DAL LIBRO “GRANDI FIGURE DELLA STORIA” – Eliano Bellanova – Goffredo Mameli 1827-1849
L’Araba Fenice Ed.ni Magna Grecia
Visse solo 22 anni Goffredo Mameli, spirito romantico di un’Italia che non c’era.
Come Mazzini era nativo di Genova, città inquieta con tutte le caratteristiche della zona di mare: fascino, vento, grandi vie, grandi piazze e poi cunicoli, vie strette, “lande deserte” degradanti verso il mare uggiolante, che, non raramente, sotto l’impeto dei venti cangianti e “poliedrici”, schiaffeggia la costa, in cui si personificano le ombre dell’antica e gloriosa Repubblica Marinara, che aveva conteso a Venezia il primato.
Come le coste inglesi evocano le figure impavide di Horatio Nelson e Francis Drake, così Genova evoca quelle degli Ammiragli della famiglia Doria e del suo grande rappresentante Andrea.
Genova era una città inquieta, fervida e creativa quando nacque Goffredo Mameli.
È poeta precocissimo, dalle idee democratiche e repubblicane e, giovanissimo, poco più che adolescente, aderisce alla Giovine Italia, più precisamente al mazzinianesimo.
Siamo nel 1847 e Mameli ha compiuto i suoi candidi, ingenui vent’anni, ovvero ha superato la soglia che divide l’età dei sogni da quella della coscienza giovanile.
Nell’anno della sua adesione ai principi di Giuseppe Mazzini compone i versi de “Il Canto degli Italiani”, noto come “Fratelli d’Italia”.
È un patriota vero ed anima il suo dire e la sua prosa di accesi discorsi a favore dell’unità d’Italia, una realtà sentita da pochi, poiché, come ben sappiamo, la nostra storia è molto più segnata dalle minoranze che dalle maggioranze. Un po’ come la storia francese. Infatti perfino la grande Rivoluzione del 1789 fu dovuta allo spirito critico di una minoranza borghese, che seppe attrarre l’attenzione generale.
La Rivoluzione Francese aveva, quindi, insegnato il ruolo e l’importanza, spesso decisivi, delle minoranze.
Intanto incombe il 1848. Mameli con 500 volontari raggiunge Milano, dove imperversano le celebri “Cinque Giornate”. Fa causa comune con gli insorti, che mettono in difficoltà, sino alla fuga, la guarnigione del Radetzky.
Lo rivediamo sul Mincio contro gli Austriaci. Qui è promosso Capitano dei Bersaglieri.
Il 9 febbraio 1849 collabora alla Repubblica Romana di Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini ed Aurelio Saffi: un tentativo abortito di libertà.
Sopporta con gli altri l’assedio delle truppe francesi capitanate dal Generale Oudinot, militare di vecchia guardia bonapartista e valoroso uomo d’armi.
Il 3 giugno Mameli è colpito da una scheggia alla gamba sinistra. La ferita, che dapprima non appare grave, gli procura invece una cancrena alla quale i medici da campo non riescono a mettere riparo, malgrado l’amputazione.
Il 6 luglio la sua giovane vita cede al peggio. Sono le 7,30 del mattino. Non ha ancora compiuto 22 anni.
Mazzini non si è potuto recare da lui e si scusa con una lettera, che riportiamo:
“Non posso venir io, Goffredo mio; ma ricordatevi che sono stato e sono con voi in ispirato, che soffro con voi, che avrei dato anni di vita per salvarvi, giovine e prode come siete, dall’amputazione, ma che non si poteva; che fido in voi e nel vostro orgoglio morale, onde non vi tormentiate soverchiamente, che vi resta l’ingegno, vi resta il core, e queste sono le migliori parti di voi; che gioverete sempre al paese; che avrete, come avete, a compenso, la gloria di aver consumato fra i primi il più grande de’ sacrifici nella battaglia di Roma repubblicana; e ch’io vi sarò, finché vivo, il migliore amico e fratello che possiate avere.
