IL PENSIERO MEDITERRANEO

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CHARLEROI alias MARCINELLE, 1956 – di Cesare Distante

CHARLEROI alias MARCINELLE, 1956

L’8 agosto 1956, in Belgio, la miniera di carbone “Boys Duchrzier prese fuoco in tutta la sua struttura, portando alla morte 262 minatori, che non trovarono la via d’uscita da quel budello abituale, diventato fuoco e morte anche per 13 minatori italiani.

CHARLEROI alias MARCINELLE, 1956Una lirica di Cesare Distante

Marcinelle, Marcinelle, il fumo che s’addensa

sui capannoni grigi è fumo di corpi

umani che giacciono al fondo

di un budello ardente.

Grappoli le donne alle sbarre dei cancelli

urlano il nome degli amati

bestemmiano strappandosi i capelli.

Piangono vittime bambine

appese ancora ai capezzoli magri.

Oh! questa  lunga nostra storia

di sofferenze, quest’essenza di dolore.

E gli occhi si scaveranno ancora,

i capelli imbianchiranno alle giovani madri:

i figli quattordicenni scenderanno domani, appena,

nella miniera di Cazier con l’elmetto duro

sugli occhi scuri di carbone e nelle mani

la lampada a rete per il grisù.

Il cuore rattrappito di dolore le donne

aspetteranno il nuovo

lancinante urlo delle sirene.

            (da «Il Campo», n. 15, 1958)


La poesia Charleroi alias Marcinelle, 1956, pubblicata sulla rivista «Il Campo» nel 1958, nasce dalla memoria di una delle più dolorose tragedie del lavoro e dell’emigrazione italiana del Novecento. Cesare Distante non si limita, però, a raccontare una tragedia: la trasforma in una testimonianza umana, capace di dare voce alle vittime e, soprattutto, a coloro che rimasero ad aspettare.

Fin dai primi versi, Marcinelle appare come un luogo infernale: il fumo che si addensa sui capannoni non è più soltanto quello della miniera, ma diventa metaforicamente “fumo di corpi umani”. La miniera, definita “budello ardente”, assume così le sembianze di una prigione dalla quale non esiste più possibilità di fuga. È una rappresentazione potentemente drammatica, ma priva di compiacimento: il dolore viene evocato attraverso immagini essenziali, crude e profondamente partecipate.

Particolarmente intensa è la figura delle donne ammassate davanti ai cancelli, che urlano i nomi dei propri cari, si disperano e si strappano i capelli. L’autore concentra in quelle donne il dolore di un’intera comunità, trasformando la tragedia individuale in una sofferenza collettiva. Ancora più straziante è l’immagine delle madri e dei bambini, perché suggerisce che la morte dei minatori non spezza soltanto delle vite, ma distrugge famiglie e futuro.

La sensibilità dell’autore emerge soprattutto quando il dramma di Marcinelle viene proiettato nel futuro: i figli quattordicenni torneranno a scendere nella miniera, con l’elmetto e la lampada, mentre le madri vivranno nella paura di una nuova tragedia. È qui che la poesia supera la semplice commemorazione e diventa denuncia sociale.

Cesare mostra una profonda sensibilità verso gli ultimi, verso gli emigranti, verso il mondo del lavoro e verso il dolore silenzioso delle madri. Non celebra soltanto i morti: restituisce loro dignità, volto e memoria. La poesia diventa così un atto di pietà civile e, insieme, un monito contro l’indifferenza di fronte alla sofferenza dei lavoratori.


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