IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Com’è profondo il mare

di Paolo Protopapa


La riflessione apparsa ieri su ‘Il Pensiero Mediterraneo’ sotto il titolo ‘Nisi contra legem, tamen contra naturam’ è il resoconto di un’ora e mezza di relax trascorsa ai Tàmari di Torre dell’Orso, in un pezzo di spiaggia libera, incastrata e sofferente tra due stabilimenti balneari privati. Per me è stata l’esperienza inusitata di un carnaio scandaloso per un Paese civile e democratico. Il mare privatizzato è una vergogna per tutti e i politici ne hanno la massima responsabilità; mentre, il popolo che lo subisce, ne è vittima inane e civicamente inconsistente. Il testo ha aperto un intenso dibattito mediatico e memorativo per tanta gente che, come noi, in età matura, ricorda una spiaggia meravigliosamente libera e, una volta, davvero di tutti. Era, ed è rimasta ancora impressa nella memoria di quegli anni, a partire dai Sessanta del secolo scorso, quella straordinaria Torre dell’Orso , con l’Orsetta e le dune di sabbia profumate di pini e di fiori di macchia, quando non c’era il turismo di massa.

Naturalmente, in un mondo profondamente cambiato e piattamente consumistico, ci si rende conto che i bagnanti affezionati (per volontà o imitazione) ad ombrellone, sdraio, lettino, musica, gelato, doccia, aperitivo ecc. ecc., non solo non demordono a causa della spesa pedissequa, ma, con il loro comportamento succube e conformista, spesso contribuiscono ad estendere questa servitù psicologica, ideologica e plagiaria ai tanti che hanno un’esperienza, pratica e consolidata, assai diversa e genuina con il mare.

La monetizzazione, cioè i costi, di ogni servizio pubblico – compreso quello relativo alla manutenzione del mare delle spiagge cosiddette libere e notoriamente neglette e di fatto senza alcun servizio pubblico – nei Paesi civili ad alta democrazia sociale si dovrebbero contenere ‘kàta mètron’ (secondo misura) e non eccedere i livelli effettivi del tenore di vita medio. Cosa che in Italia e, specie nel Mezzogiorno, non avviene. Ne deriva un mare ‘di classe’, con arenili e spezzoni di cosiddetta spiaggia libera per (quasi) morti di fame e, di contro, di vetrine marine per benestanti e ricchi. Si tratti di ricchi davvero tali, oppure di benestanti che, da una parte, dissimulano una falsa frugalità, mentre, dall’altra parte, ostentano uno status di agiatezza spocchiosa e non di rado insolente. Niente più del mare e dell’estate si prestano, infatti, a denudare la condizione generale sociale di un popolo, atteggiato sia nelle frustrazioni intime più antiche, sia nei più sobri atteggiamenti di dignità sociale. Postura, quest’ultima, che può essere ipocritamente dissimulata, quanto, invece, civilmente ed esemplarmente adottata. Perciò, parlarne non astrattamente o moralisticamente, ma seriamente – e senza rimuovere la sostanza democratica egualitaria che la ispira – può servire a sentirsi concretamente cittadini. Vale a dire persone che hanno lavorato, studiato, talora insegnato la Costituzione e, qualche volta, financo lottato per vederla applicata in un milieu di relazioni pubbliche solidali e consentanee.

In questo intenso dibattito è anche sorta la bella domanda perché in luoghi costieri di grande impatto paesaggistico e vacanziero come la splendida Castro “gli stabilimenti balneari occupino spazi residuali”. Si potrebbe immaginare – ma potremmo sbagliarci – che i mari selettivi di scoglio non ammassano, bensì ‘naturaliter’ escludono una occupazione capillare e predatoria delle aree fruibili. E, tuttavia, anche in questi casi virtuosi, se gli amministratori sono inetti, e brigano con le autorità demaniali, e le capitanerie di porto intrallazzano con gli interessi forti, possono risultare Concessioni esclusive per Vip. Quei soggetti rari, ma reali, che Briatore auspica come i provvidenziali ricchi che spendono e spandono, benefattori di una dolente umanità. Appunto, costi quel che costi.
Ora, può essere che Castro, felicemente priva di arenili, costituisca un modello di mare libero, pur con vecchie speculazioni costiere di accesso privato e diretto al mare assai evidenti. Ad ogni modo l’insegnamento che possiamo ricavarne è che ogni legge di saggia tutela non debba prescindere dalla morfologia costiera e sia in grado di rendere compatibili norme generali di pubblica utilità e balneazione sicura e strutturata per tutti. Mare di massa e fruizione equilibrata dei beni naturali e paesaggistici, insomma. Non vedo, allo stato delle cose,

Regioni italiane che fungano da modello per questo orizzonte sociale. Dovremmo, dunque, necessariamente, costruire un progetto di gestione e di manutenzione non feticistica o puramente conservativa della natura, evitando la mercificazione, da una parte, e l’abbandono o l’imbalsamazione museale dall’altra. Gli attuali amministratori, variamente dislogati nel tessuto delle pubbliche responsabilità decidenti, non appaiono minimamente in grado di farlo, sia perché poco attrezzati tecnicamente, sia perché prevalentemente condizionati da urgenze consensuali populistiche da parte di una cattiva politica localistica. Non ci rimane – e forse è davvero poco, ma meglio del niente dell’effimera estate morente – che parlarne non per puro diletto. E capire coraggiosamente che nessun potere civico sostituirà mai la testa pensante dei cittadini di una democrazia che, solo attraverso di loro, impara ad essere democratica.


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