Con Valentino De Luca per le storte vie di Lecce
Valentino De Luca
di Maurizio Nocera
Quel giorno che mi telefonarono per dirmi che Valentino se n’era andato per altre vie dalle quali non si può più tornare, mi venne un nodo alla gola. Uscii di casa e mi orientai verso il solito luogo dei nostri incontri. Quello dove ci siamo incontrati negli ultimi dieci anni: la Tipografia del Commercio di Alberto Buttazzo, luogo meraviglioso, carico di storia, di odori e profumi tipografici, che ammaliavano entrambi.
Alberto Buttazzo, che conosceva bene Valentino sin dal periodo scolastico, ci aspettava tutte le sere. Valentino ritornava dalla sua passeggiata, proveniente da piazza Sant’Oronzo attraversando via dei Perroni, io invece arrivavo da Porta San Biagio. Con Alberto, che ci parlava delle cose accadute durante la giornata, vivevamo un momento d’incanto. Ci piaceva ascoltarlo. Poi, Valentino parlava dei suoi progetti, dei suoi desideri urbanistici per la città. Infine, quando gli argomenti si esaurivano, Alberto chiudeva la tipografia e noi due ritornavamo verso le nostre rispettive case, non molto distanti l’una dall’altra. A volte ci dividevamo sotto Porta San Biagio, altre invece, soprattutto dopo avere saputo della sua malattia, la separazione avveniva nei pressi dell’ex Collegio Argento (oggi Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano”), sul trivio della rotatoria.
– Buonanotte Valentino. Riposa bene.
– Altrettanto Maurizio.
Dunque, la sera che seppi la triste notizia, telefonai immediatamente al presidente dell’Anpi di Lecce per dirgli di fare un qualcosa per il nostro associato. E sì, Valentino era iscritto all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia da sempre, sin dal tempo in cui presidente era Enzo Sozzo. Valentino ed Enzo si conoscevano, si rispettavano e fra di loro non c’era solo lo scambio di saluti di fine anno, c’era qualcosa in più: il loro rispettivo rapporto con la città, per entrambi – Valentino con le sue note e cronache storiche ed Enzo con i suoi dipinti sul barocco e le carrozzelle – mitica città gonfia di sapere e di affetti.
All’indomani dell’inaspettata notizia, apparve sulla stampa locale il comunicato dell’Anpi di Lecce. Questo:
«È scomparso sabato sera a Monza, dove era ricoverato, Valentino De Luca, settantatreenne, bibliografo e saggista, autore di innumerevoli studi storici che hanno dato spessore nuovo ad intere pagine di storia salentina. Con lui scompare un tenace cultore di memoria e finisce una battaglia di resistenza contro l’oblio di fatti, volti e momenti storici, troppo poco indagati, lungo una vita intera. Classe 1946, Valentino è stato bibliotecario per quasi quarant’anni all’Università di Lecce (oggi UniSalento), presso la Biblioteca Interfacoltà “Teodoro Pellegrino”. È stato ispettore onorario ministeriale per la Conservazione dei monumenti e degli oggetti d’arte per il Comune di Lecce. Ed è stato anche e soprattutto profondo conoscitore della storia dei Beni culturali, ricercatore infaticabile, proteso a ricostruire pagine di storia leccese. Tra i suoi lavori, ricordiamo*:
– Stampa ed editoria leccese 1960-1994 (AGM, Lecce 1997), catalogo di cui egli fu autore ed editore.
– Teodoro Pellegrino: (1908-1985). Un intellettuale per l’Università di Lecce (Mario Congedo editore, Galatina 2006).
– Dell’abbadia di Santa Maria a Cerrate (curatela V. De Luca, Capone editore, Cavallino 2004), saggio dello stesso Teodoro Pellegrino, grande bibliotecario novecentesco della Provinciale “Nicola Bernardini”, che Valentino stimava moltissimo.
– Quei morti per pane e lavoro: Lecce, 25 settembre 1945 (Editrice Salentina, Galatina 2015), firmato insieme al giornalista Enzo Bianco.
– “Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”. La prima guerra mondiale nei monumenti e nelle epigrafi di Lecce (Editrice Salentina, Galatina 2015).
