IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Crisi e democrazia, da dove partire?

Democrazia

di Paolo Protopapa

“La peggiore democrazia è la meno imperfetta dei più perfetti tra i sistemi politici”.
Solo un pensatore come K.R. Popper poteva, dopo aver sperimentato i totalitarismi, sia pratici sia teorici, comprendere in profondità i mali illiberali delle non-democrazie, comunque dissimulate. Ed estendere “il principio di falsificazione” scientifica al campo delicatissimo dei saperi politico-giuridici.

Chi ha il coraggio laico (non la scorciatoia estremistica e massimalistica) di tenere sul proprio tavolino da ‘lettura urgente’ testi come La pace perpetua di Kant, i Grundrisse di Marx, La democrazia in America di Tocqueville e La società aperta e i suoi nemici di Popper, è un uomo fortunato. Dovrebbero essere, questi libri essenziali classici (tra tanti altri, ma questi senz’altro) il viatico di ogni approccio democratico alla stessa democrazia. Che è un “artefatto storico” complesso e resiliente, come argomenta Salvatore Veca.

Il che significa che essa è un collettivo ‘work in progress’, ossia un cantiere progettato, realizzato, custodito, rovinato, corretto e rammendato da uomini in carne ed ossa. Predicare la “società aperta” come “meno imperfetta” – mi permetto di pensare – è locuzione epistimologicamente e eticamente assai delicata, naturalmente, poiché comporta sia un astratto e iperbolico concetto di perfezione, sia un simmetrico, realistico giudizio di imperfezione. Entrambi questi termini attraversano l’intera storia plurimillenaria delle dottrine politiche e, di riflesso, plasmano ‘ab ovo’ ogni nostro approccio con la politica. Politica che diviene scienza pratica nell’antica Grecia, con Aristotele, meno con Platone, non a caso definito, in compagnia di Hegel e Marx, da Popper come “totalitario’.

Anche se, nel filosofo ateniese, rispetto al suo discepolo di Stagira, alitano già elementi come l’essenzialità della tecnica nella politica che prefigurano – a modo loro modernamente – le nostre non infrequenti tecnocrazie. E, tuttavia, ci affidiamo maggiormente allo stagirita, sui perspicace allievo, perché nella compilazione della sua Politica (pietra miliare delle scienze politiche) egli consultò, studiò e chiosò oltre 150 costituzioni di ‘Pòleis’ greche (comprese le maggiori e importanti colonie magno greche mediterranee).
Si capisce che la ricognizione del materiale documentario e l’acquisizione del patrimonio fattuale giuridico-tecnico, oltre ad essere un metodo artigianale di ricerca, fu – da parte di Aristotele – la procedura fondamentale per una teoria politica basata sul concreto storico. Dal quale innalzarsi poi per la generalizzazione categoriale universale. Fu questo uno degli aspetti del metodo politico aristotelico. “Non la migliore costituzione – dichiarò di perseguire – , bensì l’individuazione della costituzione possibile” e praticabile.

Qui, su questo punto dirimente, io mi azzardo a trovare, nonostante le mille, immaginabili obiezioni, il cuore nevralgico e strategico del realismo. Inteso come paradigma in grado di accreditare la politica quale ‘Scienza pratica’, inauguratrice di un percorso di pensiero ineludibile. Anticipatore, per molti aspetti, dei Due trattati sul governo di J. Locke, della Categoria giuridica e del concetto di Modalità in Kant (su cui hanno brillantemente scritto Umberto Cerroni e Salvatore Veca), sino alla Critica marxiana al diritto pubblico borghese di impianto hegeliano e della riflessione tocquevilliana sulla democrazia ‘oltre’ le stesse scaturigini americane. Ci chiediamo, ora, se e quanto sia ancora valida questa architettura teorica del pensiero occidentale, cronologicamente assai lontana, ma prodromico e ispiratore della democrazia.

Difficile rispondere oggi a fronte dell’illanguidimento degli attori primari della democrazia, i partiti politici i parlamenti rappresentativi della sovranità popolare. I quali, tuttavia, forse non inspiegabilmente resistono. Anche se visibilmente si assottiglia e latita il ruolo dei protagonisti del lavacro elettorale, i cittadini, autentici pilastri dell’azione civile, nel mentre la tendenza palpabile è quella di un popolo ridotto vieppiù a pubblico impersonale per i sondaggi di marketing nelle inchieste degli istituti specializzati e che fa pensare alla ‘dissoluta multitudo’ del plethos pre-democratico.

Basta questo penoso rendiconto della crisi delle democrazie per decretarne la morte?
Per molti analisti ed osservatori politici probabilmente sì. E da un bel pezzo. Di recente lo studioso Massimo Cacciari – pur evitando il martirologio di un Occidente onni-colpevole delle miserie umane – il filosofo veneziano ha parlato di “fallimento” degli ideali e delle promesse scaturite dall’illuminismo e dall’iperbole storica del pensiero critico.
Ci sono, come non ammetterlo?, molte ragioni giuste nel suo ragionamento politico e filosofico assai acuto. Anzitutto l’annichilimento odierno del Diritto Internazionale, autentica arma universalistica dei popoli sia per dirimere le controversie mondiali, sia per educare i popoli medesimi al modello filosoficamente effettuale della “pace perpetua”. La quale, in tal modo, diviene condizione controllata, scevra di regressive e sempre incombenti rischi di novella barbarie. Come ce ne usciamo?

Posto che siamo giunti ben oltre il grido d’allarme dell’orizzonte democratico tracciato; e che il trionfo immondo di guerre e di autocrazie minano le basi minime della convivenza civile tra popoli liberi e da oltre un secolo e mezzo abitatori della democrazia, quale destino ci aspetta? Nessuna indagine, neanche la più spietata, ci spinge alla rassegnazione. Proprio l’imperfezione della democrazia, fisiologica al suo ‘ubi consistam’ strutturale sorgivo, ci stimola alla resistenza. Che non è passività e, tantomeno, querula auto-commiserazione per patetiche responsabilità storiche settariamente iperbolizzate.
Vogliamo cogliere, invece, nell’imperfezione umana, forse realisticamente fin troppo umana, se non l’ottimismo impossibile, almeno l’impegno a continuare a lottare per valori vivi e inestinguibili della democrazia.


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