IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Da un esempio ad un significato

smanettatori delle tastiere per i social

di Franco Amarella

E’ di questi giorni sulle cronache cittadine, ma anche d’oltre provincia, il caso del furto in casa del Sindaco di Lecce con tutto un lungo strascico di attività social. Strascico guasto. Strascico pesante. Tastieristi locali e non si sono allenati in un’azione gravemente ingiuriosa ed adoperati in espressioni di insulti infamanti. Il tutto mirante a disseminare sulla rete disonore, vergogna e quanto altro di deplorevole all’indirizzo di Adriana Poli Bortone.

Il sindaco, già colpito negli affetti e nei ricordi, con quel rovistare tumultuoso nei cassetti e negli angoli della sua casa, ha poi dovuto ascoltare e leggere sui social tutta una fioritura di contumelie a lei indirizzate come persona, ma soprattutto come istituzione.

E qui è scattata la decisione di chiamare in causa tutto l’elenco dei detrattori e dei protagonisti degli insulti. Fatto l’increscioso quadretto di cronaca, per adesso mediatica, ma che evolverà in giudiziaria è il caso di osservare e valutare la vita di un social.

E’ chiaro che stiamo per addentrarci in un campo che si chiama comunicazione.

Un campo vastissimo più prossimo ad un universo. Che, come tale, non presenta dimensioni commensurabili, perché pressochè infinito; sia per gli spazi offerti dal mezzo, sia per gli indirizzi di percorsi e per le inclinazioni dei frequentatori.

Infatti uno spazio social consente forme espressive le più variegate ed al contempo le più veloci.

Il primo social nato in era internet vide la luce con un messaggio in apparenza semplice e limpido: ritrovare amicizie sopite, ritrovarsi fra “amici” lontani. E fu così all’inizio. Poi man mano quello spazio, crescendo, venne ad assumere un’esistenza propria. Cioè divenne un elemento pilota con capacità di guida e quindi di indirizzo.

E qui parte una reazione a catena che approda alla domanda : pilota spontaneo, o costruito?

La risposta è duplice, ovvero valida in tutti due i casi. Perché per emulazione o per vanagloria ciascun frequentatore gioca le sue carte, lanciando messaggi con parole, foto, video, animazioni, disegni e vignette allo scopo di influenzare e trascinare. Sicchè, riuscendoci, crea il cosiddetto “post virale” che raccoglie centinaia/migliaia di followers, andando a determinare così una vera sollecitazione di opinioni allineate.

Diversa cosa è quell’azione di gestione commerciale del mezzo, allor quando i responsabili del monitoraggio intervengono  -con account di comodo-  per indirizzare, suggerire o spostare l’attenzione su un determinato settore o filone: sia esso culturale, politico o di costume.

E come ogni prodotto di largo consumo che si giova di informazione, pubblicità e promozione, anche un social ubbidisce alla regola. Infatti molta informazione passa dai social e tanta promozione si manifesta attraverso quella “premialità”, che somiglia tanto alla raccolta di bollini-spesa dei supermercati: l’esibizione del numero dei followers.

Detto ciò è facile rilevare quanto sia mutata l’atmosfera che vide la nascita del primo social.  Da piazza innocente ed aperta, divenire salottiera, anche confidenziale, poi trincea, quindi campo di battaglia. Su tutto questo sempre incombente l’ombra di un suggerimento, scaturito da un trascinamento spontaneo, o “iniettato” ad arte dalla gestione del mezzo.

Tornando all’incipit di questi scritti, nascono così, oggi, le campagne d’odio reiterate e martellanti. Più facilmente di quelle di approvazione, che risultano poi rapide nello spegnersi.

Ma in verità, come classificare un social? E come classificare i frequentatori? Perché non basta descrivere il funzionamento, palese od occulto, per attribuire un senso logico al meccanismo. Qui ci troviamo di fronte ad un fenomeno planetario di nuova generazione, eppure di antichissima struttura. Come anticamente un ricco proprietario assegnava al contadino uno “spazio” terriero per lavorarlo, coltivarlo, portarlo a rendimento, così un proprietario di social, oggi, ti consente di utilizzare uno spazio virtuale per esprimerti a piacimento.

 Dal latino gleba (zolla di terra) il contadino del tempo era quindi detto “servo della gleba”, perchè lavorava la terra e ne faceva parte con vincolo, tanto da passare in eredità insieme alla proprietà. Fenomeno medievale che si protrasse fino al XIX secolo.

Dunque oggi i frequentatori di quella “zolla” virtuale possono definirsi sicuramente i nuovi “servi della gleba”, col proprio vincolo di passione, di visibilità e di protagonismo. Più si pubblica, più si risponde. Più si moltiplicano i contatti, più il social raggiunge unità di attenzione. Naturalmente mantenere in gioco tutto il meccanismo è merito in parte dei singoli frequentatori, in via accessoria per intervento della proprietà. Nel frattempo i singoli account sono felicissimi di esprimersi, di fidelizzarsi, di infilarsi in sentieri polemici, di concorrere ad accrescere odio e disprezzo, di diventare influencer, di sollevare questioni esistenziali, di sentirsi insomma protagonisti nel web.

Quello che non sanno è che sono diventati i “servi della gleba 2.0”, vincolati dalla propria sete presenzialistica, mentre continuano a portare inconsapevolmente e gratuitamente acqua al mulino della proprietà.

Perchè è ovvio il ritorno economico della gestione centrale.


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