– Cento anni dalla Grande Guerra, libro che fu un importante atto di ricostruzione sugli effetti di quel conflitto nel Salento.
– Lecce negli anni della Grande Guerra (Editrice Salentina, Galatina marzo 2019), suo ultimo lavoro, degli ultimi mesi. Si tratta di un’analisi conseguente al precedente studio. La sua voglia di approfondire e divulgare, lo portò a collaborare come consulente nel tempo per la stesura di cataloghi artistici, ma anche a scrivere per diverse testate, in decenni lontani tra loro, interventi, saggi, contributi intensi su «Salento domani» (di cui fu collaboratore), «ScienzaSocietà» (di cui fu collaboratore e redattore, rivista fondata da suo cognato Umberto Cerroni), «Il corsivo», «LiberArs», «Presenza Taurisanese», «La Gazzetta del Mezzogiorno», «Nuovo Quotidiano di Puglia».
Nel 2008 fu il promotore del posizionamento di una lapide all’ingresso di Palazzo dei Celestini per ricordare i tre lavoratori uccisi dalla polizia nel ’45 durante una rivolta popolare. E sempre lui, con altri, fu il promotore del ricollocamento sulla fiancata di Palazzo Carafa, sede del Municipio di Lecce, di una targa alla memoria di Giacomo Matteotti.
«La sua scomparsa lascia un grande vuoto nel mondo della cultura leccese, che ha onorato per tutta la vita con intelligenza e passione offrendo uno straordinario contributo di sapere – ha detto commosso Enzo Bianco, che con lui ha condiviso tante battaglie di resistenza culturale – con il piacere della ricerca e dello studio mirato alla divulgazione e alla conservazione della memoria».
Eugenio Imbriani, docente di UniSalento, è stato tra i primi a divulgare la notizia della scomparsa di De Luca, l’amico compagno di dialoghi e di indagini, aggiungendo: «Probabilmente, l’impegno e la fatica che lo hanno condotto a chiudere e pubblicare il suo ultimo libro su Lecce e la Grande Guerra lo hanno molto debilitato».
Valentino amava i libri e ciò che ci univa era appunto questo amore per il libro, soprattutto i libri stampati alla vecchia maniera, con caratteri mobili, macchine tipografiche piano-cilindriche (com’erano le macchina tipografiche della Tipografia del Commercio di Alberto Buttazzo) e su carta di cellulosa. Non aveva una grande passione per i libri virtuali, tant’è che l’ultima sua fatica è stata appunto il libro stampato dalla casa Editrice Salentina di Galatina, di cui spesso si serviva a proprie spese e, a volte, con qualche sponsor.
Ci conoscemmo alla fine degli anni ’70. Io insegnavo già e Valentino era già bibliotecario presso l’Università (1972-2010). Erano anni di vivaci movimenti rivoluzionari e letterari, o sedicenti tali, in una Lecce un po’ dormigliona sin dai tempi del primo Risorgimento che, invece, l’avevano vista, assieme alla capitale Napoli, sulle più avanzate trincee della lotta per l’Unità d’Italia (per avere un’idea, basti pensare ai rivoluzionari risorgimentali Sigismondo Castromediano di Cavallino, Bonaventura Mazzarella ed Emanuele Barba di Gallipoli, Oronzio De Donno di Maglie, Giuseppe Libertini di Lecce). In quei movimenti (mi riferisco agli anni ’70-80), o sedicenti tali, che non poco risvegliarono la nostra città, io ero un capobanda di una delle organizzazioni rivoluzionarie ma, allo stesso tempo, ero anche un amante – come d’altronde lo era anche lui (militante del Partito comunista italiano) – di letteratura, poesia, insomma di tutto ciò che ruotava intorno al fare letterario.
