IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Dalla testa al cuore: il secolo perduto della musica che resta

Musica e pittura

Musica e pittura

di Pompeo Maritati

La musica del XXI secolo è diventata un prodotto di consumo rapido, un sottofondo costante che accompagna le nostre giornate, spesso senza lasciare traccia. È costruita per piacere subito, per entrare in testa con un ritornello orecchiabile, per scalare le classifiche in pochi giorni e poi svanire nel dimenticatoio nel giro di sei mesi. La sua struttura è pensata per l’algoritmo, per il click, per il loop da playlist, non per la memoria emotiva. Eppure, se si guarda al secolo scorso, si ha l’impressione che la musica fosse un’altra cosa: un atto creativo profondo, un gesto poetico, una sintesi tra pensiero e sentimento. I grandi autori del Novecento componevano con la testa collegata al cuore, e questo legame dava vita a opere che ancora oggi risuonano con forza.

Non si trattava solo di tecnica o di melodia, ma di visione, di parola, di verità. Fabrizio De André, Leonard Cohen, Lucio Battisti, Franco Battiato, Bob Dylan: ciascuno di loro ha scritto canzoni che sono diventate parte dell’identità culturale di intere generazioni. Le loro musiche non erano solo belle, erano necessarie. Oggi, invece, la musica sembra aver perso quella necessità. È diventata decorativa, funzionale, spesso priva di profondità. Non mancano i talenti, ma il sistema li spinge a produrre in fretta, a semplificare, a seguire formule che garantiscano visibilità. Il cuore è ancora lì, ma viene spesso messo da parte per far spazio al ritmo che cattura, al beat che funziona, alla strofa che si può ballare su TikTok.

Il risultato è una musica che si consuma, non si contempla. Che si ascolta, ma non si ricorda. Che accompagna, ma non trasforma. Eppure, proprio in questo contesto, il ritorno alla qualità, alla profondità, alla connessione tra mente e cuore potrebbe essere il gesto più rivoluzionario. Riscoprire la lentezza della composizione, il valore della parola, la forza della melodia che nasce da un’urgenza espressiva, non da una strategia di marketing. La musica del XX secolo ci ha insegnato che una canzone può essere un mondo, un pensiero, una carezza, una ferita. La musica del XXI secolo ha il compito di ricordarselo. Perché il vero successo non è il numero di stream, ma la capacità di restare. Di essere ricordata. Di toccare. Di durare.


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