IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Corpi inquieti e coscienze ferite: la nevrosi dell’Ottocento lombardo

frattura della coscienza nazional-borghese

di Ivan Pozzoni

Il trauma del progresso e la frattura della coscienza nazional-borghese

Il passaggio dalla militanza etico-politica del Risorgimento alla nuova egemonia della cultura positivistica rappresenta per l’Italia postunitaria una cesura epistemologica di prima grandezza. Da un lato, Pasquale Villari definiva il positivismo «un nuovo metodo, non già un nuovo sistema» (Teoria e filosofia della storia, Carocci, 1999, 139/140); dall’altro, Walter Binni avrebbe individuato nella crisi di fine secolo la convergenza fra la «delusione del Risorgimento tradito» e l’incrinarsi della fiducia nella scienza (La letteratura italiana. Profilo storico, Sansoni, 1966). Laddove la prima stagione romantica aveva concepito la letteratura come forza civile ed edificatrice della coscienza nazionale, la Scapigliatura lombarda registra la crisi del paradigma nel nuovo spazio urbano e borghese della Milano postunitaria. Dante Isella ne individua una fondamentale «aspirazione antiprovinciale», destinata a prolungarsi sino alle avanguardie novecentesche (Approccio alla Scapigliatura, in I Lombardi in rivolta, Einaudi, 1984, 237). La transizione verso l’urbanizzazione metropolitana e la società di massa trasforma la posizione dell’artista, incrinando il modello romantico dell’intellettuale come guida morale. Roberto Carnero individua nella Scapigliatura un «profondo disagio nei confronti della società borghese e capitalistica» (La Scapigliatura fra tradizione e innovazione, BUR, 2007, 5). Sul piano della sociologia della letteratura, Pierre Bourdieu definisce il campo culturale come «a field of forces, but it is also a field of struggles» (The Field of Cultural Production, Polity Press, 1993, 30). Il dualismo scapigliato deve essere interpretato come forma estetica di una posizione socialmente divisa, sospesa fra aspirazione all’autonomia artistica, pressione delle nuove logiche economiche e progressiva marginalizzazione dell’artista.

La clinica del desiderio: Tarchetti e la dissoluzione nosografica dell’io

In Igino Ugo Tarchetti (Fosca), la dialettica tra Clara (solare e luminosa) e Fosca (deforme ed epilettica) traduce la crisi dell’identità borghese mediante la categoria del sintomo. L’esperienza amorosa viene sottratta al campo dell’affettività per essere ricategorizzata come collasso organico. Tarchetti scrive: «Più che l’analisi d’un affetto […] io faccio forse qui la diagnosi di una malattia. – Quell’amore io non l’ho sentito, l’ho subito». Attraverso questo spostamento dal piano emotivo a quello nosologico, il soggetto deattiva la propria agency esperienziale e trasforma la relazione erotica in contagio somatico. L’attrazione per Clara svela un nucleo edipico mai risolto, poiché, come ammette lo stesso protagonista: «Essa rassomigliava a mia madre. Mia madre poteva aver avuto la stessa bellezza e la stessa età quando io nacqui». La consapevolezza inconscia della colpa incestuosa innesca un meccanismo di autopunizione: il regressionismo materno viene punito attraverso l’incarnazione mostruosa della morte, rappresentata dal corpo devastato di Fosca: «Né tanto era brutta per difetti di natura […] quanto per una magrezza eccessiva […] per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona». Nel panorama teorico contemporaneo, questa declinazione del corpo come sede di stasi e patologia trova un parallelo nella Burnout Society di Byung-Chul Han e nel capitalist realism di Mark Fisher. Han descrive la società della prestazione come una società nella quale «the achievement-subject exploits itself until it burns out» (The Burnout Society, Stanford University Press, 2015, 48): la coercizione viene interiorizzata e l’individuo diviene simultaneamente sfruttatore e sfruttato. Fisher, dal canto suo, interpreta la sofferenza psichica come questione politica: «the task of repoliticizing mental illness is an urgent one» (Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books, 2009, 37). In entrambi, dunque, il disagio corporeo e psichico non viene ricondotto esclusivamente alla deviazione individuale: diventa indice di una struttura sociale che interiorizza nel soggetto le sue esigenze di prestazione, adattamento e produttività.

