Curare con le parole
Il Mediterraneo, l’empatia e le ferite della memoria
di Piero Barbato
Ci sono ferite che non sanguinano e che, proprio per questo, rischiano di restare invisibili. Abitano nei silenzi, nei gesti trattenuti, nelle parole che una persona non riesce a pronunciare. Dopo quasi trent’anni trascorsi nella professione infermieristica, soprattutto tra corsie ed emergenze, ho imparato che la cura comincia spesso prima di una terapia: comincia quando qualcuno si accorge di quella ferita e decide di non voltarsi.
Un valore clinico, un esame o una cartella possono descrivere una parte essenziale della realtà, ma non esauriscono mai la persona. Dietro ogni dato rimangono una storia, una paura, una famiglia, una lingua e talvolta un intero mondo che chiede di essere riconosciuto. L’empatia, allora, non è una formula gentile da aggiungere alla competenza professionale. È una forma di attenzione: la capacità di sostare accanto all’altro senza impadronirsi del suo dolore, senza ridurlo a un caso e senza fingere di comprenderlo fino in fondo.
È da questa consapevolezza che nasce il mio rapporto con la scrittura. Non come evasione dalla realtà, ma come un altro modo di avvicinarmi ad essa. La parola non sostituisce la medicina e non possiede il potere di cancellare una perdita. Può però custodire ciò che rischia di essere dimenticato, restituire un nome a chi è stato trasformato in numero e creare uno spazio nel quale esperienze lontane tornano a parlarsi.
Il Mediterraneo come luogo umano
Il Mediterraneo è forse una delle immagini più profonde di questa complessità. È stato culla di civiltà, via di commercio e di conoscenza, luogo di contaminazioni linguistiche e religiose. Ma è anche un mare ferito: attraversato da guerre, partenze forzate, naufragi, separazioni e memorie che spesso sembrano inconciliabili. Sulle sue sponde convivono bellezza e paura, ospitalità e rifiuto, appartenenza e sradicamento.
Parlare del Mediterraneo come di una lingua comune non significa cancellare le differenze o confondere storie che hanno responsabilità e sofferenze specifiche. Significa riconoscere che nessuna cultura affacciata su questo mare è cresciuta da sola. Le parole, i cibi, i riti, le musiche e perfino i modi di piangere o di celebrare portano tracce di incontri antichi. Siamo distinti, ma non estranei. E forse proprio la capacità di tradurre, ascoltare e accogliere ciò che non ci somiglia può diventare una forma di resistenza alla disumanizzazione.
Nella professione sanitaria questa verità diventa concreta ogni giorno. Davanti alla fragilità, le identità non scompaiono, ma smettono di essere muri. Il corpo ricorda a tutti la stessa vulnerabilità; la cura, quando è autentica, impara a rispettare le differenze senza trasformarle in distanza. Una mano che sostiene, un tono di voce che rassicura, il tempo dedicato a spiegare un gesto possono diventare una traduzione elementare e potentissima: dicono all’altro che la sua vita continua ad avere valore.
Scrivere senza appropriarsi del dolore
Quando si raccontano luoghi attraversati dalla violenza, il primo dovere è la misura. Il dolore altrui non può essere utilizzato come scenografia e nessuna finzione autorizza a parlare al posto di chi soffre. La letteratura può però scegliere una posizione etica: avvicinarsi in punta di piedi, lasciare spazio alle domande, rifiutare la semplificazione e ricordare che dietro ogni definizione collettiva esistono volti singoli.
Prima ancora di essere una storia, Boruma è nato da un bisogno profondamente umano: ritrovare ciò che sembra essersi smarrito tra le sponde del nostro mare. È nato dal desiderio di parlare di un amore universale che non cancella le identità, ma le avvicina; di una tolleranza che non sia sopportazione distante, bensì volontà di conoscere; di un’accettazione capace di riconoscere nell’altro una persona prima di un’origine, di una fede o di un confine. Sono ideali grandi, forse fragili, ma proprio per questo sentivo la necessità di affidarli a un viaggio e a dei personaggi che potessero renderli vivi.
In molte culture del Mediterraneo l’ospitalità è stata considerata un dovere sacro. Accogliere lo straniero, offrirgli acqua, pane e riparo significava riconoscere una dignità che veniva prima di ogni appartenenza. Non desidero idealizzare il passato, che ha conosciuto anch’esso guerre e ingiustizie; vorrei però recuperare la forza morale di quel gesto. Boruma nasce anche da questa nostalgia attiva: non dal rimpianto di un mondo perfetto mai esistito, ma dalla speranza che ospitalità e fraternità possano tornare a essere scelte quotidiane.
La professione infermieristica mi ha insegnato che nessuno attraversa davvero la fragilità da solo. Talvolta non possiamo cambiare l’esito di una storia, ma possiamo impedire che una persona si senta abbandonata dentro quella storia. Da qui è venuto il desiderio di immaginare un protagonista disposto a camminare verso l’altro, a lasciarsi trasformare dagli incontri e a portare con sé non una verità da imporre, ma una disponibilità ad ascoltare.