Amate il vostro”.
Giuseppe
Di Mameli ci resta quello che divenne l’Inno Nazionale repubblicano.
Nell’autunno 1847 il manoscritto poetico di Mameli è recapitato nella casa del patriota torinese Lorenzo Valerio, dove si trova anche Michele Novaro (1818 – 1885), Maestro dei Cori del Teatro Regio a Carignano.
Michele Novaro così rievoca l’episodio storico:
“Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, mettendo giù frasi melodiche, l’una sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a queste parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente.
Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello mi buttai sul pianoforte.
Mi tornò alla mente il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su di un foglio. Fu questo l’originale dell’Inno Fratelli d’Italia”.
L’inno debutta a Genova nel corso di uno spettacolo, cui assistono ben 35 mila persone. Un numero inconsueto per una Genova che, all’epoca, tocca appena centomila abitanti.
Il corteo di gente si svolge dal piano dell’Acquasola al Santuario di Oregina. Le bandiere ed i rami di ulivo sventolavano, mentre tutti inneggiano a Balilla (al secolo Giovanni Battista Perasso), l’adolescente che 101 anni prima aveva dato il la alla cacciata da Genova degli Austriaci.
In quell’occasione monarchici e repubblicani si ritrovano insieme, anticipando il trasversalismo ed il consociativismo, che, per molti, sono stati coniati nel tardo Secolo XX.
Il canto circola dapprima in foglietti “avventurosi”, ma non dobbiamo meravigliarci (anche Nietzsche fece stampare la prima parte dello Zarathustra in soli 40 esemplari per mancanza di Editore). Solo successivamente le tipografie genovesi Scionico e Dellepiane pubblicano i versi del Mameli con il titolo “Canto degli Italiani”.
L’ultima strofa dal sapore antiaustriaco, dapprima censurata, è aggiunta dal poeta di propria mano e si trova attualmente nell’Istituto Mazziniano del capoluogo ligure.
Cronistoria:
1-9 novembre 1847: Mameli scrive l’Inno.
9-10 novembre: Mameli lo declama.
1848: l’inno “anima” le barricate.
6 luglio1849: morte di Mameli, in seguito alle ferite riportate in combattimento per la Repubblica Romana.
1860: Garibaldi canta l’inno prima di partire da Quarto per Marsala (spedizione dei Mille).
1862: Giuseppe Verdi dà vita all’Inno delle Nazioni. Vi inserisce Fratelli d’Italia e non la Marcia Reale.
1870: i bersaglieri, all’assalto di Porta Pia, cantano l’Inno di Mameli.
1915: l’Italia entra in guerra. È il 24 maggio e Arturo Toscanini è Direttore al Lirico di Milano, nella cui qualità dirige l’Inno di Mameli.
1916: Ruggero Leoncavallo (il famoso autore de I Pagliacci) dedica alla memoria di Mameli un’Opera lirica, che è rappresentata a Genova.
1932: I canti antifascisti o, semplicemente, non fascisti sono vietati da una circolare del Governo mussoliniano.
1943: i partigiani cantano l’Inno di Mameli insieme con Bella Ciao e Lilì Marlène.
2 giugno 1946: il Governo di Alcide de Gasperi adotta come Inno provvisorio il componimento di Mameli.
10 maggio 1948: l’Inno è suonato nel corso della presentazione del neo-Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.
1970: L’Ode alla Gioia di Schiller, con musica della Nona Sinfonia di Beethoven, diviene l’Inno Europeo. È affiancato da Fratelli d’Italia.
2000: Carlo Azeglio Ciampi canta, a suo modo, l’Inno di Mameli dopo il messaggio di fine anno.
17 febbraio 2011: Roberto Benigni recita sul palco del Festival di Sanremo l’Inno di Mameli.
2012: legge che impone l’insegnamento dell’Inno di Mameli in tutte le scuole.