IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Ciàloma, trionfo di gloria e di dolore

Una barca in mezzo a mare con pescatori

 di Giuseppe Marius Conte

Al ritmo di un canto (Kèleusma), trionfo di gloria e di dolore, antichi marinai del Dodecanneso, verosimilmente in termini e modalità paralleli a quelli del nostro tempo, praticarono la vecchia caccia alla passa dei tonni nel Mediterraneo. Ma, assai più tardi, è certo che pescatori arabi in terra di Sicilia salutarono con questo canto propiziatorio (shalom) la protezione del loro Dio che concedesse una pesca abbondante. Un canto di perdono per la crudeltà dell’operazione. Ma anche dolorosa preghiera perché la pesca riuscisse utile alla loro triste sopravvivenza.

Utilizziamo oggi questa metafora per definire impropriamente una tragedia, che sembra non avere l’eguale in nessun luogo della terra e in nessun momento della storia dell’uomo: la guerra in Palestina.

Tutte le guerre, tutte hanno avuto in apparenza una loro “ragion d’essere” e una loro architettura. Controversa opinione. Si direbbe che tutte siano state mosse da un bisogno, da una rivendicazione, dalla riaffermazione di un diritto che si riteneva fosse stato violato. E tutte, almeno in propaganda ideologica, sono state sorrette da un gigantesco disegno, da una pur discutibile geografia politica. Così fu sempre, dalle più remote incursioni di tribù preistoriche alle enormi pretese dei grandi imperi: l’antico Egitto, la Persia di Dario e di Serse, i colossali movimenti di popoli asiatici, la colonizzazione ellenica, l’espansionismo macedone, il dominio di Roma. E più tardi, l’universo carolingio, il diluvio delle potenze europee per il colonialismo sull’Africa e sul nuovo continente, le superbe guerre napoleoniche, la prima delle guerre mondiali e le disastrose marce naziste. Tutte guerre che hanno avuto a sostegno una sfrontata volontà, quasi sempre smodata e crudele. Con la guerra si è sempre voluto tentare il rovesciamento del mondo, una rivoluzione dello status o l’affermazione di un nuovo principio, di una nuova filosofia, di un nuovo motore della storia. Questo è accaduto fino ad oggi.

Purtroppo, la guerra, qualunque guerra, tutte le guerre sono state sempre una vergognosa ferita alla dignità dell’uomo. Sono state dolorose esperienze. Crudeltà. Storie di sopraffazione. Sono state un tristissimo arresto del vivere civile.

Ma quello che accade oggi nel mondo è ancora peggio. Le dolorose vicende militari che stanno caratterizzando il presente secolo sembrano svuotate da una qualsiasi materia concettuale. Mostrano l’assenza d’ogni principio. La inesistenza d’una qualunque motivazione pur spregevole e dannosa. Unica ragione: la consapevolezza della propria forza, la certezza di poter contare sulla prepotenza della propria ricchezza e sul perverso sostegno dei grandi capitali. Al di là d’ogni barriera morale, oltre i limiti della virtù e dell’onore. Ciò appare evidente, oggi, nelle quotidiane infelici situazioni dei territori ucraini, a Gaza e in tutti gli altri luoghi tristemente segnati della guerra. Manca il concetto. Che non è un mite sentimento e non coincide con un proposito di conciliazione, né con il piano strategico della conquista. E’ l’assenza di un pensiero. Di un credo. Di una fede. L’assenza di un disegno. La qual cosa ci lascia amaramente più inquieti. Per non dire della mancanza di “pietas”: movimento dell’animo che, fra tutte le grandi regole, è il più costruttivo fondamento del vivere civile. E, forse, il motivo più rassicurante per sperare nelle buone SORTI del genere umano.


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