allodola minacciata
dall’aquila reale quando,
ai piedi dei “Giganti della Sila”,
sull’erba rugiadosa scivolai.
Rimbalzando in aria,
invocavo aiuto
e mi ritrovai adagiata
mollemente su un cespuglio
di rose canine
che dolcemente mi accolsero,
come un morbido cuscino
odoroso, maternamente
proteggendo la mia incolumità.
Roselline di maggio,
umili e delicate,
la vostra soave fragranza
di fragolina montana
non può competere
con l’inebriante profumo
delle superbe rose
della vicina “Area delle Fate,”
ma i vostri stami d’oro,
le corolle iridate
come un arcobaleno,
le foglie tenere
e le minuscole spine
cantano un amore
sublime e invincibile
per ogni creatura.
La poesia si presenta come un raffinato esempio di lirica naturalistica nella quale esperienza personale, memoria e contemplazione si fondono in un unico movimento poetico. L’autrice non descrive semplicemente un paesaggio, ma lo vive interiormente, instaurando con esso un dialogo che assume progressivamente i toni della rivelazione. Fin dai primi versi emerge una sensibilità pittorica. I “barbagli di un limpido sole” che filtrano tra i pini secolari costruiscono una scena luminosa, quasi impressionistica, mentre il movimento dei puledri dona vitalità al paesaggio. La Sila appare così come un luogo primigenio, ancora intatto, nel quale la natura conserva la propria purezza originaria.
Il riferimento al “virgiliano pianoro” costituisce molto più di una semplice citazione colta. L’autrice colloca idealmente il suo racconto entro la tradizione della poesia bucolica latina, richiamando quel mondo pastorale in cui uomo e natura convivono in perfetta armonia. La presenza dell’epigrafe “Omnia vincit Amor” rafforza ulteriormente questa scelta culturale, suggerendo che la vicenda narrata sarà letta attraverso la lente dell’amore universale. Il punto culminante della lirica coincide con la caduta sull’erba rugiadosa. L’episodio, apparentemente banale, acquista una forte valenza simbolica. La natura non è indifferente al destino dell’essere umano: accoglie, protegge e consola. Il cespuglio di rose canine diventa quasi una figura materna, come testimonia l’avverbio “maternamente”, probabilmente uno dei termini più significativi dell’intera composizione.
Di particolare efficacia è il contrasto tra le modeste rose canine e le “superbe rose” dell’Area delle Fate. La poesia propone una riflessione che supera il dato botanico per assumere un significato etico. La bellezza autentica non coincide necessariamente con lo splendore esteriore. L’umiltà delle roselline diventa il vero valore da celebrare.
La descrizione finale è costruita con immagini di delicata precisione: gli stami d’oro, le corolle iridate, le foglie tenere, le minuscole spine. Ogni particolare contribuisce a costruire un ritratto che unisce realismo botanico e contemplazione spirituale. Le spine stesse, normalmente simbolo di sofferenza, entrano armoniosamente nell’insieme, ricordando che la bellezza autentica non è mai priva di sacrificio.
Pompeo Maritati