CONTRO LE FINZIONI DELLA REALTÀ

Opera di Giannino di Lieto
Nota critica di Stefano Lanuzza sulle poesie di Giannino di Lieto
Maturato nel clima della Neoavanguardia senza, tuttavia, esserne soverchiato, Giannino di Lieto (1930-2006) è un poeta che, dopo gli esordi contraddistinti dall’interrogazione epigrammatica o lapidaria (cfr. Poesie, 1969; Indecifrabile perché, 1970), a partire da Punto di inquieto arancione (1972) espone il suo pervicace intento di non conformarsi alla norma per fondare una comunicabilità “altra”: dove ogni cosa risulti destrutturata dal discorso usuale decadendo dalla propria convenzionalità e diventando parola pura, immagine intensiva o emblema energetico.
Ne segue una fusione dell’uso simbolico ed emozionale del linguaggio in un
cosmo di simulacri dissacrati e fluttuanti che si sottraggono a ogni identificazione e dove lo stesso poeta si pone come un non-Io: un soggetto ossimorico senza identità esterna al proprio discorso e latore d’una poetica volgente in polemica contro la Tradizione risaputa e i feticci della letteratura ideologica o “impegnata”.
In un tempo senza più ideologie, la poesia – sembra volerci dire di Lieto, caricando di effetti acustici le sue “piste” di lemmi, voci, suoni apparentemente inesplorabili ed enucleati da qualsivoglia referenzialità – non è ciò che si trasmette o “si capisce”, ma qualcosa che “si sente” e s’esprime anche contro i riti, le rappresentazioni o le finzioni della realtà.
La poesia, allora, non è schema sintattico-grammaticale, bensì l’idioma d’una
conoscenza onnicomprensiva liberata, nel caso, in serie miniaturizzate di simboli circolanti verso altri simboli, di oggetti verso altri oggetti ovvero di versi entro altri versi. Il tutto nell’irrelata giustapposizione di sequenze drammatizzanti tradotte in un’allucinatoria quanto lucida automaticità includente, talora, come in Racconto delle figurine & Croce di Cambio (1980) – un’incursione nel cuore sotterraneo del paese di Minori –, i surreali pittogrammi di un’arazzeria repleta di velluti e stemmi, di stendardi e specchi, di risonanti “sassi e conchiglie”.
Nella prospettiva dell’esperimento di “scrittura automatica”, di Lieto non apparirebbe distante, oltre che da retaggi o solo suggestioni surrealiste, futuriste e dadaiste, dal discorso di Joyce, da certa maniera catalografica d’un Pound (ma senza l’ostentato enciclopedismo del poeta statunitense) o, soprattutto – come osserva Bàrberi Squarotti nell’Introduzione a Punto di inquieto arancione –, dalle refertali, ossessive iterazioni e tessiture sonore di Beckett, certo l’antefatto più probante della ricerca espressiva d’un lirico come di Lieto totalmente affidato al proprio demone manierista per il quale la sperimentazione non rimane fine a se stessa ma punta a un’indagine continua e progressiva della parola affrancata dalle convenzioni sintattico-grammaticali. Se il lettore è chi “capisce” soltanto l’ordine del discorso, allora il poeta è colui che scompagina siffatto ordine.
Accade poi che i virtuosismi semantico-sonori fondanti il “mondo beckettiano” (cfr. Bàrberi Squarotti) di Giannino di Lieto, un mondo fatto di lampeggianti spezzoni, detriti e frammenti babelici chiamati a raccolta dallo spazio raggelato di un’avvenuta apocalisse, inaugurino, come in Le cose che sono (2000), forme parodistiche che fanno pensare alla domestica episteme d’un Antonio Pizzuto, autore di prose scorciate a effetto poematico.
