IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Giovani in viaggio

di Enrico Conte

Un’intervista a:

Gianluca Budano, Direttore Arpal Puglia

Marilù Fiore, Vice-presidente del gruppo giovani imprenditori di Confindustria Puglia

Andrea Salvati, Direttore Osservatorio Economico di Aforisma,Lecce

I dati parlano chiaro. L’intreccio tra denatalità ed emigrazione porta ad un rapido impoverimento del territorio, non solo pugliese (tra il 2011 e il 2024 sono emigrati dall’Italia circa 630 mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Il 35% dal Sud. F.te Cnel).

Colpisce il contrasto tra l’apprezzamento internazionale della Puglia (turismo +12%) e la fuga dei giovani per carenza di condizioni di lavoro e vita soddisfacenti.

Potrebbe dirsi, come Albrecht Dürer al ritorno in Germania da un viaggio in Italia ,”Quanto freddo dopo tutto questo sole”.

Lo scopo di queste interviste è stato quello di provare ad uscire dalle pure analisi econometriche prive del tentativo di indicare cosa fare sul piano operativo. I tre interlocutori hanno brillantemente raccolto l’invito. Le loro risposte sono ora messe a disposizione dei decisori, pubblici e privati, che volessero raccoglierle per discuterne pubblicamente.

D. Se i giovani sono il fuoco, la luce, la fonte di speranza, che cosa si fa e si può fare per trattenerli/attrarli?

AS Per attrarre giovani, non bastano slogan identitari o campagne di marketing territoriale. Servono tre condizioni: lavori qualificati, non solo stagionali o a bassa produttività, con contratti stabili e percorsi di carriera, servizi di vita dignitosi (casa, trasporti, istruzione, cultura, sanità) che rendano possibile crescere una famiglia, un ecosistema dell’innovazione che dia ai giovani la sensazione di “poter provare”, non solo di “doversi adattare”: incubatori, reti tra PMI, università e Business School, capitale paziente, politiche su startup e rientro cervelli. Se i giovani sono il fuoco, oggi la Puglia li usa per scaldare soprattutto la stagione turistica, ma non è riuscita ancora a costruire un focolare in cui possano progettare il proprio futuro.

GB E’ necessario costruire condizioni che rendano attraente il territorio, valorizzando anche strumenti nuovi sul versante dell’immigrazione (in deroga al decreto flussi) come i corridoi lavorativi (ARPAL li promuove), per garantire forza lavoro alle imprese nei settori in cui scarseggia: è la strategia regionale Mare a sinistra. Tanto si realizza generando lavoro, ma anche un contesto favorevole sul versante dei servizi pubblici e privati, determinanti per il vivere bene. Servono anche azioni utili perchè il territorio offra il meglio e sia percepito come tale. La Puglia può permettersi il cambio di narrazione: nel rapporto di ARPAL sono evidenti le migliaia di opportunità di buon lavoro offerti in Puglia nei più svariati comparti, ma il 42% delle offerte incontra difficoltà nella copertura.

MF Per far rientrare e trattenere i giovani in Puglia, dobbiamo offrire loro un senso nel lavoro, non solo un impiego; la crescita in un ambiente che promuova flessibilità, benessere e sviluppo continuo. Le aziende devono creare cultura del dialogo generazionale, sinergia tra l’energia e la carica innovativa dei giovani e l’esperienza di quanti lo sono meno. Fondamentale investire in politiche di welfare aziendale: formazione, percorsi di carriera chiari, attenzione alla qualità della vita e ai servizi. Le imprese devono adottare pratiche sostenibili, che riflettano i valori dei giovani e li facciano sentire parte di un progetto più grande. Essenziale anche costruire un ecosistema di innovazione che unisca aziende, università e incubatori, creando opportunità di crescita professionale e personale.

D. Venticinque anni fa il libro di Franco Tatò “Perchè la Puglia non è la California”. Quali politiche regionali e locali per processi sistemici, integrati e di lungo periodo?

