Dalle considerazioni di Tomaso Montanari alla parola straniero
di Riccardo Rescio
Il pensiero espresso da Tomaso Montanari, Rettore della università per stranieri di Siena, nella comunicazione diffusa in rete, colloca la parola straniero al centro di una questione che è culturale prima che amministrativa, politica prima che lessicale.
Montanari suggerisce che straniero non indica una condizione oggettiva, ma una relazione costruita, una distanza decretata dallo sguardo di chi osserva, una etichetta che serve a definire chi guarda più che chi viene guardato.
La mia considerazione, che si affianca e si intreccia a questa lettura, propone che la parola straniero debba essere sottoposta a una rivisitazione antropologica, psicologica, ideologica, fideistica e storica, perché in essa si sono sedimentate paure antiche e dispositivi di potere moderni.
Sul piano antropologico, straniero è stato percepito come minaccioso, misterioso, pericoloso, destabilizzante, contaminante, come se la presenza dell’altro potesse erodere una identità presunta compatta.
Sul piano psicologico, questa percezione ha alimentato meccanismi di proiezione, per cui l’insicurezza interna viene traslata all’esterno, viene personificata in una figura altra, viene resa gestibile attraverso la sua espulsione simbolica.
Sul piano ideologico, la parola è stata usata per legittimare chiusure, per costruire consenso attraverso la paura, per trasformare la differenza in colpa e la colpa in confine.
Sul piano fideistico, lo straniero è stato alternativamente sacralizzato come ospite da accogliere e demonizzato come infedele da respingere, in una oscillazione che rivela quanto la fede possa essere usata come inclusione o come arma.
Sul piano storico, l’Italia offre la smentita più eloquente di ogni purezza, poiché il nostro Paese è crogiolo di culture, abitudini e consuetudini diverse, esito di popolazioni che per migrazione, dominio, commercio, esilio, lavoro hanno insistito sul nostro territorio.
Il paradosso fecondo che ci riguarda è che la genialità italiana, quella che viene rivendicata come tratto distintivo, è proprio la risultante di queste contaminazioni, di innesti continui, di lingue che si sono mescolate, di arti che si sono incontrate, di cucine, musiche e saperi che si sono contaminati.
Montanari invita a non rimuovere questa evidenza, a riconoscere che università per stranieri non significa università per altri, ma università che nasce dall’altro, che vive dell’altro, che fa dell’altro la propria ragione.
La mia riflessione aggiunge che identità è parola bellissima quanto pericolosa, quando viene identificata con pratiche di chiusura protettiva e con retoriche di offesa verso chi è considerato straordinario perché non titolare di quella identità.
Identità non è mai retaggio, non è mai sangue, non è mai suolo inteso come possesso esclusivo, identità è relazione, è processo, è condizionamento mediatico che può essere decostruito e riorientato.
Il condizionamento mediatico ha trasformato identità in feticcio, ha reso la sua difesa un riflesso automatico, ha reso l’appartenenza un recinto sorvegliato anziché un campo aperto.
Quello che è necessario percepire, comprendere, partecipare e diffondere è che identità vive se respira, se si lascia attraversare, se accetta di essere modificata dall’incontro senza temere di scomparire.
Comparare Montanari e questo percorso significa riconoscere una convergenza, Montanari smaschera la retorica che usa lo straniero per compattare un noi fragile, io sottolineo che quel noi fragile è fragile proprio perché nega la propria origine contaminata.
In questa comparazione filosofica, straniero cessa di essere minaccia e diventa rivelazione, rivela che siamo tutti stranieri in qualche parte di noi stessi, rivela che l’estraneità è condizione originaria, non accidentale.
La sfida non è includere lo straniero dentro una identità già data, ma ripensare identità a partire dallo straniero, farne criterio di verifica, farne misura di umanità.
Solo così la parola straniero può perdere la sua carica misteriosa e pericolosa, può tornare a indicare semplicemente una persona che porta un altrove, un altrove che ci riguarda, che ci interroga, che ci migliora.