Prose che risulta interessante comparare con le trame fonetiche e i brani grafici adunati da di Lieto in quella sorta di palinsesto che è L’abbonato impassibile. Le facce limitrofe. Racconto della Costa di Amalfi (1983): un libro “stratiforme”, questo, fatto di scritture sovrapposte ad altre, di variabili graffiti, raschiature o cancellazioni; e leggibile con difficoltà o in modi interstiziali, ma col piacere della continua scoperta.
In quest’opera, dove più che in altre sue scritture il poeta ricerca un assetto
formale e, allo stesso tempo, una trasvalutazione del senso comune, si offre la misura forse più intensa d’uno sperimentalismo oltranzistico che coniuga favola, storia, aneddoto e antropologia in un magma dinamico preludente l’entropia visionaria del gruppo di Poesie inedite (2005-2006) abitate da un fiume che vola, da scheletri agitati dal vento, ginestre come calici, nubi di terra …
Caso pressoché unico e perfino anomalo nel nostro secondonovecento, la poesia di Giannino di Lieto include e complica le poetiche delle avanguardie proponendosi come funambolica e ininterrotta riscrittura oratoriale: come il dilagante flusso di coscienza di un Io autocancellato che, pure insondabile e disperso in figure di pensiero e spasmodiche ecolalie, senza farsi omologare ci parla del travaglio e del sentimento di precarietà caratterizzanti l’esistente.
(così STEFANO LANUZZA, dallo studio critico contenuto in “Giannino di Lieto – Atti del Convegno”, Anterem Edizioni, 2008)
Poesie di Giannino di Lieto
Isole da costa
Incrostate interpretazioni in un armadio di mineralogia
a raffigurare sogni per un’alba di sentinelle
affiancati dai turni rami di sangue a guisa di remi
un’infinità di voci emerse saldamente bianche
per incredibili rive inclinazione d’isole
vulcaniche scintille fioriscono l’identico colore
succedersi da quelle alture detriti rapaci
come parole di ferro con pazienza decifrate
preparano mutazioni, qualcosa di deciso già rabbrividente
perché i tonfi rispondono allo scorrere dei chiavistelli.
da Punto di inquieto arancione (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, 1972)
Ripubblicata nell’Antologia – Giannino di Lieto Opere (Interlinea 2010)
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Nascita della serra
tavole del centro non stile non gesto una conchiglia di cintura
chiuso l’apparenza perlustrare un insetto ogni ticchettio ogni passo
porta la maschera semi dell’appropriarsi un fiore raggi anche del fulmine
per acqua sollevato sonno causa di movimento ventaglio con remi
si adempie sopracciglia lunghe bende nella rosa l’altro traccia piena
ciottoli a luogo rotondo non coscienza volto simile alle vene dopo fuoco
per girasoli come cosa comune nomi sbocci alla sua stagione specchio
un gradino dell’erba né diverso le maniche fuori cadono soffio
catena delle foglie pioppi altissimi pupille quell’ansia barlume ala dei bracci.
da Nascita della serra (Edizioni Geiger, 1975)
Ripubblicata nell’Antologia – Giannino di Lieto Opere (Interlinea 2010)
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Modigliani, mi pare
a mia Madre
Illuminato – È ora di stringere – un imbarco lieve
così balaustra delle prime luci Occidente
platealmente happening al colmo noi loro quelli niente
verrà dato per notizia il giorno un cadavere con belletto
seme nato dall’acqua ombre da ombra diverbi per scambio
un danno di nostalgia illeggibile T una Natura morta
colonne ioniche a concetto clamorose cecità del fuori spazio
non in un libro
le quinte dialettali una croce a pagina pellegrinaggi
della Curia preghiere aggiunte il carro a sponde
delle storie macchinose cede a sollievo un dramma
di dominio pubblico cavalli imbizzarriti sull’asse di sinistra
il patto delle tavole ornamento ogni addio Giovinetta
dal Cammeo ogni differenza inferiore al rosa.
da Le cose che sono (Masuccio & Ugieri, 2000)
Ripubblicata nell’Antologia – Giannino di Lieto Opere (Interlinea 2010)
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Stefano lanuzza