Correggere e modificare. Il duro lavoro della democrazia
di Paolo Protopapa
Salvatore Veca, acuto studioso di quell’ “Artefatto storico” che definiamo democrazia, con questa formula volle sottolineare due elementi essenziali della nostra società aperta di indole pluralistica e partecipativa. Innanzitutto a) la peculiarità umana e sociale del sistema politico realizzato sotto il nome di democrazia e, simmetricamente, 2) la temporalità entro cui tale prodotto comunitario è immerso.
Si tratta, evidentemente, di un sinolo che unitariamente invera la costruzione tecnico-politica di un prodotto elaborato con ingegno e conflitto controllato e, al contempo, come configurazione di un costante esito mobile, diremmo dinamico e transeunte, di ciò che, nato nel tempo, non può che subire le virtù evolutive oppure le insidiose ingiurie del tempo. Queste apparenti ovvietà che tanti storici, tra cui nella contemporaneità Benedetto Croce, condensarono nell’abusata formula del “tutto è storia”, vengono a puntino leggendo (e studiando) il limpido articolo di Sabino Cassese ‘Una istituzione da ripensare’, apparso sul Corriere della Sera dell’11 settembre 2025. Argomenta, il grande giurista, che il trasferimento di tre parlamentari europei alle candidature regionali dopo appena un anno dalla loro elezione, passando dal quarto livello istituzionale al secondo, e attuando la loro transizione dall’attuale Unione Europea all’impegno regionale, si giustifica con la constatazione che “Le difficoltà fatte da uno dei candidati sono segni di un potere eccessivo affidato ai presidenti regionali”.
È interessante che il prof. Cassese ricavi tale sospetto, sotto forma di domanda retorica, da un elemento politologicamente assai plausibile e cioè: i presidenti regionali “sono temibili, anche “ex post”, per i loro stessi colleghi di partito?”.
Nate come “enti di legislazione”, le regioni oggi assommano una grande quantità di funzioni e, quindi, di poteri amministrativi sottratti agli altri soggetti autonomistici locali, in particolare i comuni e, con le improvvide leggi-Renzi, le province. Se, come correttamente sostiene il noto giurista, aggiungiamo un drastico processo di presidenzializzazione – con connessa “personalizzazione e verticizzazione” – il quadro regionale si completa. La originaria architettura costituzionale di uno Stato delle Autonomie, ispirata dalle battaglie politiche e culturali basate sui valori del decentramento e della partecipazione popolare al comune destino della nazione, viene meno.
Distorto e piegato verso un disegno di apicalizzazione e di verticalizzazione politica, partendo dal basso della democrazia diffusa (enfaticamente, ma suggestivamente connotato a sinistra come autogoverno del popolo), tale processo è ormai approdato al ruolo centralistico e pervasivo del presidente-governatore.
Ora, pur lasciando da parte la responsabilità semantica di questo termine abusato e improprio, dopo oltre mezzo secolo non è chi non veda la torsione che ha fatto della regione il nucleo del potere pubblico non solo a scapito dei comuni e del fantasma delle ex province, ma tendenzialmente della stessa prerogativa statuale sovrana in significativi ambiti amministrativi e istituzionali. Ecco perché, in buona misura, la ridda per le candidature e la rissa per un posizionamento elettoralistico favorevole giungono ormai a punte parossistiche. Esse avvengono fuori e assai lontano sia da un autorevole ruolo dirimente esercitato dai partiti politici, sia dalle culture civiche di una equilibrata rappresentanza istituzionale eticamente motivata e ben radicata nel tessuto connettivo dell’agire democratico.
Le associazioni educative, il fermento delle categorie produttive, gli stimoli delle organizzazioni del lavoro e della difesa attiva della cittadinanza risultano deboli, se non latitanti e infragiliti rispetto alla concentrazione del potere politico e burocratico. Come immaginare, allora, una revisione dell’artefatto storico e sociale chiamato democrazia? Non abbiamo molte salvezze e non possiamo che misurare il nostro realismo civile sul tempo nuovo della verifica dei fondamenti della democrazia. Ridefinire il senso stesso di concetti come stabilità e governabilità, questo ci occorre. Non già esponendoci passivamente all’alèa insidiosa del comando, bensì esercitando la fatica quotidiana della lotta.