IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Comunità Speranza parteciperà al Presidio Silenzioso fuori il Carcere di Lecce per dire basta all’indifferenza che produce solo morte – sabato 13 dicembre ore 10:00

Presidio silenzioso

Nota introduttiva della redazione
La redazione de Il Pensiero Mediterraneo condivide con i lettori il presente comunicato ufficiale considerando l’interesse culturale e sociale dell’iniziativa e il suo rilievo nel panorama nazionale. Pubblichiamo il testo nella versione integrale ricevuta, senza interventi o modifiche, al fine di garantire un’informazione precisa e rispettosa della fonte originale.

Comunità Speranza, Associazione di Volontariato Carcerario, desidera con questo comunicato richiamare l’attenzione delle istituzioni e della società civile su una questione che non può più essere rimandata: la condizione delle carceri italiane e la necessità inderogabile di investire in strutture e personale per garantire ad ogni detenuto una permanenza rispettosa della dignità umana. La dignità umana non è un concetto astratto, ma un principio giuridico e morale sancito dalla nostra Costituzione e dalle convenzioni internazionali.

Ogni persona, indipendentemente dal reato commesso, ha diritto a vivere in condizioni che rispettino la sua integrità fisica e psicologica. Il carcere non deve essere un luogo di annientamento, ma uno spazio di rieducazione, di riflessione e di possibilità di riscatto. Eppure, la realtà che quotidianamente constatiamo come volontari è ben diversa: sovraffollamento, carenza di personale, strutture fatiscenti, mancanza di attività formative e lavorative. Tutto ciò trasforma la pena in sofferenza inutile, in degrado, in ulteriore marginalizzazione. Non è questa la giustizia che vogliamo. È indispensabile porre in essere investimenti concreti e mirati. Le strutture devono essere rinnovate, molte carceri italiane sono edifici vecchi, inadatti, privi di spazi adeguati per attività educative, culturali e lavorative.

Occorre ristrutturare, modernizzare, creare ambienti salubri e funzionali. Il personale deve essere incrementato e qualificato: agenti di polizia penitenziaria, educatori, psicologi, mediatori culturali, medici. Senza un numero sufficiente di professionisti motivati e formati, ogni progetto di rieducazione rimane lettera morta. Le attività devono essere potenziate: laboratori, corsi di formazione, opportunità di lavoro interno ed esterno. Solo così il detenuto può sentirsi parte di un percorso di reinserimento e non di un vicolo cieco. Investire nel carcere significa investire nella società. Ogni detenuto che riesce a reinserirsi positivamente riduce il rischio di recidiva, contribuisce al benessere collettivo, diventa cittadino attivo. Non possiamo accettare che le mura delle carceri rimangano luoghi di abbandono e di sofferenza.

Lo Stato deve assumersi la responsabilità di garantire condizioni di vita dignitose, perché la dignità non è un privilegio, ma un diritto. Come volontari, entriamo ogni giorno nelle carceri e vediamo con i nostri occhi celle sovraffollate, e mancanza di spazi comuni per attività culturali o ricreative, detenuti che passano numerose ore al giorno chiusi in cella senza stimoli, personale penitenziario stremato, costretto a turni massacranti senza adeguato supporto. Questa non è giustizia, è abbandono.

È una ferita aperta nella coscienza del Paese. Non possiamo delegare tutto alle istituzioni. La società civile deve farsi carico di questa responsabilità. Ogni cittadino deve comprendere che il carcere non è un mondo a parte, ma parte integrante della nostra comunità. I detenuti sono uomini e donne che un giorno torneranno liberi. Se li abbandoniamo oggi, li ritroveremo domani più arrabbiati, più emarginati, più inclini a delinquere. Investire nel carcere significa investire nella sicurezza di tutti. È un calcolo semplice: dignità e rieducazione riducono la recidiva, riducono i costi sociali, riducono la paura. La Comunità Speranza propone un piano nazionale di ristrutturazione delle carceri, con fondi vincolati e trasparenti. Propone l’assunzione straordinaria di personale qualificato, con formazione continua e supporto psicologico. Propone la creazione di laboratori e corsi di formazione professionale, in collaborazione con imprese e associazioni. Propone l’apertura delle carceri alla società civile, con progetti culturali, artistici, sportivi autentici. Propone il monitoraggio indipendente delle condizioni di vita, con rapporti annuali pubblici.

Il nome della nostra associazione non è casuale: Comunità Speranza. Crediamo che la speranza sia il motore del cambiamento. Ogni detenuto ha diritto a sperare in un futuro diverso. Ogni volontario ha il dovere di alimentare questa speranza. Ogni istituzione ha la responsabilità di renderla concreta. Non possiamo più accettare che la speranza venga soffocata da muri scrostati, da celle sovraffollate, da indifferenza. La speranza deve diventare politica, investimento, progetto. La Comunità Speranza lancia un appello forte e chiaro: investire nel carcere è investire nella società, nella sicurezza, nella giustizia, nella speranza. Non si tratta di buonismo, ma di realismo. Non si tratta di carità, ma di giustizia. Non si tratta di spese inutili, ma di investimenti necessari. Ogni euro speso per rendere il carcere più umano è un euro speso per rendere la società più giusta. Ogni euro speso per dare dignità a un detenuto è un euro speso per dare dignità a tutti noi.

Comunità Speranza ribadisce che il carcere deve essere un luogo di umanità, non di abbandono. È tempo di agire, con coraggio e con responsabilità. È tempo di investire nella dignità di chi vive dietro le sbarre, perché la dignità di uno è la dignità di tutti.

Sabato 13 dicembre, alle ore 10:00, davanti all’ingresso della Casa Circondariale di Borgo San Nicola a Lecce (via Paolo Perrone), i volontari e volontarie di Comunità Speranza, insieme ad alcune associazioni attive all’interno dell’istituto penitenziario si ritroveranno per un presidio silenzioso per dire basta ai suicidi, all’indifferenza e a un carcere che produce morte invece di responsabilità.

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