IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

C’era una volta un mare a Sant’Andrea

Sant Andrea Lecce

Le case in alto dell’antica foto sono quelle attuali della parte di Sant’Andrea che ricadono nella giurisdizione di Otranto, mentre quelle a sud, a sinistra del faro, appartengono al feudo di Melendugno e sono proprietà di martanesi e di famiglie di Borgagne. Si trovano a ridosso della gravina ubertosa dove per millenni scorse il Califona (bel suono), che scavò la pietra e faceva cantare la sorgente davanti al gelso moro, fluente di acqua pura. Come si vede nella straordinaria foto in bianco e nero, non è estate, ma primavera; e alcune persone della famigliola in gita, indossano la giacca e la camicia nera a maniche lunghe. Siamo nei tardi anni Venti del ‘900, esattamente novantotto anni fa e il bianco e nero dona magia di luce. Nella prima foto in alto si possono contare otto barche; nella foto inferiore, quella con l’enigmatico Tafaluro, quattro o cinque natanti. La peculiarità e preziosa rarità delle foto – oltre il loro fascino sentimentale – è che il Tafaluro, non ancora isola, appare legato a sud, verso sinistra, alla spiaggetta di alghe mediante scogli affioranti per almeno 60-70 centimetri. La famigliola giù a sinistra attesta che esisteva, pienamente agibile, una scaletta (oggi crollata e quasi inesistente), da cui si accedeva agli attuali Giardinetti, confinanti – come noi lo battezzammo – con lo scrigno verde azzurro del Bagno della Regina.

Dal frastaglio della costa e dai monconi appuntiti di scogli sparsi si comprende agevolmente il processo rapido di metamorfosi della falesia tufacea che, circa venti anni dopo (fine anni Cinquanta), si era ridotta al Tafaluro e all’approdo ai Giardinetti, reso accessibile dal mare e dalla sola spiaggia. Anche il numero cospicuo di barche e gli ultimi pescatori che abitavano le case e le poche grotte, dimostrano una modesta, ma vivace attività di pesca quotidiana. Pochi di noi, ormai, ricordano i loro nomi, Lu Trecca, Niceta, Damianu, Totu. Tutti melendugnoti, che alla accorsata e ventosa San Foca preferirono la mitezza protetta e intima di Sant’Andrea. La trattoria del martanese, ex finanziere, Giovanni Bispini prima e del borgagnese Pantaleo Verri dopo, fu il ristoro confortevole, nel caldo e nel freddo delle epoche lontane di Sant’Andrea. Sino a quando, in ultimo, il martanese Armando Luceri con il celebre ristorante ‘Il Faro’ non divenne il richiamo attrattivo esemplare e non testimoniò con una cucina di pesce strepitosa la bella continuità di una piccola e affiatata vita comunitaria.

I pescatori di Castro, i più agguerriti, intrepidi e professionali dell’intero Salento, giungevano con la loro flottiglia a tarda sera tra le tenebre, puntuali predoni con le lampàre, pronti a depredare quel piccolo mare, dal largo dei Bastimenti, dietro il Pepe e la Colonnina, sino alla Secca pescosa tra San Giorgio e Frassanito. Qui, appena a ridosso del ‘Bbruficu’ e nella prossimità della stessa Secca (larga area di scogli su bassi fondali), segnalata dal Faro a scacchiera bianca e nera, si infilavano da corsari inaspettati e dal gergo incomprensibile, i marinari di un paio di pescherecci silenti e insidiosi. Provenienti dai porti baresi di Bisceglie e di Trani, fingevano ‘ammuìne’ celiando con i pescatori locali, ma nell’ora pattuita, sparivano e si dedicavano a snidare con crudeltà brigantesca grandi quantità di cernie e dotti, acquattati inermi nelle tane della Secca. Ne regalavano poi, a fine mattanza, un paio di grossa pezzatura al farista Tonino, che li faceva cucinare per tutti gli abitatori di Sant’Andrea dall’oste Pantaleo. E così quei guitti si facevano perdonare l’incursione e brindavano alla ricca partenza.

La spiaggetta della Punta, sempre colma di alghe di Posidonia talora maleodoranti, all’alba dell’estate fumava di brace, in attesa dei cefali settembrini. Piccoli gruppi di martanesi, borgagnesi e carpignanesi, arrostivano il pesce e invitavano all’assaggio chi si trovava lì a curiosare. Poi elogiavano la pesca guizzante per farla comprare ai paesani dai Rizzo di Melendugno, padroni della Chiangi.
Per varare questa grossa barca in acqua e tirarla fuori, bisognava infilare un grande strato di alghe. Perciò si può dire che la spiaggetta e il porticciolo fossero in origine la stessa cosa. Anzi, di spiaggia c’era davvero poca e la frequente interdizione ai bagni in quel minuscolo specchio d’acqua serviva ai pescatori per spaventare piccoli pesci – soprattutto argentini e cornali – con rumori assordanti e catturarli, poi, con la lunga rete fissata agli estremi del Tafaluro a sud e della Punta a nord. Tra una pesca e l’altra,j e qualche raro bagno per chi veniva dai paesi col biroccio, specialmente gli artigiani di Martano e qualche contadino ‘alla ddifriscata’ di settembre, capitava di assistere a un rito.
Così come facevano i pescatori castrioti a Otranto presso gli archi del porto, anche a Sant’Andrea, davanti al ‘simporto’ dei Rizzo, sulla parte alta del borgo, i pochi pescatori di Sant’Andrea cenavano all’imbrunire del sabato o della domenica di fuori, all’aperto, accanto alla pineta profumata di scirocco e di macchia.
Noi due, in quelle sere fresche di luna, facemmo in tempo a vederli nella loro (e nostra) bella stagione di innamorati di mare.


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