IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Caterina de’ Medici e l’arte invisibile del profumo

Caterina de’ Medici e l’arte invisibile del profumo

Di Simona Mazza

Prima ancora di diventare un vezzo di lusso, il profumo appartiene alla storia del sacro, della medicina, della corte e persino dell’aria. Dentro questa vicenda secolare si inserisce Caterina de’ Medici, che nel 1533 porta in Francia una fragranza destinata a sopravvivere ai secoli

Un salto nel passato

Il profumo di Caterina

La storia del profumo affonda in un passato remotissimo e si lascia seguire lungo più civiltà. L’Egitto faraonico occupa un posto eminente, perché ha consegnato testimonianze vastissime sull’uso di resine, balsami, unguenti, oli profumati e sostanze aromatiche impiegate nei culti, nella vita di corte, nella cosmesi, nella cura del corpo e nelle pratiche funerarie. Tuttavia il mondo egizio, da solo, non esaurisce l’origine del profumo. Anche la Mesopotamia, il Levante, l’area persiana, il mondo greco e poi quello romano partecipano a una lunga elaborazione di aromi, essenze, fumigazioni e acque odorose che accompagna la storia del Mediterraneo e del Vicino Oriente.

Già l’etimologia aiuta a capire la profondità di questa vicenda. Il termine rinvia al latino per fumum, cioè “attraverso il fumo”, e conserva la memoria di una materia odorosa che si diffonde nell’aria per combustione, sale, avvolge, consacra e purifica. All’inizio, dunque, prevale l’aspetto rituale. L’aroma si lega alla sfera divina, alla dignità del corpo, alla qualità degli spazi e alla rappresentazione del rango.

Per questa ragione il profumo, nelle società antiche, possiede un significato molto più ampio di quello che avrebbe assunto in età contemporanea. Parla di ricchezza, certo, ma anche di civiltà materiale, di ordine, di distinzione, di rapporto con il sacro, di cura della persona e dell’ambiente.

Il Medioevo e la paura dell’aria corrotta

Con il Medioevo e poi con la prima età moderna, la cultura degli aromi acquista una sfumatura ulteriore, che oggi appare particolarmente interessante. In un’epoca in cui la riflessione medica attribuisce enorme importanza alla qualità dell’aria, il profumo entra nella vita quotidiana anche come presidio di salubrità.

Ed è qui che entra in scena la teoria dei miasmi, destinata a durare per secoli. Secondo questa concezione, molte malattie nascevano da esalazioni corrotte, da vapori impuri, da effluvi provenienti da acque stagnanti, rifiuti, materiali in decomposizione, luoghi angusti e malsani. L’aria diventava così un veicolo decisivo di equilibrio oppure di contagio. Respirare significava esporsi a un ambiente capace di giovare oppure di ledere.

In un quadro simile, sostanze odorose, erbe aromatiche, fumigazioni, acque distillate, sacchetti di spezie, pomi ambrati e preparazioni balsamiche godevano di una considerazione altissima. Purificare l’aria, renderla più tersa, correggerne la corruzione apparente significava proteggere il corpo e migliorare la qualità della vita. Il profumo si collocava quindi in una zona di confine tra igiene, medicina, religione, costume e rappresentazione sociale.

Anche il profumiere, per questa ragione, apparteneva a una genealogia assai diversa da quella del creatore mondano di fragranze. La sua figura si accostava piuttosto allo speziale, all’officina, al sapere farmaceutico, alla conoscenza delle resine, delle erbe, dei fiori, delle distillazioni, delle virtù terapeutiche delle sostanze. L’aroma nasce a lungo in questo spazio colto e tecnico, dove la bellezza dell’odore convive con la sua utilità.

Firenze, i Medici e l’intelligenza della corte

Quando il Rinascimento italiano raggiunge il suo apice, soprattutto a Firenze, il profumo entra in una civiltà della presenza estremamente consapevole. Il corpo, l’abito, il gioiello, il tessuto, il colore, il gesto, il portamento, tutto contribuisce a costruire un’immagine pubblica. In questo universo l’odore acquista una funzione sottile e preziosa, perché la scia fissa quasi una memoria olfattiva della persona.

È in questa cultura che cresce Caterina de’ Medici. Nata a Firenze nel 1519, appartiene a una famiglia di ricchezza sterminata, di influenza europea, di gusto magnifico, di finissima intelligenza politica. Il suo ingresso nella scena francese avviene nel 1533, quando, a quattordici anni, sposa a Marsiglia Enrico d’Orléans, secondogenito di Francesco I e futuro Enrico II.

Le cronache insistono spesso sul confronto con Diana de Poitiers, già figura di enorme rilievo nell’orbita del giovane Enrico e destinata a esercitare su di lui un ascendente duraturo. Dentro una corte simile ogni particolare pesa. Sceglie pertanto di giocare una carta più sottile, più intelligente e memorabile.

Una fragranza per le nozze

Secondo la tradizione tramandata dall’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella, fu proprio in occasione di quelle nozze che venne preparata per Caterina una fragranza destinata a entrare nella storia. Quell’essenza viene identificata con Acqua della Regina, ancora oggi in produzione e considerata la più antica fragranza della maison fiorentina.

La notizia affascina per una ragione ulteriore, oltre alla sua longevità. Quelle nozze costituiscono infatti uno dei momenti più delicati della vita di Caterina. La giovane fiorentina arriva in Francia come sposa di altissimo rango, ma anche come presenza da valutare, da collocare, da giudicare. Il matrimonio con Enrico d’Orléans la introduce in una corte splendida e insidiosa, dove grazia, lignaggio e prestigio concorrono tutti a stabilire gerarchie e influenza.

Proprio qui il profumo acquista un valore speciale. Caterina, che già allora mostra una notevole comprensione delle dinamiche di corte, sembra intuire con precisione quanto anche l’elemento olfattivo possa concorrere a darle una fisionomia distinta e riconoscibile.

E a questo punto la curiosità diventa inevitabile. Che cosa conteneva, dunque, quella fragranza pensata per accompagnare una ragazza di quattordici anni verso il suo ingresso nella corte di Francia? Quale immagine di sé affidava Caterina a quell’essenza destinata a rappresentarla?

Che cosa raccontava Acqua della Regina

La composizione racconta già molto del proprio tempo. Gli agrumi le danno carattere inconfondibile, il neroli, cioè l’essenza ricavata dal fiore d’arancio amaro, introduce una nota morbida, elegante, quasi setosa. Lavanda e rosmarino rimandano a una tradizione officinale e domestica insieme, conferendo all’insieme una pulizia vivace e una freschezza equilibrata.

In questa struttura si riconosce Firenze: la cultura degli agrumi, delle distillazioni, delle officine, dei giardini medicei, nonché un’idea di eleganza fondata sulla misura. 

Insomma, dentro questa storia Caterina de’ Medici occupa un posto molto preciso. Nel suo ingresso alla corte di Francia si riconosce già una finissima intelligenza del prestigio e della presenza. Anche il profumo rientra in questo sapere di corte. Per questo quella fragranza ha attraversato i secoli e ancora oggi richiama con immediatezza un’epoca e una figura.

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