AS In venticinque anni molte narrazioni sono cambiate, ma il cuore del problema di Tatò è rimasto: la Puglia cresce “a progetti” più che “a sistemi”. Basta guardare due indicatori: la struttura imprenditoriale è ancora dominata da commercio (25,7%), agricoltura (22,3%) e costruzioni (12,5%), con manifattura al 6,8% e settori ad alto valore aggiunto e tecnologico al 3,3%; le esportazioni, irrilevanti nel quadro nazionale, tengono (7,22 miliardi, oltre un quinto dell’export del Mezzogiorno), ma nel 2025 arretrano e il motore Bari mostra segni di affaticamento.

Per trasformare progetti in processi sistemici di lungo periodo potrebbero essere utili alcune leve, come specializzazioni vere, scegliendo 3–4 filiere prioritarie (es. agroindustria ad alta tecnologia, energie rinnovabili e comunità energetiche, turismo culturale e formativo, salute e silver economy) e concentrare lì incentivi, formazione, infrastrutture materiali e digitali. Sarebbe opportuno accompagnare le microimprese a diventare PMI strutturate: aggregazioni, reti d’impresa, accesso al credito, passaggi generazionali, transizione digitale e green come condizione per gli aiuti. Una programmazione coordinata tra Regione, Comuni, università e le scuole di management, determinanti nel nord Europa.

Ogni euro speso su infrastrutture, cultura, sociale dovrebbe avere un “gemello” sulla filiera economica collegata (es. museo + formazione turismo culturale + bandi per imprese creative), in un quadro di continuità.

Sono però ottimista: la Puglia non è la California, ha energia, creatività e posizione, ma, pur crescendo in consapevolezza e determinazione, non ancora il livello di densità tecnologica, capitale umano e prevedibilità delle regole che trasformano singoli successi in un ecosistema.

GB Bisogna potenziare l’impegno pubblico su tre filoni: la cultura del lavoro, con cambio dei fondamenti educativi dell’orientamento al lavoro di cui sono titolari gli attori istituzionali e le famiglie, chiarimento del valore del lavoro, che non corrisponde sempre con il lavoro che vorrei e che spesso è traguardabile solo lavorando. Lavoro è benessere di oggi, ma anche di domani; il superamento del disallineamento tra le competenze a cui forma il sistema di istruzione e formazione professionale e ciò che le imprese richiedono, su cui va dato atto al Presidente Decaro di aver scelto la via maestra sul versante della riorganizzazione della governance politica regionale, integrando le politiche del lavoro e della formazione professionale con quelle dello sviluppo economico, affidandole alla regia di un tecnico di notoria esperienza e competenza come il prof. Eugenio Di Sciascio. ARPAL su questo tema ha dotato la Regione Puglia di uno strumento prezioso come il rapporto sopra citato, fissando un punto di certezza e di verità rispetto alla qualità e alla quantità di forza lavoro di cui le imprese pugliesi hanno necessità nei prossimi anni. Spetta ora al sistema di formazione e istruzione adeguarsi annientando il mismatch; colmare le disuguaglianze tra territori regionali, per rendere omogenea la loro attrattività, per “giustizia territoriale” e anche per aumentare i margini di attrattività e di ripopolamento della regione. ARPAL sta moltiplicando le sue attività di servizio pubblico proprio nei territori che hanno necessità di riallinearsi con quelli maggiormente perfomanti.

M.F Il vero salto da compiere è passare definitivamente dalla logica dei progetti a quella dei sistemi. E i sistemi si costruiscono solo con scelte chiare, continue e coerenti nel tempo, non con interventi frammentati.

Il primo passaggio è scegliere bene poche filiere, partendo dal DNA imprenditoriale pugliese. Produzione, manifattura, artigianato evoluto, agroindustria e moda sono la base su cui costruire valore aggiunto, tecnologia, sostenibilità e internazionalizzazione. Le politiche regionali devono concentrare incentivi, formazione e infrastrutture su poche filiere strategiche, evitando la dispersione.

Il secondo nodo è rendere strutturale la pipeline talenti–impresa. Non basta formare, serve un collegamento stabile e continuo tra scuole, ITS, università e fabbisogni reali delle imprese. Come Confindustria portiamo i giovani dentro le aziende durante i percorsi formativi, non solo alla fine. È così che si riduce il mismatch e si costruisce capitale umano coerente con lo sviluppo industriale.

