Chi educa chi? La lenta agonia dell’autorità docente dopo gli esami di Stato 2025: cronaca di un’epoca post-maestri
Chi educa chi? La lenta agonia dell’autorità docente dopo gli esami di Stato 2025: cronaca di un’epoca post-maestri
di Simona Mazza
Nelle settimane successive agli esami di Stato, si è aperta una frattura che non riguarda soltanto la scuola, ma il modo stesso in cui una civiltà riconosce — o smette di riconoscere — chi può trasmettere, formare, giudicare. Un’intera architettura simbolica sembra essersi incrinata: il valore del merito, l’asimmetria educativa, il silenzio necessario all’apprendimento, la fiducia nella parola di chi sa. Non siamo di fronte a un semplice disagio scolastico. Siamo nel pieno di una crisi epistemica e culturale, in cui l’autorità si ritrae, la conoscenza si piega alla prestazione, e l’educazione abdica alla sua funzione più alta: formare ciò che non è ancora
I voti, le proteste e il cortocircuito del senso educativo agli esami di Stato

Mai come quest’anno scolastico, la fine degli esami di Stato ha lasciato una scia densa di polemiche, tensioni e risentimenti. Le scene non si contano: studenti che scelgono deliberatamente la scena muta come gesto pseudostrategico, famiglie intere che alzano barricate contro valutazioni ritenute “ingiuste” o troppo “penalizzanti”.
Le commissioni, frastornate, oscillano tra il dover giustificare ogni punto assegnato come se si trattasse di un atto politico e il mantenere un minimo di coerenza valutativa. Ma ciò che colpisce, al di là dell’episodio singolo, è il clima generalizzato di delegittimazione: l’insegnante non è più colui che valuta, ma colui che deve giustificarsi per aver valutato.
Dal magister al facilitatore: storia di una deriva
Per comprendere questa mutazione, occorre uno sguardo retrospettivo. Il termine educare, dal latino educere, significa “trarre fuori”, come si trae l’acqua da un pozzo o l’oro dalla roccia. È un’azione forte, strutturante, persino violenta nella sua intensità. Ma per “trarre fuori” occorre che l’altro si affidi, che accetti una posizione di temporanea dipendenza epistemica, che riconosca nella guida dell’altro una legittimità.
Nell’antichità greca, il didáskalos e il paideutḗs erano figure centrali nel progetto formativo del cittadino. In Roma, il magister era colui che stava “più in alto” (da magis, più), e l’autorità si coniugava con la gravitas e la auctoritas. Fino agli anni Novanta, l’insegnante incarnava una figura sacrale e remota. Nei corridoi dei licei italiani, i ragazzi tremavano al solo passaggio del professore di latino. L’interrogazione era rito e processo, momento in cui si veniva messi alla prova — non nella competenza, ma nella struttura.
Un’aula, una voce, una frattura: la testimonianza
Ricordo uno dei miei primi giorni al liceo classico. Il mio professore di lettere e latino, Sebastiano Burgaretta— uomo di limpida integrità e di erudizione affilata — ci assegnò una ricerca sui Carmina Burana. In un’epoca priva di Google, la fonte era l’enciclopedia universale che troneggiava a casa, ormai obsoleta.
Seguì un’ondata di proteste: lettere al preside, voci indignate tra i banchi, genitori che scrivevano in difesa dei poveri figli. Il giorno dopo il professore entrò in aula con lo sguardo di un’Erinni e disse, senza alzare la voce ma con la fermezza di chi sa il proprio posto nel mondo:
«Chi non accetta il mio piano didattico, cambi scuola. Cambi classe. Cambi strada.»
E lo disse davvero. Non per arroganza, ma per difesa della sacralità del suo mandato. Oggi, simili parole sembrerebbero anacronistiche. Eppure, in esse vibrava una coerenza etica che andrebbe almeno rispettata, se non capita. E oggi?
Dalle biblioteche ai gruppi WhatsApp: mutazione di un ecosistema
Con il tempo, l’ecosistema educativo si è trasformato radicalmente. Una volta esistevano le biblioteche e il silenzio. Oggi esistono i gruppi WhatsApp. È lì che si annidano i nuovi “collegi docenti”: genitori che si scambiano pareri, insinuazioni, numeri di pagine, e – talvolta – accuse. L’interferenza è costante: troppi compiti, troppo pochi, metodi troppo classici, troppa grammatica, troppa filosofia, troppo poco “divertente”.
In questa distorsione si è persa l’essenza dell’educazione: l’asimmetria costruttiva, quella diseguaglianza tra maestro e discepolo che è fondamento e condizione di ogni apprendimento.
La pedagogia del consenso e l’impossibilità del “no”
A ciò si aggiunge una trasformazione ancora più sottile: la difficoltà crescente del docente a pronunciare un “no”. Si potrebbe parlare di un’epoca post-autoritativa, dove tutto è opinione, dove il “non mi piace” vale quanto il “non è corretto”, dove la soggettività ha divorato l’oggettività. In questo orizzonte, l’insegnante è diventato un moderatore, un facilitatore, un performer, a volte perfino un content creator.