A quell’epoca, con Antonio Leonardo Verri andavamo pubblicando una serie di fogli di poesia (si stampavano in tipografia, ma poi la collazione la si faceva in casa mia): «Caffè Greco», «Pensionante de’ Saraceni», «Quotidiano dei Poeti», «On Board», fanzine a più non posso, ancora altra roba del tipo Fate fogli di poesia, Poeti! Puntualmente poi cercavamo di vendere questi fogli volanti sugli scalini dell’Università o nei suoi dintorni, quando la sua sede principale era ancora nei pressi di Porta Napoli. Ci portavamo appresso una cinquantina di fogli e, come avevamo visto fare al cinema, quasi fossimo anche noi degli strilloni, li vendevamo (o tentavamo di farlo) ai passanti, agli studenti, ai docenti. Che pena! I pochi dell’Università che li compravano erano Mario Marti, Donato Valli, Ennio Bonea, Umberto Cerroni (compagno di Marisa, sorella di Valentino), Carlo Alberto Augieri, Arrigo Colombo, Gino Vergine, Piero Fumarola e, immancabilmente, il buon Valentino De Luca. Ovviamente il Verri, dopo un po’, si stancava di fare la questua, così, invece che venderli, quei poveri fogli gialli cominciavamo a regalarli a chi in quel momento aveva la fortuna di passare davanti a noi.
Ho scritto che Valentino era uno dei pochi che ci dava qualcosa di tasca sua, ma quando il Verri contava le poche migliaia di lire raccolte, allora bofonchiava:
– Meno male che c’è stato De Luca a darci qualcosa in più, se no…
Dicevo che ci siamo conosciuti per il tramite dei libri. Non posso dimenticare quello che accadde qualche mese dopo la prematura scomparsa di sua sorella Marisa. Ho già detto che le nostre case non erano distanti, o meglio quasi dirimpettaie sono la mia casa e quella dei genitori della moglie di Valentino, la signora Gianna Bascià, nipote di Vito Bascià, l’artista del ferro battuto che aveva operato a Lecce nella sua bottega di via Guglielmotto d’Otranto.
Un giorno accadde che io uscii dalla mia e lui dalla casa della moglie. Come di solito, ci salutammo con un gesto della mano, poi con la sua voce tipicamente bassa, mi chiede di avvicinarmi. Mi disse:
– Maurizio, hai spazio per alcuni libri e riviste nella tua casa.
– Certo che ne ho.
– Allora, un giorno ti telefono e con la tua macchina te li vieni a prendere.
– Ah!, caro Valentino, non sai quanto mi fai felice.
Così, dopo qualche settimana, Valentino mi chiamò. Fu così che andai a prendere quei libri e quelle riviste. Tutto materiale legittimo, tutti libri e riviste “santificate”, tutto regolarmente acquisito. Solo che il docente dell’Università, che stava per trasferirsi in altra sede, non se li poteva portare appresso, per cui Valentino, che aveva già fatto una verifica presso l’Università, alla quale quei libri e riviste non interessavano più di tanto. Si disse che era “materiale politico”. Fu anche per questo che egli si decise di affidarli a me.
Nessuno può immaginare di che cosa si trattava: l’intera collezione di «Critica Marxista», l’intera collezione di «Rinascita», alcune annate de «l’Unità», alcune annate di «Studi Storici», l’intera collezione di «Belfagor», l’intera collezione di «ScienzaSocietà», alcune annate de «Il Critone», l’intera collezione de «Il Campo», l’intera collezione di «Salento Domani», diversi numeri sparsi di importanti riviste nazionali (che è inutile elencare). E poi libri di Marx, Engels, Lenin, Gramsci, Togliatti, Longo, Amendola (anche qui è inutile continuare l’elenco). Aggiungo solo che questo patrimonio librario che Valentino mi donava, divenne poi il fondo sul quale ho avuto modo di approfondire la mia conoscenza sul sapere scientifico, politico e letterario.
Ovviamente, da quel momento in poi, la mia riconoscenza nei suoi confronti divenne assoluta. Nonostante tutto il tesoro che egli mi aveva donato, tuttavia c’era un altro aspetto che lo contraddistingueva. A quei tempi accadeva spesso che io e Verri ci recassimo alla biblioteca dell’Università. Accadeva pure che io ci andassi da solo. Ricordo che in quelle occasioni, Valentino era sempre pronto a farmi avere tra le mani il libro che in quel momento mi occorreva per una ricerca o per un qualsiasi altro studio.