Terzo punto: far crescere le imprese. Se restiamo frammentati, resteremo una regione che cresce “a progetti”. Per questo Confindustria spinge su strumenti operativi concreti: accompagnamento al passaggio generazionale, crescita dimensionale, managerialità e contrattazione di welfare. Aziende più strutturate sono aziende più attrattive, più stabili e capaci di investire nel lungo periodo.

Quarto: innovazione come infrastruttura, non come evento. La Puglia diventa sistema quando l’innovazione è permanente e accessibile: hub, competence center, trasferimento tecnologico, reti tra imprese e ricerca. Anche qui Confindustria lavora per agganciare le PMI a tecnologia e competenze, attraverso format di accelerazione e momenti di connessione strutturati, come gli Innovation Days e i tavoli tematici.

Quando impresa, talento e visione camminano nella stessa direzione, i risultati non restano episodi isolati ma diventano una traiettoria chiara di futuro.

D. Le donne e il divario occupazionale. C’erano una volta il PNRR e la Missione Istruzione e Università – richiamati dal Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta – per realizzare nidi e scuole d’infanzia, mense, doposcuola anche per agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro delle donne. C’è la consapevolezza che si tratti di una priorità da monitorare adeguatamente?

AS Nel nostro osservatorio, la fragilità demografica si intreccia in modo stretto con la questione femminile. Abbiamo una quota di donne in età fertile in linea con la media nazionale, ma un contesto in cui diventare madri spesso significa uscire dal mercato del lavoro o accettare occupazioni precarie e sottopagate. Il PNRR ha individuato correttamente il nodo: senza nidi, scuole d’infanzia, mense e doposcuola diffusi e di qualità, la partecipazione femminile al lavoro non può crescere davvero. Fabio Panetta ha ricordato che questi investimenti non sono spesa sociale, ma infrastruttura produttiva: aumentano l’offerta di lavoro qualificato, la natalità potenziale e la produttività complessiva. Per il Mezzogiorno e la Puglia, un monitoraggio serio di questa priorità dovrebbe includere numero di posti nido per 100 bambini, tasso di occupazione femminile per provincia, qualità dei contratti nel settore dell’educazione 0–6 e dei servizi educativi territoriali, con dati aggiornati e trasparenti.

GB Il 65% della popolazione attiva in età lavorativa in Puglia è donna. Il divario occupazionale è contro la realtà e con effetti negativi molteplici non solo sul mercato del lavoro, ma sul progresso dell’intera società. ARPAL ha messo in campo in punto protocolli operativi dedicati nella gestione dei servizi pubblici erogati, con percorsi di politica attiva specializzati. La chiave di volta è comprendere (e attivarsi con coerenza) che le politiche e i servizi sono integrati, altrimenti disintegrano la società e generano obbrobri come il divario di genere. La Regione Puglia con la sua “Agenda di genere” ha fornito una risposta e una direzione di marcia chiara.

MF Non si parla di una politica per le donne, ma di una leva strutturale per il lavoro, la natalità e la competitività del Paese, come è oggi più riconoscibile anche grazie al PNRR e ai richiami recenti del Governatore Panetta. Stiamo monitorando l’impatto con la stessa attenzione con cui monitoriamo la spesa?

I numeri spiegano perché è urgente: in Italia lavora poco più del 52% delle donne, contro una media UE intorno al 65%. Al Sud il divario è ancora più ampio. Una donna su cinque lascia il lavoro dopo la maternità, mentre il Paese affronta un inverno demografico senza precedenti (-380 mila nascite annue).

È per questo che il PNRR, con gli investimenti su nidi, scuole dell’infanzia, mense e tempo pieno, non è solo una riforma educativa ma una politica economica. Dove i servizi per l’infanzia funzionano, aumentano l’occupazione femminile, la continuità lavorativa e la propensione a fare figli, come insegnano i Paesi europei con una copertura dei nidi sopra il 50–60%.

Se queste misure vengono applicate, l’effetto è immediato:
più donne che restano nel mercato del lavoro, meno dimissioni post-maternità, più reddito disponibile e maggiore attrattività per le imprese, che oggi competono sempre di più anche sulla qualità dei servizi del territorio.

