“Comunisti” di Paolo Protopapa
Per i vecchi comunisti – tanti lo sono, ma non vogliono (o non possono?) dirlo facilmente e apertamente – la Russia è una specie di grande madre ideologica.
Per alcuni versi è molto di più e di diverso rispetto ad una enorme concrezione di popoli, di popolazioni, di etnie e ‘sconfinate’ sfere di influenza. È la preistoria dell’anima politica contemporanea, prima rafforzata nell’antifascismo e, quando è evoluta normalmente (cioè entro i canoni costituzionali post-bellici), ha costruito tanta parte di questa nostra democrazia oggi in crisi, malgovernata com’è dalla destra e dagli eredi neofascisti. Un tema ancora spinoso e attuale della coscienza pubblica nazionale, ma per tanti aspetti anche europea, è, appunto, il rapporto tra comunismo e democrazia, pluralismo tollerante e tolleranza pluralistica, non certo da oggi. Toccò le generazioni del primo Novecento, vissute e in grande misura plasmate nel ventennio nero e, per fortuna poi ribelli e partigiane. Noi, la mia generazione di metà Novecento, ne discutemmo sempre e ancora non ne facciamo a meno. In particolare a partire dalla metà degli anni ’60, sino all’approdo cruciale del ’68 e del ’69 in avanti.
In quella cornice temporale (io mi iscrissi al PCI nel 1966, diciassettenne di prima liceale) la formazione comunista – perché tale fu – coincideva con l’Italia nuova del ventennio post-fascista, quando la scuola media adottava ancora libri reazionari e il liceo non aveva l’insegnamento dell’Educazione civica nella cattedra di Storia. Che idea di nazione, di Stato, di ‘società aperta’ avevamo noi, che non conoscevamo Popper e ignoravamo le socialdemocrazie? E, per sovramercato, senza la ventura di rari compagni partigiani, molti nostri docenti di ogni ordine e grado erano addirittura nostalgici del Regime. Audacemente, purtuttavia, cominciammo a leggere I Quaderni di Gramsci e Fontamara di Ignazio Silone, a sbirciare con reverenza il Partito Nuovo di Togliatti e a scoprire Il Compagno di Cesare Pavese o L’Erba dalla parte delle radici di Davide Lajolo. Ecco, forse, dobbiamo partire da qui. E si squadernerà più agevolmente l’universo dei nostri sogni e il groviglio delle contraddizioni aspre e belle del nostro destino politico.
Non credo esistano percorsi di vita ‘magnifici e progressivi”. Ogni luogo ha i suoi diavoli e ogni comunità i suoi santi, che ballano in ogni tempo storico.
Noi, tanti di noi ma non moltissimi, poco più che adolescenti e appena appena giovani, impastammo la politica coi rudimenti veri della democrazia tra sezione e letteratura, ‘giornaliparlati’ e liti. Sicché la Russia di Zivago fu la slitta nella limpidezza innevata della tundra. Le immagini nevrasteniche di Eisenstein ci colpirono come dardi ideologici contro le carogne nazifasciste, mentre Lenin sventolava Le Tesi d’aprile di “tutto il potere ai Soviet”.
La Russia fu, nel nostro immaginario visionario e stupefacente, la formidabile potenza della militanza civile. Civile e comunista.
E oggi nel discernere il grano dall’oglio dell’ideologia pulita, salviamo non solo quelle rosse bandiere di sentimento e passione. Abbiamo il dovere di “avere il dovere”. Primo fra tutti, il dovere democratico, nemico capitale dell’indifferenza vile e del tradimento costituzionale.