La nostra amicizia fu sempre sincera e fondata su interessi ideologici che ci accomunavano, vale a dire i libri e la militanza politica, nonostante che lui militasse in un partito istituzionale (PCI) ed io in un’organizzazione politica minore ed extraparlamentare.
Con Verri, oltre che giornali e fanzine, pubblicavamo anche dei libri. Spesso toccava a me portarli a Valentino. Per quanto io non dimenticassi mai il dono che egli mi aveva a fatto, per cui cercassi di disobbligarmi donandogli il libro edito dal «Pensionante de’ Saraceni», non c’era verso che riuscissi nell’intento. Immancabilmente, Valentino tirava fuori dal portafoglio qualche migliaio di lire e me lo dava. Gli dicevo:
– Ma no, Valentino. Non è il caso.
– Ma guarda, Maurizio, che questi soldini non sono per te che già lavori, ma per il povero Antonio Verri, che è sempre squattrinato.
Era vero. Questa sua affermazione mi smontava perché poi, quando davo il ricavato della vendita al Verri, egli immancabilmente diceva:
– È De Luca che te li ha dati?
– Sì, è De Luca che ha fatto la migliore offerta.
Poi il tempo è passato, le amicizie si sono sempre più approfondite fra noi che eravamo considerati come degli “ispirati” (nel senso di soffiati) della militanza letteraria. Sicuramente dimentico qualcuno, ma fra me e Valentino, gli amici attraversati sono: Lorenzo Capone, Gianni Carluccio, Gino Vergine, Glauco Capone, Vincenzo Camerino, Enzo Liguori, Nicola Carducci, Cecchino Lala, Walter Vergallo, Cesare Distante, il buon Enzo Panareo, col quale Valentino approfondiva le sue conoscenze sulla pittura attraverso la pubblicazione di cataloghi d’arte. Ovviamente molti altri ancora, che Valentino apprezzava e dai quali era apprezzato. Io, per quanto potevo, gli sono rimasto sempre vicino, perché non potevo assolutamente far sopire la mia riconoscenza nei suoi confronti. Era sempre vivo in me, davanti ai miei occhi, quel patrimonio politico-letterario, presso il quale ogni giorno attingevo l’acqua del sapere per far crescere le mie conoscenze.
Un giorno accade un altro evento straordinario. Valentino mi telefonò per dirmi che aveva pubblicato un libro, nel quale mi citava. Andai a trovarlo alla biblioteca dell’Università. Si trattava del catalogo Stampa ed editoria leccese 1960-1994 (AGM, Lecce, 1997, pp. 543), un libro importante per la conoscenza bibliografica salentina. Credo che per comprendere la natura di questo volume sia sufficiente citare Domenico Urgesi, all’epoca bibliotecario della Biblioteca Comunale di Mesagne, un competente quindi. Scrive:
«Nel recente panorama bibliografico salentino non ci sono molte opere che aiutino il lettore, lo studioso o gli studenti a “navigare” nel mare magnum dell’editoria del secondo Novecento. Il libro di Valentino De Luca è un primo passo non solo in questa direzione, ma anche in quella del rinnovamento del vecchio panorama bibliografico. Esso era fermo al primo Novecento, con i testi classici di Nicola Bernardini (Giornali e giornalisti leccesi, Lecce 1886), Amilcare Foscarini (Saggio di un catalogo bibliografico degli scrittori salentini, Lecce 1894), Pietro Marti (Catalogo bibliografico delle opere di scrittori salentini, Lecce 1929), Nicola Vacca (Giornali e giornalisti salentini, Lecce 1940). A questi si aggiungano le opere, più recenti, di Ennio Bonea, quelle di Gianfranco Scrimieri e Dino Levante, scritte con l’intento di costituire una rassegna ragionata e selezionata dell’editoria salentina; un discorso a parte sono le raccolte catalografiche di Elio Dimitri, compilate con la cura del bibliofilo./ Il testo di De Luca si pone invece, senza mezzi termini, l’obiettivo dell’esaustività bibliografica (sia pure riguardo a un periodo limitato: 1960-1994), ovvero di documentare tutto quello che è stato pubblicato nella provincia di Lecce; come dichiara l’autore nell’introduzione: “un censimento della produzione editoriale e tipografica in provincia di Lecce”./ Un obiettivo così ambizioso non poteva essere coltivato se non da un bibliotecario, qual è il De Luca. Egli si è sobbarcato, con piena autonomia, e folle tenacia, un compito che sarebbe stato più confacente a qualche istituzione».