La priorità è chiara: passare dalla realizzazione delle opere alla piena operatività dei servizi, misurando l’impatto su occupazione femminile, conciliazione vita-lavoro e natalità. Così costruiamo una risposta strutturale ad una delle sfide più decisive del nostro tempo.

D. I salari restano bassi, non sarebbe necessario collegarli, con scatti automatici, all’indice dei prezzi per aumentare il potere di acquisto, come sostiene il prof. Marco Leonardi?

GB Intanto bisogna far sì che non ci siano livelli salariali che rendano quasi sconveniente lavorare e la strada del salario minimo, fuori da ogni ideologia, mi pare quella giusta e la Puglia ne è capofila a livello nazionale, a partire dalla programmazione dei suoi appalti pubblici. Dopo il salario minimo, strumenti come quelli proposti, hanno valide ragioni a loro fondamento, ma credo che debbano restare nell’alveo della contrattazione collettiva, per evitare che l’automatismo possa diventare un grimaldello per disintermediare il rapporto tra lavoratori e datori di lavoro, indebolendo la reppresentanza delle organizzazioni sindacali e quindi diminuendo la sfera dei diritti die lavoratori.

MF Da imprenditrice di seconda generazione e Vice-presidente di Confindustria Giovani Puglia, parto da una realtà evidente: i salari bassi sono un problema reale, soprattutto per i giovani, perché incidono direttamente su autonomia, potere d’acquisto e qualità della vita.

La proposta di collegare automaticamente i salari all’inflazione, come sostiene Marco Leonardi, ha una sua logica, ma dal punto di vista di chi fa impresa credo che l’automatismo non sia la strada giusta, soprattutto in un tessuto produttivo come quello pugliese, composto in gran parte da PMI. Il rischio è sganciare i salari dalla produttività e mettere in difficoltà le imprese più fragili, senza risolvere il problema alla radice.

Per questo ritengo corretto partire da un principio chiaro: evitare che lavorare diventi economicamente sconveniente.

Ma il vero punto, dal lato imprenditoriale, è un altro: i salari crescono in modo sostenibile solo se crescono le imprese. Servono più innovazione, competenze, crescita dimensionale e produttività, a cui legare la contrattazione di secondo livello. In questo senso, il welfare aziendale moderno e la contrattazione integrativa possono aumentare concretamente il potere d’acquisto dei lavoratori.

Come Confindustria Giovani lavoriamo proprio su questo: aiutare le imprese a strutturarsi, innovare e creare valore, perché pagare meglio deve essere una conseguenza della crescita, non un obbligo che rischia di indebolire il sistema.

In sintesi, il tema dei salari va affrontato con serietà e visione: nessuna scorciatoia, ma un patto equilibrato tra imprese e lavoro che renda il salario più alto, stabile e sostenibile nel tempo.

Finché non misuriamo questi elementi con la stessa attenzione con cui misuriamo export e PIL, resteranno slogan più che politiche.

D. I Musei e le biblioteche, come luoghi ibridi di rigenerazione, dove cultura ed economia si incontrano dialogando con il territorio e rendendolo attrattivo, anche sotto questo profilo, ma offrendo contratti di lavoro dignitosi a chi si occupa di cultura con condizioni che possano considerarsi appaganti (asset sul quale investire piuttosto che sull’intrattenimento, così Gianni Forte, Direttore artistico Teatri di Bari).

AS Nel report 2025 sottolineiamo come i settori a più alto valore aggiunto – tra cui cultura, creatività, servizi professionali – abbiano ancora un peso ridotto nel tessuto imprenditoriale pugliese. Eppure turismo, patrimonio culturale e identità dei luoghi sono già oggi uno dei fattori che rendono la Puglia riconoscibile nel mondo. Ha ragione Gianni Forte quando invita a considerare musei e biblioteche non come costi o come cornice dell’intrattenimento, ma come infrastrutture di rigenerazione dove cultura ed economia si parlano. Ma questo richiede un cambio di paradigma. Pianificare musei, biblioteche, teatri e festival come poli di filiere produttive (editoria, audiovisivo, digitale, turismo culturale, formazione), non come eventi isolati, uscire dalla logica del lavoro culturale intermittente e sottopagato: bandi che premino l’occupazione stabile, la continuità progettuale, la formazione del personale, non solo l’evento più visibile, usare gli spaziculturali come luoghi di apprendimento permanente (lifelong learning) per giovani e adulti, connessi a ITS, università, scuole superiori.

