‘Contra mortem’, vita? Vita oltre la morte?

di Paolo Protopapa
Rimuoviamo la morte, cioè la spostiamo fuori dalla nostra rotta. Presto e coraggiosamente la di-rottiamo ed eludiamo, la facciamo letteralmente ‘uscire di scena’. Quasi che essa, abbandonando la centralità ontologica dell’esistenza, appaia oscena.
O/scena significa contro, fuori, estranea, gettata fuori dalla scena. E se la scena non è teatro da guardare (fobica meraviglia sfuggente), spazio vivente
da interpretare, bensì limite e orizzonte, orizzonte limitato dell’attesa?
Alfa e Omega della “ben rotonda ed inconcussa verità” di Elea, entro la cui epigrafe rotonda l’Essere “che viene detto” coincide con l’essente, e reciprocamente restano “inconcussa verità poco o nulla dicibili” cosa vuol dire questo azzardo? Vuole dire che l’Ontologia dell’Essere (Eīnai) e la logica che lo dice (lògos) coincidono.
Sicché noi viventi, personificanti il lògos, attraverso il nostro pensiero pensante assumiamo l’Essere pensato quale ‘ob-jectum’, ente plurale che ci si contra-pone.
Finora e sino a quando esso Eīnai -natura non si atteggerà (consapevolmente nell’umano che se ne approprierà tautologicamente) in qualità attiva di ‘naturans-naturante’. E uomini e cose si confronteranno alla pari. Pluralità contro pluralità, enti naturali umani VS ‘tà ònta’, ossia mondo di cose frantumate e poste “per essere aggiogate” al tèlos-ethos (scopo/azione) dell’umano che fa e si fa. E che, facendo, lavorando non per gioco ma per fine determinato, sopprime e cancella, trasforma e plasma, così poeticamente incide, inventa e crea.
Qui l’arte e le ‘teknai’ fanno il mondo dell’umano, teleologicamente ispirato dagli Dei che con lui, in devozione contemplativa, si intrattengono tra rispetto e dispetto, tra pòlemos e eusèbeia, tra pìetas-nòmos, quiete e stàsis (conflitto), Kosmos e Kaos in perenne, dolorosa vicendevolezza.
Finché, appunto, l’equilibrio epico (e dinamico) non approdi, sempre più orfano di pacificazione stabile (pedissequa e ripetitiva) al “Pànton patèr pòlemos”, alla guerra “di tutte le cose padre” (Eraclìto).
Possiamo a questo punto immaginare un epocale e formidabile jato che ci rassereni, ma solo apparentemente.
Il prometeico azzardo che, rotolando il masso rischiarato dal fuoco, acceca (novello Ulisse) Polifemo monoculus, e illumina l’orizzonte pacificato con incontrastato dominio umano, è salvezza?
È qui, dunque, la Questione. Forse hai ragione e senno.
Perché la “Natura naturata” delle cose, ossia gli enti fatti e compiuti, separati e dispersi, irrelati e mutuamente e-stranei, non tornano nell’in sé naturante e unificante. Tornano, possono invece (spinozianamente) tornare se e solo se il limite dei modi e degli attributi si esalta nell’infinito-tutto- sostanza-Dio.
La via della filosofia, e del suo dualismo, sembra chiudersi e approdare alla metafisica dell’Uno. E questa alla soglia del “copulare con l’universo” dei Furori bruniani. E questi, ancora, pacificarsi con il “mi illumino d’immenso” ungarettiano. E questo, a sua volta, guizza col naufragare dell’ infinito che dalla Rocca recanatese spinge e riverbera tra mondi finiti più acquietati e domi.
Proviamo a crederci?