La legge del capitale: De Marchi e la repressione dell’affetto

L’opera di Emilio De Marchi, Demetrio Pianelli, sposta il conflitto dal piano squisitamente psicopatologico a quello della coercizione socio-economica. Demetrio, figura di grigia umiltà impiegatizia, reprime l’amore verso la cognata Beatrice entro una rete di debiti, decoro e subordinazione professionale: «Lasciamo il decoro, per carità!». La frustrazione affettiva si intreccia, così, con una condizione materiale che produce «tutte le umiliazioni della sua vita». Il romanzo mostra come il sentimento non riesca ad essere separato dalle forme economiche della sopravvivenza e della posizione sociale, trasformando la rinuncia amorosa in effetto di una assai ampia subordinazione sociale. Nell’epilogo, quando Beatrice manifesta un’inaspettata vicinanza fisica sopraffacendo Demetrio, l’evento assume la forma d’una regressione protettiva verso la matrice materna: «Demetrio vide avanzarsi di nuovo quella donna e sopraffarlo colla grandezza della di lei persona. Una mano si posava sulla sua testa […] e credette che fosse arrivato l’ultimo momento della vita». Il ripiegamento di Demetrio verso una dimensione domestica e regressiva deve essere letto come ricerca di un rifugio affettivo di fronte a un ambiente sociale percepito come ostile. Sul piano psicologico, Erich Fromm individua nel desiderio di ritorno alla condizione materna una ricerca di «security and rootedness» (The Sane Society, Rinehart, 1955, 37/38), sino alla «craving to return to the mother’s womb» (ivi, 38). Nel romanzo, questa dinamica trova una formulazione sorprendentemente concreta: dopo la frustrazione amorosa, Demetrio «rientrava nel suo guscio», tornando «alle sue erbe», ai canarini e alle consuete occupazioni, «precisamente come prima». Il «guscio» diviene così una forma di regressione protettiva: sottrae Demetrio al conflitto sociale e affettivo, offrendo sicurezza attraverso il ritorno alle vecchie abitudini, pur lasciando intatto «un gran vuoto» interiore.

 Anatomia critica del testo: sguardo multidisciplinare

 

L’analisi del testo evidenzia l’impiego di speech acts che convertono il registro lirico in clinical discourse. L’uso di termini quali «diagnosi», «etisia» e «contagio» de-costruisce la narrazione sentimentale tradizionale, trasferendo il conflitto amoroso nel lessico della patologia. Nel testo boitiano, l’oxymoron «Son luce ed ombra; angelica / farfalla o verme immondo» esprime una split personality, interpretabile come perdita di coesione dell’Io. Un utile riscontro proviene dalla psicopatologia contemporanea: Dorahy et al., studiando il Dissociative Identity Disorder, analizzano la «diachronic disunity», ossia la disunità del senso di sé nel tempo, rilevando nel campione clinico una maggiore dissociazione e self-confusion rispetto ai gruppi di confronto («The Sense of Self Over Time: Assessing Diachronicity in Dissociative Identity Disorder, Psychosis and Healthy Comparison Groups», in Frontiers in Psychology, 12, 2021, art. 620063). Il riferimento è dunque analogico, non diagnostico: la ricerca clinica non autorizza ad attribuire a Boito o al suo io lirico un disturbo dissociativo; offre una categoria contemporanea – la disunità del sé- attraverso cui illuminare la struttura antitetica del testo. La poesia rende, infatti, formale una soggettività che non si ricompone in un’identità unitaria: l’Io boitiano non sceglie fra luce e ombra, ma si costituisce nella loro simultanea opposizione. Applicando le categorie di Pierre Bourdieu del champ littéraire e, in senso comparativo, la Verfremdung brechtiana, la Scapigliatura deve essere interpretata come risposta dell’intellettuale sradicato alla trasformazione dei rapporti fra arte, mercato e società. Applicando le categorie di Clifford Geertz e Howard S. Becker, la Scapigliatura deve essere interpretata come risposta dell’intellettuale sradicato alla trasformazione dei rapporti fra arte, mercato e società. Sul piano antropologico, Geertz definisce l’arte «a cultural system», una forma simbolica attraverso cui una società organizza e interpreta l’esperienza («Art as a Cultural System», in Local Knowledge, Basic Books, 1983, 99). Becker, sul piano sociologico, osserva invece che «art worlds consist of all the people whose activities are necessary to the production of the characteristic works» (Art Worlds, University of California Press, 1982, 34). La Scapigliatura è interpretata come una frizione interna al sistema di produzione e legittimazione dell’arte: il rifiuto del manzonismo e l’esaltazione del macabro, del patologico e dell’informe diventano pratiche di rottura delle convenzioni estetiche dominanti e di ricerca di una diversa posizione dell’artista nello spazio culturale. In accordo con la somatic marker hypothesis di Antonio Damasio, il rapporto fra esperienza emotiva e corporeità può essere interpretato come un processo nel quale gli stati somatici contribuiscono a orientare la percezione e la valutazione delle situazioni. Damasio definisce infatti il marcatore somatico come uno stato corporeo che «marks an image», associando una rappresentazione mentale a una determinata tonalità emotiva (Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the Human Brain, G. P. Putnam’s Sons, 1994, 173).  Applicata alla Fosca di Tarchetti, questa prospettiva consente di leggere la malattia e la debolezza organica non come semplici metafore decorative, come forme narrative della somatizzazione del conflitto: i corpi di Fosca e di Giorgio rendono sensibile una crisi che investe simultaneamente desiderio, relazione sociale e identità.