Non è il caso che io faccia qui una scheda bibliografica/bibliofilica di questo importante volume, per il quale Valentino De Luca ha speso – credo senza esagerare – una ventina di anni della sua vita. Verrà il tempo in cui affronterò l’argomento. Mi limito solo a scrivere che egli effettivamente era stato attento a ciò che io ero andato scribacchiando su varie riviste e rivistine salentine. Le citazioni che egli fa su di me sono più che dignitose. Tuttavia è bene citare l’episodio dell’incontro. Valentino mi voleva donare il volume. Io però sapevo che egli aveva sostenuto un’importante spesa, per cui ho messo subito la mano al portafoglio. Non riuscendo a convincerlo, sono riuscito solo a dirgli:
– Va bene, accetto il dono, ma almeno fammene comprare un’altra copia, perché intendo donarla ad Antonio Massari che vive a Milano.
In questo modo accettò, anche perché gli faceva piacere sapere che sarebbe andata a finire a Milano e nelle mani di un pittore che stimava molto.
Valentino De Luca se ne è andato via nel luglio 2019 in quell’altro mondo per noi umani imperscrutabile. Mancavano solo pochi mesi allo scoppio della tremenda pandemia di Covid-19, che però non ha impedito a uomini e donne di buona volontà di ricordarlo. Per primo l’ha fatto Marcello Seclì, presidente di Italia Nostra Sud Salento che, il 23 novembre 2019, in occasione della manifestazione, relativa al Festival per la Cultura del Territorio della 21a Edizione di Identità Salentina”, ci convocò presso l’ex Convitto Palmieri per dire la nostra sul caro Valentino, associato Italia Nostra nel Gruppo di Lecce. Nella sua introduzione, Marcello ricordò ai presenti che Valentino era sempre sollecito
«a dare la giusta attenzione ai tanti “segni della storia”, come le lapidi commemorative e le effigi dei personaggi presenti sugli spazi urbani, ma anche su fatti e figure dimenticate o trascurati come, ad esempio, i 132 leccesi deceduti per cause belliche tra il 1911 e il 1926, i cui nomi non sono presenti sulle lastre marmoree del Monumento dei Caduti e per la cui integrazione Valentino, con particolare determinazione, si stava adoperando».
Al convegno fu presentato un video dal titolo La passione e l’impegno per la conoscenza della storia (curata da Eugenio Imbriani, Pompeo Maritati, Maurizio Nocera e dallo stesso Marcello Seclì). Gli interventi furono fatti da Eugenio Imbriani, Emanuele Lasalandra e Giacinto Urso. Di quest’ultimo commovente fu il Ricordo per Valentino De Luca. Eccone alcuni passi:
«Valentino travedeva per il gusto del dettaglio, della minuzia, che rende armonioso mosaico e compone le grandi cose. Considerava la ricerca mai completata. La sua mentalità di ricercatore, la sua caparbietà a frugare, sempre e oltre, il voler conoscere sempre di più, erano a base della sua fatica./ In ogni caso, alla base dominava un’immensa curiosità, che falsamente da alcuni viene declassata a chiacchiericcio di stolte comari, rapite dal pettegolezzo. Invece, la curiosità è scienza, è motore della ricerca. […] A questo punto, qualcuno potrebbe osservare che – a differenza di quanto prima precisato – il mio parziale racconto nel declamare le sue virtù sia scivolato nell’elegia post mortem. Sarebbe così, se non avessimo, sotto gli occhi, l’ultimo volume dei suoi pensieri, titolato Lecce negli anni della grande guerra, stilato in occasione del “Centenario della prima guerra mondiale 1915-1918” […] Si tratta di un saggio conoscitivo di notevole importanza storica e di grande valore patriottico, che solo gli stolti dell’attuale presentismo dissolutore possono sminuire a rango di stanca, livellata cronaca. Oppure a sequela di racconti, oramai fuori tempo, che non servono a nessuno./ Non è così. Siamo di fronte a un componimento culturale utilissimo anche per i nostri, attuali, travagliati giorni. Non è fumo d’incenso. È un robusto Monumento originale di narrativa patria, al momento ripudiata anche in famiglia. Forse unica, sicuramente minuziosa, completa, avvincente. Soprattutto originale. […] Stasera, ricordando Valentino De Luca, si è infranto il pericolo. I miei quasi 95 anni di età si scusano per non avere saputo di più e di meglio».
Come si vede da quanto riportato in citazione, il fulcro dell’intervento del presidente Urso è il famoso libro Lecce negli anni della grande guerra, l’ultima grande fatica di De Luca, sul quale, nella stessa occasione del convegno del novembre 2019, due intimi amici di Valentino – Maria Rosaria e Alberto Buttazzo – hanno scritto una bella recensione. Scrivono:
«Un’opera d’eccezione: Lecce negli anni della Grande Guerra./ Un libro importante, monumentale, che continua, racchiude e completa l’altra sua pregevole opera, Stringiamoci a coorte siam pronti alla morte. L’Italia chiamò. La Prima guerra mondiale nei monumenti e nelle epigrafi di Lecce, una guida storico-tematica-cronologica che ripercorre luoghi, monumenti, iniziative nel ricordo dei Caduti leccesi e ne individua numericamente e tipograficamente le tracce nel tessuto cittadino. Anch’essa è stata scritta in occasione del “Centenario della prima Guerra Mondiale 1914/ 1918”. […] In queste opere Valentino tiene fede al dovere morale di raccogliere le memorie, i simboli, gli eventi, di tramandare nel tempo le storie di uomini e donne che hanno vissuto la Storia, di rendere immortale il loro quotidiano, fatto di eroica normalità. Un lavoro di cura e salvaguardia che in Lecce negli anni della Grande Guerra si fa parola, vita, cuore e sangue. Un’opera che si legge e che coinvolge come un romanzo avvincente, mentre la consapevolezza che non c’è “invenzione” di sorta, ma che si tratta di realtà vissute, costituisce un inestimabile valore aggiunto. Così la lettura diviene emozione, riflessione e conoscenza in pagine che ricostruiscono con dovizia di particolari e precisione narrativa la storia locale dal 1914 al 1921, con anticipazioni negli anni successivi, che gettano nuova luce anche sulla storia nazionale e insegnano inediti episodi, situazioni, iniziative. Con l’estremo, scientifico rigore metodologico che lo contraddistingue e di cui ha dato più volte prova, Valentino ricerca, consulta, confronta una mole infinita di dati e documenti d’archivio. A conclusione di questo attento, immane studio, non solo condivide materiale preziosissimo, ma salva dall’oblio uomini, famiglie, sogni, speranze stroncati dalla guerra, “l’orrenda carneficina”, l’inutile strage” in cui le persone, “umili artefici della storia”, furono coinvolte e a cui molte parteciparono per obbedienza, per dovere, per patriottismo, quasi sempre senza chiedersi il perché. […] Di grande utilità per la consultazione è l’indice analitico, stilato con la pazienza certosina e scientifica di cui Valentino è maestro e che permette la fruizione e l’uso dell’opera per scopi specifici o mirate consultazioni. Vasta e articolata la bibliografia che dalle riviste spazia agli archivi e ai più svariati testi utilizzati come fonti, stimoli e mezzi per ricostruire in modo eccellente la storia di Lecce durante la Grande Guerra, che è anche storia nazionale e Storia tout court. Un libro da leggere e rileggere per scoprire nuove informazioni, aspetti sfuggiti, particolari inediti, come uno scrigno di tesori. Lecce negli anni della Grande Guerra è un libro da consultare, da portare nelle scuole, da custodire gelosamente nelle biblioteche per il suo spessore e l’incommensurabile valore storico. Un libro da amare per la passione che comunica verso la storia di Lecce, di cui fa riscoprire il passato, rinnovando le radici, e verso la Storia in generale. Un libro che con il culto delle memorie ripropone il valore conoscitivo, memoriale e didattico della Storia che, se non sempre è magistra vitae, certamente dice chi siamo. Grazie Valentino per questo inestimabile, appassionato dono di storia e di cultura».
Infine, non posso non ricordare gli ultimi incontri – ma proprio gli ultimi, di poche settimane prima che egli “volasse via per sempre” – di Valentino con chi qui scrive e soprattutto con Pompeo Maritati, presidente dell’Associazione per la Promozione della Scienza, dell’Educazione e della Cultura di Lecce (Apsec). Purtroppo si tratta del ricordo di un impellente desiderio di Valentino, che tutti insieme non siamo riusciti a soddisfare. Egli aveva lavorato, studiato, approfondito, come sempre d’altronde, tutta la storia dell’Epigrafe a Michelangelo Schipa(Lecce, 4 ottobre 1854 – Napoli, 4 ottobre 1939), ubicata sul prospetto della casa natale (ex Palazzo Spada in via Palmieri). Ormai erano decenni che quella targa tufacea non si leggeva più. Quanti di noi arrivavano nei pressi di quel palazzo e cercavano di leggere cosa ci fosse scritto. Il tempo e le intemperie avevano dilavato irrimediabilmente le lettere. Ebbene Valentino era riuscito a rintracciare quel testo e l’aveva proposto come base per chiedere alle Istituzioni pubbliche la ricollocazione. Ecco le parole da lui riprese da quanto era rimasto sulla facciata della casa:
«In questa casa nacque/ Michelangelo Schipa/ e qui l’Amministrazione provinciale di Terra d’Otranto/ fiera di lui/ celebrandosi per la prima volta nel 1952…» (il restante testo è illeggibile).
Data la lacunosità dell’antico testo, Valentino si era messo alla ricerca dell’Epigrafe, rintracciando l’intera iscrizione. Questa:
«In questa casa nacque addì 4 ottobre 1854/ Michelangelo Schipa/ e qui l’Amministrazione provinciale di Terra d’Otranto/ fiera di lui/ celebrandosi per la prima volta nel 1952/ i più illustri figli del Salento/ volle inciso nel marmo il nome onorato/ a ricordo perenne/ del cittadino integerrimo dello storico insigne del maestro venerato».
De Luca aveva aggiunto delle Annotazioni. Queste:
«Data dello scoprimento, giovedì 30 ottobre 1952. La commemorazione fu tenuta nella Sala del Consiglio Provinciale dal prof. Ernesto Pontieri (Nocera Terinese-Catanzaro, 4 settembre 1896 – Roma, 4 maggio 1980), Rettore Magnifico dell’Università di Napoli e suo allievo. L’epigrafe, che inizialmente era stata prevista su lastra marmorea e che come da programma delle “Celebrazioni Salentine” doveva essere inaugurata sabato 25 ottobre, fu in realtà scritta su tenera pietra leccese, per cui a distanza già di alcuni decenni, come ben si nota dalla foto [allegata], il testo risultava illeggibile nella parte finale; pertanto se ne è data una lettura parziale./ Solo di recente, in un deposito del Museo provinciale “S. Castromediano”, ho rintracciato e fotografato l’epigrafe che nel 1952 non fu murata sulla facciata della casa perché probabilmente non ultimata in tempo per la cerimonia del 30 ottobre: appena pronta, fu depositata prima in un locale di Palazzo Adorno, acquistato proprio nel 1952 dalla Provincia di Lecce e da subito destinato a sede del “Centro studi salentini”./ La grande lastra di marmo fu ritrovata, recuperata durante i lavori di restauro dal 1989 al 1998 dello storico palazzo, diventato dal 2000 sede del Presidente dell’Amministrazione provinciale».
Sì, è così, Valentino De Luca non è riuscito a vedere collocata quella lastra di marmo sulla casa natale di Michelangelo Schipa, perché spesso la burocrazia è più lenta di un Matusalemme. Tuttavia noi siamo ancora oggi impegnati a continuare la sua battaglia, affinché anche questo suo obiettivo venga raggiunto. Come se ne deve raggiungere un altro, cioè un convegno istituzionale dedicato a lui, a “Valentino De Luca, storico della Città di Lecce”.