Eppure, educare non è compiacere. Educare è, spesso, frustrare. Dire: “puoi fare di più”, “questo non basta”, “no, non è corretto”. Educare è anche negare il premio, rimandare la gratificazione, sostenere l’urto dell’insoddisfazione. Questa parte del lavoro, oggi, è vista come violenza psicologica. E si pretende che venga mediata, compensata, giustificata. Ma torniamo agli esami di Stato 2025.
Il tramonto dell’otium e l’offensiva contro la cultura gratuita. Agli esami di Stato, criticato anche Pievani
Nel reticolo denso di contestazioni che ha lambito gli esami di maturità, non si è risparmiata neppure la scelta dei testi. È stato considerato divisivo, da alcuni ambienti, l’inserimento dell’autore Telmo Pievani, “non sufficientemente classico”, “troppo recente”, “ideologico”. Ma oltre la schermaglia superficiale, si avvertiva un’inquietudine più profonda: la diffidenza verso il pensiero libero.
Qualunque proposta culturale che non servisse a “fare punteggio”, a “dare qualcosa di concreto”, è stata percepita come sottrazione indebita di tempo. Non più educazione, ma distrazione. In questo contesto si consuma il misconoscimento dell’otium latino, l’ozio degli spiriti alti, spazio del pensiero, sospensione feconda dell’urgenza materiale. In suo luogo avanza il paradigma dell’utilità, della performance, del risultato immediato.
Così l’insegnamento si ritrova a dover giustificare ogni contenuto: “A cosa serve il latino?”, “Perché studiare filosofia?”, “Che vantaggio produce il greco?”. In tale logica, ogni sapere che non porti a un impiego o a una resa quantificabile viene liquidato come parassitario. Eppure, si dimentica che solo l’inutile salva. Che l’uomo si è reso umano non fabbricando strumenti, ma domandandosi il senso del proprio esistere.
L’inclusione come alibi: l’ambiguo culto della fragilità
Nel medesimo orizzonte si colloca una trasformazione silenziosa e tuttavia radicale: la riconfigurazione della responsabilità educativa alla luce di una crescente medicalizzazione delle difficoltà. Nessuno nega la necessità di strumenti compensativi e percorsi personalizzati per gli studenti con fragilità autentiche. Ma vi è chi osserva, con pudore e timore, un allargamento indefinito delle categorie di “disturbo”, fino a ricomprendere ogni forma di lentezza, svogliatezza, o fragilità ordinaria nella sfera della diagnosi.
Si parla sempre più spesso di DSA, ADHD, BES, con un’ampiezza che talora sfuma i confini tra il necessario supporto e la deresponsabilizzazione sistemica. L’impressione, non dichiarata ma diffusa, è che il principio di inclusione rischi di degenerare in principio di deresponsabilità. Laddove un tempo si esigeva un cammino, oggi si teme che si giustifichi l’arresto.
In tal modo si finisce per spianare la strada ai più riluttanti e, nel contempo, per banalizzare le lotte silenziose di chi davvero combatte ogni giorno contro limiti profondi.
La domanda finale: chi educa chi?
Oggi, nella scuola liquida del consenso, dove tutto è negoziabile, dove persino le valutazioni sono soggette a revisione collettiva, si è smarrito il fondamento stesso della trasmissione del sapere: la fiducia nell’altro come guida, e non come impiegato da monitorare.
Chi educa chi? Quando la figura del docente viene costantemente sminuita, è la società tutta che perde la propria voce interiore. Perché un popolo che non riconosce più chi sa non è più libero, ma soltanto stanco, diffuso, smarrito.
La sacralità perduta
Un giorno, chiesi al prof Burgeretta: «Professore, ma non mi dice che sono stata brava?»
E lui, con la secchezza che solo la verità sa indossare, rispose: «Hai semplicemente fatto il tuo dovere».
Fu una lezione. Una di quelle che non si dimenticano. Perché educere, non è un atto di seduzione, ma di rigore. E se oggi tutto è diventato mestiere di tutti, è urgente ricordare che insegnare è un atto di altissimo coraggio: richiede solitudine, tempo, responsabilità — e, sopra ogni cosa, una società che sappia ancora riconoscerlo.
Ogni civiltà conosce il momento in cui l’autorità dei maestri viene rimessa in discussione. Ma ve n’è uno, più grave degli altri, in cui non è l’autorità ad essere posta sotto accusa, bensì la legittimità stessa dell’insegnamento. Non ci si chiede più quanto sia stato giusto il giudizio del docente, ma se il docente debba giudicare. Non ci si interroga su ciò che si è imparato, ma sul senso stesso del dover imparare.
In tale vuoto di significato, la scuola si aggira come un relitto che porta, ancora impigliata alle sue travi, l’eco di un’antica parola: educere. Trarre fuori. Ma da dove, e per quale fine?