Da questa esigenza è nato Boruma – La leggenda del Mediterraneo. Il viaggio del protagonista da Gaza a Napoli non vuole offrire risposte facili né impossessarsi di verità che appartengono ad altri. È piuttosto una geografia morale: un cammino attraverso confini esteriori e interiori, nel quale culture, religioni, memoria e cura vengono interrogate continuamente. Gaza è il punto dal quale una ferita chiede di essere ascoltata; Napoli è approdo e ritorno, città porosa e contraddittoria, capace da secoli di trasformare l’incontro in lingua, gesto e racconto.
Boruma attraversa il mare portando con sé domande che appartengono anche a chi cura: quanto dolore può custodire una persona senza perdere la capacità di riconoscere l’altro? Che cosa resta di noi quando la paura prova a dividerci? È possibile conservare la memoria senza trasformarla in una nuova prigione? Il romanzo nasce dentro queste domande e non pretende di chiuderle. Cerca invece una soglia sulla quale il lettore possa fermarsi e guardare il Mediterraneo non soltanto come una carta geografica, ma come un insieme di vite legate da fili spesso invisibili.
La narrazione come gesto di cura
Curare e raccontare sono attività diverse, ma condividono una responsabilità: entrambe chiedono di prestare attenzione. Un professionista sanitario deve osservare ciò che cambia, riconoscere un segnale minimo, ascoltare anche quello che non viene detto. Chi scrive deve fare qualcosa di simile: accogliere le sfumature, sottrarre una storia alla fretta e lasciare che un personaggio conservi la propria complessità.
La narrazione diventa cura non quando promette guarigioni miracolose, ma quando rompe l’isolamento. Leggere una storia può farci riconoscere una paura che credevamo soltanto nostra; può costringerci a vedere la dignità di qualcuno che avevamo ridotto a un’etichetta; può restituire continuità a ricordi frammentati. In questo senso la parola crea relazione, e la relazione è già una risposta alla solitudine.
Anche la memoria collettiva ha bisogno di questa attenzione. Ricordare non significa restare immobili davanti alle ferite del passato, ma impedire che esse vengano negate o utilizzate per giustificare nuove esclusioni. Una memoria capace di cura non stabilisce una gerarchia tra i dolori. Li riconosce, li distingue e li mette in ascolto reciproco, senza equiparazioni superficiali. È un esercizio difficile, ma necessario, soprattutto in un tempo nel quale la velocità delle immagini rischia di consumare perfino la nostra capacità di commuoverci.
Una lingua comune non è una lingua unica
La lingua comune che cerco nel Mediterraneo non pretende uniformità. È fatta di traduzione, rispetto e curiosità verso l’altro. Accetta che alcune parole non abbiano equivalenti perfetti e che certi silenzi debbano essere ascoltati prima di essere interpretati. Non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità; chiede invece che l’identità non diventi un alibi per negare l’umanità altrui.
Questa lingua esiste già in molti gesti quotidiani: nella cura prestata a chi non parla la nostra lingua, nell’accoglienza di chi arriva, nella pazienza di spiegare, nella volontà di conoscere una storia prima di giudicarla. Esiste ogni volta che la competenza non si separa dall’umanità e che la cultura non viene usata per alzare barriere, ma per costruire passaggi.
L’amore come scelta quotidiana
Per me l’amore universale non è un sentimento astratto e non coincide con l’idea ingenua che tutte le differenze possano dissolversi. È una disciplina quotidiana: scegliere di non disumanizzare, conservare la capacità di accogliere e riconoscere che la vita dell’altro possiede lo stesso valore della nostra. È questa la speranza più intima affidata a Boruma: che il lettore, seguendone il cammino, possa ritrovare almeno per un momento il coraggio di considerare l’estraneo non come una minaccia, ma come una possibilità d’incontro.
Le parole, da sole, non fermeranno una guerra, non prosciugheranno il mare e non guariranno un corpo malato. Sarebbe ingenuo attribuire loro un potere che non possiedono. Possono però opporsi all’indifferenza, preservare un nome, aprire una domanda e preparare il terreno nel quale una scelta diversa diventa pensabile. È un potere fragile, ma non trascurabile.
Dopo tanti anni trascorsi accanto alla vulnerabilità umana, continuo a credere che curare significhi soprattutto riconoscere. Riconoscere la persona prima della diagnosi, la storia prima del giudizio, il volto prima dell’appartenenza. Scrivere Boruma è stato il mio modo di prolungare questo gesto oltre la corsia e affidarlo al Mediterraneo: perché un mare che ha generato tante lingue possa ancora insegnarci ad ascoltarle, senza paura, come parti diverse di una medesima umanità.
Nota sull’autore
Piero Barbato è infermiere da quasi trent’anni e autore di Boruma – La leggenda del Mediterraneo, progetto narrativo pubblicato gratuitamente online. Il suo lavoro mette in dialogo professione sanitaria, empatia, memoria e culture del Mediterraneo.Il progetto: https://pierobarbato.com/boruma-capitoli/
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