M.F I musei e le biblioteche sono oggi leve decisive di attrattività per i giovani e per i territori, non solo presìdi culturali. Rendono una città e una regione più desiderabili da vivere, studiare e lavorare, rafforzando anche un turismo più consapevole e di qualità.

Ma perché funzionino davvero come motori di sviluppo, serve un cambio di paradigma: la cultura va trattata come un asset economico, non come intrattenimento. Questo significa investire su progettualità stabili e soprattutto garantire lavoro dignitoso e appagante a chi opera nella cultura. Solo così questi luoghi possono generare identità, occupazione qualificata e attrattività duratura per i giovani e per il territorio.

D. Il compito della formazione, la crescita della cultura dei servizi e di azienda, partendo dalle  PMI e dal ruolo che possono svolgere le Università e gli ITS, questi ultimi forse ancora troppo trascurati, come sostiene Pina Antonaci di ITS Accademy Puglia.

AS I dati del report mostrano chiaramente una Puglia di piccole imprese, spesso familiari, con forte concentrazione in settori tradizionali e una presenza ancora limitata di attività tecnologiche e di servizi avanzati. In questo contesto, la formazione non è un “di più”: è la leva principale per aumentare produttività, salari e capacità di stare sui mercati esteri. Il punto sollevato sugli ITS è cruciale: questi percorsi, nati proprio per collegare imprese e competenze tecniche di medio–alto livello, restano ancora troppo ai margini nella percezione delle famiglie e talvolta delle stesse aziende. Tre potrebbero essere le direzioni concrete: la prima è di fare degli ITS il canale “naturale” per i settori chiave pugliesi (agroalimentare avanzato, logistica, energia, turismo esperienziale, meccatronica) che assecondino gli investimenti; la seconda di coinvolgere stabilmente le PMI nella progettazione dei curricula e nei periodi di stage, legando gli incentivi a percorsi reali di inserimento e crescita in azienda; infine costruire filiere formative verticali: scuole superiori tecniche – ITS – lauree professionalizzanti – formazione continua in azienda, con orientamento serio fin dalle scuole medie.

Università, Scuole dei Mestieri o Business School come AFORISMA possono essere il ponte tra analisi e azione: i dati ci dicono dove la Puglia è debole, la formazione può indicare come rafforzarla con un impegno delle imprese a cambiare il proprio modello organizzativo e a investire in capitale umano.

M.F Il tema della formazione oggi è centrale perché riguarda direttamente la competitività delle PMI e la capacità del territorio di creare lavoro di qualità. Su questo punto, come sottolinea anche Pina Antonaci, non è più rinviabile un cambio di passo.

Università e imprese devono smettere di parlarsi a posteriori. Ora si sta lavorando di più su una definizione condivisa dei percorsi universitari e dei master, costruiti insieme alle aziende, partendo dai fabbisogni reali e non solo dall’offerta accademica. L’alternanza scuola-lavoro purtroppo è stata depotenziata, mentre invece dovrebbe diventare reale e qualificante, con una partecipazione attiva delle imprese dentro le scuole e nello stesso tempo dovrebbe rafforzarsi la collaborazione delle imprese con le università: docenze miste, project work su casi aziendali, stage lunghi e orientati all’inserimento. Questo significa portare la cultura d’impresa dentro i percorsi formativi, non limitarsi ad ospitare studenti a fine corso.

Sugli ITS, il ragionamento è simile, ma ancora più urgente. Sono uno strumento strategico per le PMI, perché formano competenze tecniche immediatamente spendibili, eppure sono ancora sottovalutati in termini di appeal e orientamento. Serve lavorare di più sulla loro attrattività, raccontandoli come una scelta di valore e non di ripiego, e soprattutto creare un collegamentopiù forte e strutturato tra ITS e università, con passerelle, riconoscimento di crediti e percorsi integrati.