Occorre, tuttavia, evitare un anacronismo diagnostico: Damasio non sostiene che ogni sofferenza psichica sia necessariamente «codificata» nel corpo, né la sua teoria dimostra che i personaggi letterari possiedano un determinato correlato neurobiologico. Il riferimento è dunque euristico: la corporeità patologica di Tarchetti deve essere riletta attraverso una concezione incarnata dell’emozione, nella quale, come sintetizza Damasio, «the body contributes more than life support and modulatory effects to the brain» (ivi, 226). Ne deriva una lettura forte: in Fosca il corpo non rappresenta semplicemente il conflitto; lo rende percettibile e narrativamente operativo. Sotto la lente della Biopolitik foucaultiana, il romanzo tardo-ottocentesco registra l’incursione delle istituzioni statali e mediche nella disciplina dei corpi e degli affetti. Il matrimonio e la produttività vengono ricondotti a norme sociali che marginalizzano e patologizzano ciò che eccede il modello borghese. In termini filosofici, Jacques Rancière osserva che la politica consiste nel «reconfiguring the distribution of the sensible», rendendo visibili soggetti e forme di vita precedentemente esclusi (Aesthetics and Its Discontents, Continuum, 2009, 25). Sul versante della politologia dell’arte, la sua analisi mostra, inoltre, che l’arte è politica non per i messaggi che trasmette, ma per «the type of space and time that it institutes» (ivi, 23). In questa prospettiva, la patologia e l’emarginazione diventano, nel romanzo, forme narrative attraverso cui rendere percepibile il conflitto fra il corpo eccedente e l’ordine sociale che pretende di normalizzarlo.

 

Conclusione

In sintesi, Tarchetti e De Marchi mostrano come l’Italia post-unitaria e industriale sottoponga l’esperienza amorosa a vincoli sociali, economici e corporei sempre più stringenti. La letteratura registra gli effetti della modernizzazione sulla psiche e sul corpo: in Fosca, il desiderio precipita nella malattia e nell’autodistruzione; in Demetrio Pianelli, si converte, invece, in rinuncia e sacrificio sotto il peso della necessità economica. La critica recente ha opportunamente ricondotto la Scapigliatura alla frattura fra individuo e società moderna, individuandovi una «forma di dissenso ideologico» (Cinzia Sartini Blum, «Tarchetti’s “fame”: Revisiting the Myth of Scapigliato as Misfit Genius», in Italica, 92, 2015, n. 2, 318-336). In entrambi i percorsi, il ripiegamento domestico assume il valore di un rifugio regressivo: non una riconciliazione con il mondo, la ricerca di uno spazio protetto dalla sua violenza. La figura della Madre deve essere letta, in questa prospettiva, come metafora estrema dell’ultimo riparo dall’ordine sociale, dove la protezione coincide ambiguamente con la rinuncia alla piena realizzazione del desiderio.


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