IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Caro amico tifoso

Calcio pallone

di Paolo Protopapa

Andremo lontano. Dobbiamo crederci per forza. Non ci resta che credere. Altrimenti tifiamo Inter o Real e andiamo sul sicuro. Chi tifa se ragiona troppo, non è tifoso, ma critico sportivo. E un po’, certo, lo siamo. Se esageriamo, però, diventiamo come Antonio G., cioè ci trasformiamo in giudici permanenti effettivi, che da una squadra di pallone pretendono “la ben rotonda verità”. Un po’ come pretendere dalla Punta di Sant’Andrea il salottino agghindato senza alghe per il nostro ludibrio.

Quindi, da una parte, aspiriamo al meglio – senza però esagerare -, ma realisticamente dobbiamo partecipare agli sforzi di inclusione empatica comune, volta ad ottenere risultati. Anche perché non solo non siamo allenatori, ma non fummo neanche discreti calciatori. Un grande pensatore, Karl Reimund Popper, chiese a noi tutti, umanità dolente e provvisoria, se facciamo parte della vita collettiva, oppure, a seconda delle nostre utilità e convenienze “entriamo ed usciamo dall’affresco che ci dipinge”.

Voleva costringerci, Popper, insomma, ad assumerci in prima persona le responsabilità delle cose, cioè delle nostre scelte e di non trasformare la normalità delle critiche in una iattanza di giudizio, altero o inappellabile. Non pensava al football, bensì alla politica che contrapponeva alla scienza.
Ora, facciamo anche noi qualcosa di analogo ed estendiamolo a tutti i campi della nostra pratica esistenziale. Giudichiamo, ma ragioniamo; critichiamo, ma interagiamo. Insomma, sentiamoci parte di un insieme, non ‘fenomeni’ presuntuosi che appuntiamo lo sguardo per uscire indenni dai fatti che accadono. Ecco, pensa ad uno come Capello, oppure Travaglio, oppure Meloni, oppure Salvini, oppure Montanari, Grillo, oppure ai tanti Soloni ‘senza macchia e senza paura’. Essi sbagliano non nel giudicare, poiché non se ne può fare a meno.

Sbagliano nel non porsi la riserva metodologica del se e del ma, aprendosi generosamente al futuro imponderabile delle cose. Dentro il quale stiamo tutti, sia chi sbaglia, sia chi indovina. Compreso il Milan, squadra di uomini, non più di eroi o di santi. “Umano, troppo umano”, direbbe quel galantuomo di Frederick Nietzsche.


About The Author

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *