Conosciamo il vincitore del Concorso Internazionale “Visioni sintetiche 2025” “Gentil Petrillo”
Il silenzio di Coltan di Gentile Petrillo l'immagine vincitrice il Concorso Internazionale "Visioni Sintetiche
Nel panorama in rapida trasformazione dell’arte digitale, dove l’immagine generata dall’algoritmo rischia spesso di ridursi a esercizio tecnico o a spettacolo effimero, il lavoro di Gentil Petrillo si distingue per profondità, rigore e coscienza critica. La sua ricerca non si limita a esplorare le potenzialità della sintesi visiva, ma interroga con lucidità le strutture materiali, etiche e sociali che rendono possibile l’innovazione tecnologica. È un approccio che restituisce dignità all’immagine digitale, riportandola al suo ruolo originario: non un artificio, ma uno strumento di pensiero.
Il suo percorso nasce nella strategia e nella comunicazione digitale, ma si evolve presto in una riflessione più ampia sul rapporto tra tecnologia e condizione umana. Petrillo non considera l’intelligenza artificiale un sostituto dell’autore, bensì un dispositivo che costringe a una consapevolezza maggiore. Le sue opere sono luoghi di tensione: tra progresso e responsabilità, tra potenza della macchina e fragilità dei corpi, tra ciò che l’innovazione promette e ciò che inevitabilmente nasconde.
La sua biografia testimonia un impegno costante nella formazione e nella divulgazione: corsi specialistici, master, programmi dedicati ai sistemi generativi e alla cultura del dato. Ma soprattutto una postura critica che lo porta a interrogare le filiere dell’innovazione, le materie prime, i territori trasformati, le vite coinvolte. È da questa consapevolezza che nasce la sua poetica visiva, capace di trasformare l’immagine sintetica in un atto politico.
Premiato alla Camera dei Deputati come Digital Innovator, membro della Fondazione ENIA e del comitato scientifico di Give Back, Petrillo incarna una generazione di autori che non separano più l’arte dalla responsabilità civile. La sua vittoria al Concorso Visioni Sintetiche 2025 non è soltanto il riconoscimento di un talento, ma la conferma che l’AI può diventare linguaggio culturale, spazio critico, occasione di consapevolezza collettiva.
Con questa intervista, Il Pensiero Mediterraneo offre ai lettori l’opportunità di entrare nel laboratorio intellettuale di un autore che ha scelto di abitare la complessità senza semplificarla. Un invito a guardare oltre la superficie delle immagini e a interrogare ciò che esse rivelano — e ciò che preferiremmo non vedere.
Intervista
1. Come descriverebbe il suo percorso artistico e cosa l’ha portata a lavorare con i linguaggi della sintesi digitale?
Provengo dal mondo della strategia e dell’innovazione digitale. Per anni ho osservato come gli strumenti tecnologici modifichino il nostro modo di vedere, desiderare, scegliere. A un certo punto ho sentito l’esigenza di usare quegli stessi strumenti non per vendere o ottimizzare, ma per interrogare. L’AI è diventata il mio atelier concettuale: uno spazio dove il pensiero prende forma visiva.
2. Qual è stata l’intuizione iniziale che ha dato vita all’opera vincitrice?
L’intuizione è nata da una domanda semplice e scomoda: quanto pesa davvero l’intelligenza artificiale?
Non in termini di calcolo, ma di materia, di corpi, di territori. Da lì è emersa l’immagine di un’infanzia che porta sulle spalle ciò che noi, dall’altra parte dello schermo e del pianeta, preferiamo non vedere.
3. Quali temi o emozioni desiderava trasmettere attraverso questa creazione?
Volevo generare un cortocircuito. L’osservatore è attratto dalla forza dello sguardo, ma subito dopo percepisce la fatica, la polvere, la sproporzione tra età e peso. È il passaggio dalla fascinazione tecnologica alla responsabilità morale.
4. Ci sono elementi simbolici o tecnici dell’opera che ritiene fondamentali per comprenderla appieno?
Lo sguardo diretto è centrale: non permette fuga. Non è una vittima distante, è una presenza che chiama in causa chi guarda.
Anche il fuori fuoco sullo sfondo è decisivo: le macchine e le altre figure diventano sistema, struttura, normalità. Il singolo volto diventa coscienza.
5. Che ruolo ha la tecnologia nel suo processo creativo quotidiano?
La tecnologia è un amplificatore di domande e di processi. Mi consente di trasformare intuizioni astratte in scene emotivamente immediate e mi consente di trasformare i problemi di un’azienda in un software che prova a risolverli o almeno ci prova. Comunque l’AI richiede studio e disciplina: ogni scelta di prompt è una scelta politica.
6. In che modo l’intelligenza artificiale ha influenzato — o trasformato — il suo modo di concepire l’arte?
Mi ha insegnato che creare significa assumersi la responsabilità delle conseguenze narrative delle immagini. Se posso generare qualunque visione, allora devo chiedermi quale visione vale la pena far esistere.
7. Cosa l’ha spinta a partecipare al concorso Visioni Sintetiche e come ha vissuto questa esperienza?
Ho visto nel concorso la volontà di trattare l’AI come cultura, non come effetto speciale. Questo mi ha convinto. Il confronto con finalisti di livello così alto è stato stimolante e necessario. Per l’occasione, mi complimento e mi congratulo con tutti i finalisti che hanno fatto un ottimo lavoro ed ognuno di loro ha dimostrato competenza e lettura critica della società contemporanea.
8. Cosa rappresenta per lei ricevere questo riconoscimento internazionale?
È la dimostrazione che anche un’immagine nata dentro processi digitali può generare dibattito etico reale e concreto. È un premio che sento collettivo: appartiene a tutti quelli che credono in una tecnologia più consapevole e democratica.
9. Su quali temi o progetti desidera concentrarsi nel prossimo futuro?
Vorrei continuare a indagare le infrastrutture invisibili del nostro tempo: estrazione, dati, identità, marginalità. L’arte può rendere visibile ciò che l’innovazione tende a nascondere “sotto al software” o “sotto all’ hardware”, a seconda del contesto, però in questo caso non direi: “sotto al tappeto”
10. Quale messaggio vorrebbe lasciare ai lettori de Il Pensiero Mediterraneo?
Desidero invitare tutti a non accontentarsi delle risposte facili. La tecnologia corre veloce, ma la coscienza deve correre più lontano. Servono studio, forza e il coraggio di abitare la complessità senza semplificarla. Credo che il compito dell’arte e dell’innovazione, oggi, non sia rassicurare ma aprire spazi di dubbio. Per questo penso che, a volte, non dobbiamo inseguire soluzioni: dobbiamo imparare a inseguire le domande. Sono loro che ci rendono umani, anche nell’era dell’algoritmo. Ogni immagine è una scelta di campo. Anche quando nasce da un algoritmo, resta profondamente umana. Guardarla significa decidere da che parte stare.