Il punto di fondo è uno: la formazione non può essere separata dall’impresa. Se vogliamo far crescere una vera cultura dei servizi e dell’azienda, soprattutto nelle PMI, dobbiamo costruire un sistema in cui università, ITS e imprese siano parte dello stesso sistema. Solo così riduciamo il mismatch, rendiamo i giovani occupabili e aiutiamo le aziende a crescere in modo strutturale.

D. L’interesse delle future generazioni è entrato nella Costituzione (art. 9) dal 2022, in tema di ambiente: non dovrebbe avere un valore anche quando si parla di retribuzione proporzionata e sufficiente per un’esistenza dignitosa (art. 36 Cost)? Oppure devi entrare nel mondo del lavoro e metterti in coda e aspettare il tuo turno? (Francesco Billari, Rettore Bocconi).

M.F È una domanda profondissima, perché tocca il patto tra generazioni e il rapporto tra diritti e sostenibilità. E la risposta, a mio avviso, non può essere ideologica.

Il richiamo di Francesco Billari è corretto: se oggi riconosciamo costituzionalmente l’interesse delle future generazioni sull’ambiente (art. 9), allora è legittimo chiederci se lo stesso principio non debba valere anche per una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza dignitosa (art. 36). Nessuno dovrebbe entrare nel mondo del lavoro pensando di “mettersi in coda” e aspettare anni per vivere dignitosamente.

Dal punto di vista di chi fa impresa, il diritto al salario dignitoso esiste solo se esistono aziende economicamente sostenibili. Le imprese sono il volano principale del lavoro e della redistribuzione; senza continuità economica delle aziende, quel diritto resta sulla carta. Oggi, per molte PMI, garantire stipendi regolari, contributi, stabilità occupazionale è già una sfida enorme in un contesto di costi crescenti, margini compressi e incertezza. Senza una riforma che garantisca costi energetici competitivi (quelli italiani sono i più alti del mondo) le imprese non potranno essere nelle condizioni di investire e garantire migliori retribuzioni e c’è anche il rischio che le produzioni si spostino in Paesi dove i costi sono più sostenibili.

Per questo credo che la vera sfida non sia contrapporre diritti e imprese, ma tenerli insieme. Un salario minimo o una retribuzione adeguata hanno senso solo dentro un sistema che aiuta le aziende a reggere: più produttività, meno burocrazia, accesso al credito, investimenti in competenze, innovazione e welfare aziendale. Senza questo, si rischia di creare un diritto formale che mette in crisi proprio chi dovrebbe garantirlo.

AS Il nuovo art. 9 della Costituzione (la Repubblica tutela l’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni) è una rivoluzione. L’interesse delle future generazioni non è più solo una scelta etica, ma un vincolo giuridico. Il punto richiamato da Francesco Billari è: perché questo principio non dovrebbe valere anche quando parliamo di lavoro e retribuzioni?

L’articolo 36 riconosce da sempre il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. In un contesto come quello pugliese – export significativo ma occupazione in calo, salari bassi, precarietà alta – la domanda è se stiamo davvero garantendo questo standard alle generazioni che entrano ora nel mercato del lavoro.

Dire ai giovani mettiti in coda e aspetta il tuo turno significa trasformare l’incertezza in regola, normalizzare il sotto–standard. Se prendiamo sul serio l’interesse delle future generazioni, dovremmo

valutare ogni politica economica anche in termini di impatto sulle opportunità di reddito dignitoso per chi oggi ha 15–25 anni. Sarebbe indispensabile poi usare gli strumenti di contrattazione, fiscalità, incentivi e formazione per ridurre il divario tra lavoro “d’ingresso” e soglia di dignità e legare infine la transizione ecologica e digitale non solo a tecnologie e impianti, ma a nuovi mestieri di qualità in cui i giovani vedano una traiettoria di vita, non solo un contratto a termine. In fondo, la domanda di Dürer – “quanto freddo avrò dopo tutto questo sole?” – oggi è la domanda di un venticinquenne pugliese davanti a un’offerta di lavoro sottopagata: quanta distanza c’è tra la promessa del territorio e le sue reali condizioni di vita? Le politiche pubbliche hanno il compito di ridurre questo scarto, non di chiederne la rassegnata accettazione.


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