IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

C’era una volta una bella democrazia

di Paolo Protopapa

Te ne andasti presto da Martano, amico mio. Era un paese che somigliava ad un cinema ricco di protagonisti e di comparse, di straordinari personaggi affascinanti e di cialtroni repellenti. Come ovunque capita in paese, dove tutti si conoscono. Un po’ anche come capita nelle trame che si scioglievano nei film delle Arene scoperte, quella dei Greco su Sant’Andrea e l’altra dei Mancarella-Cazzato in viale Trinchese. Anche ladri e delinquenti, piccoli e grandi, generosi e vigliacchi, abitavano o frequentavano il paese. Prima che un grande esodo portasse circa duemila martanesi in Svizzera e all’estero nel decennio ’55-’65.
Ne ricordo tanti; e tanti raccontati e trasmessi da buona memoria collettiva che non aveva ancora abdicato al suo compito di consegnarceli, prendendoli dai ricordi del passato, vicino e lontano.
Per il tempo più remoto, ci soccorrevano i vecchi. Tanti vecchi. Quasi tutti parlavano di guerre, in griko. Alcuni, come mio nonno Vincenzo, nati nel 1878 (e che non conobbi perché lui morì poco più che cinquantenne), mi parlarono per bocca di mia zia. Altri, come mio nonno ‘Ntonucciu e nonna Luigia, erano nati, rispettivamente, nel 1898 e nel 1902. Raccontavano, a noi ragazzi del ’49 o ’50, i fatti vissuti nei primi decenni del ‘900. Anni Venti, Trenta, Quaranta, attraversati dal regime fascista e, a partire dal 1946, dai primi albori di una fresca e finalmente libera democrazia di popolo. Di popolo? Possibile, proprio di popolo, con i partiti, i simboli, i comizi, i cortei? Sì, Proprio così.

Il primo maggio, erano soprattutto i comunisti e i socialisti, alleati nella lista vincente dell’Orologio, capeggiata dall’avv. Antonio Stomeo nel 1951, a suonare Il canto del lavoro. La villa comunale, la Sanità pubblica e l’Igiene, il lavoro, le strade furono l’epopea della loro battaglia.
Prima e dopo i comizi in piazza, sotto la Torre dell’Orologio, suonavano Bandiera rossa (la trionferà!) e, di seguito, l’Internazionale e Bella, ciao! che eccitavano gi animi. Molte volte anche i bambini – per nulla ‘compagni’ – canticchiavano ingenui. Spontanei e felici, tanto quelle erano canzoni e arie e cori vibranti di felicità cittadina e, tranne qualche raro censore bigotto e fanatico, il veto ai ragazzi era raro. Ricordo un episodio in particolare.

Doveva essere più o meno il Sessanta dell’altro secolo e Narduccio Rizzo, un concertatore contadino di organetto, scazzicò una Pumeta (l’aquilone) sulla terrazza alta di ‘Ntoni Francese, suo cognato oste, in piazza Assunta. Il grande emblema colorato era foggiato in sagoma di scudo crociato, trapuntato di fiori. E tutti, dal basso, dove ascoltavano il politico Codacci-Pisanelli munito di scorta, alzavano gli occhi in sù per ammirare la Pumeta. Peccato che, verso le conclusioni oratorie del notabile, per un maldestro errore di calcolo, il botto del mortaretto, che si inerpicava lungo la corda dell’aquilone, partì in anticipo, appena pochi secondi prima della fine del comizio. Il panico, accesosi tra la folla, spinse i carabinieri verso la terrazza, incespicando tra i conigli di ‘Ssuntina fuggiti dalle gabbie e il povero Narduccio, inviperito, che sbraitava contro di me e suo nipote Tommaso.

Nel ’50 il teatro comunale del Municipio non c’era più. Non sarà durato molto, ma alcuni distinti cittadini e professionisti lo avevano fondato oltre un ventennio prima. Tutti, in particolare artigiani e piccolo-borghesi, ne furono protagonisti.
Il teatro affiancò per più di un decennio il primo cinema muto di Geremia Stella in via Marconi, poi anche questo, dopo mille peripezie, sostituito dal moderno Arcobaleno.

Mi chiedo se sia stata anche quella una evidente espressione democratica, oltre che occasione fissa di incontro comunitario. Perché no? Noi, negli anni Settanta del Novecento, giovani comunisti affiliati all’Arci, gloriosa Associazione di Sinistra, organizzammo la partecipazione politica con il Cineforum. Discutemmo, contestammo la DC e le prime grosse rendite edilizie, organizzammo il consenso e la lotta civile (accanto ai Giornali-parlati dei quartieri operai) con quel cinema, vivo, veemente e combattivo. Democrazia, allora?
Sì, forse di stampo ancora artigianale e ruvido, ma figlia specialissima della democrazia di braccianti, artigiani e tabacchine. Una democrazia delle sezioni affollate, limpida come l’acqua e appassionata come il fuoco. Non dite che è nostalgia se ci manca. È desiderio di recuperare quel poco o molto che c’era e di cui è rimasto davvero poco.

Rivista online Il Pensiero Mediterraneo - Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Foggia - Genova - Lecce - Marsala - Matera -Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. | Newsphere di AF themes.