IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Daniele D’Ippolito, Mi chiamo Daniele, Armando Editore, Roma, 2025, pp. 171, € 15,00

Immagine in Evidenza

di Vincenzo Fiaschitello

Può sorprendere come una prestigiosa Casa Editrice qual è Armando di Roma, che ha al suo attivo innumerevoli testi di ben noti pedagogisti, di filosofi, di sociologi, ecc. italiani e stranieri, abbia accolto nel suo programma editoriale un testo autobiografico di un giovane appena ventenne, che narra la dolorosa storia della sua adolescenza dal giorno in cui, all’età di quattordici anni, gli viene diagnosticato un tumore cerebrale.

Chi legge il libro di Daniele D’Ippolito, tuttavia, si rende conto che la sorpresa non ha alcuna ragione d’essere, perché il testo non è assolutamente fuori dalla tradizionale linea editoriale. Si tratta infatti di una narrazione profondamente educativa, umanissima, di notevole spessore pedagogico, sincera, di grande efficacia, lontana da ogni retorica, che senza esitazione proporrei come lettura da consigliare a tutti gli adolescenti o comunque come libro per le nostre scuole, dal quale far scaturire interessanti riflessioni esistenziali.

Ne sottolineo alcune: il tema del dolore, dell’amicizia, dei valori, del significato della nostra precaria presenza sulla terra che Daniele saggiamente ringrazia “perché è dove respiro e poggio piede, dove guardo l’alba e il tramonto, che raccontano ogni giorno la bellezza del mondo”.

Certo è che, in un libro in cui si narra del calvario di un ragazzo che dopo sei lunghi mesi trascorsi in ospedale per un primo difficilissimo intervento chirurgico di oltre venti ore consecutive e per altri tre a seguito di varie complicazioni sopraggiunte, da ogni pagina non può non traspirare sofferenza, dolore, estrema fragilità. Tutto è presentato con semplicità, realismo, senza disperazione. La prosa scorre sicura, a volte tagliente come il bisturi del chirurgo, a volte non priva di squarci ironici, a volte intrisa di tenerezza e di umanità, aperta a sguardi ampi al di là della cerchia di quei pochi (la madre che piange in silenzio, il padre più emotivo, la sorella Ludovica), che si affannano a stargli vicino, una prosa in grado di cumulare i brevi tempi del vissuto passato con quelli della speranza di un futuro più generoso.

Daniele non racconta solo il suo dolore fisico, ma anche uno spazio esistenziale dove i protagonisti, dai familiari, ai medici, agli infermieri, ai vari ammalati che si alternano nelle diverse stanze nelle quali si trova, ai compagni, ai professori della scuola, lasciano intravedere la loro personalità: affettiva, premurosa, altamente professionale, allegra o incline alla malinconia. Tutto è descritto in maniera spontanea e naturale, con umana comprensione, perfino i battibecchi inevitabili tra i diversi familiari a causa di contrapposte esigenze. Ma la stessa forzata convivenza con persone sconosciute sfocia anche in aspetti positivi: lo scambio di gentilezze, di attenzioni, di condivisione emotiva.

Non mancano momenti di scoraggiamento, di interrogazione su certi fondamentali “perché” della vita. Veronika, la ragazza che ha già affrontato un primo intervento chirurgico e ricevendo la notizia del ritorno di un brutto tumore, si lamenta: “Perché sempre a mmé?… Ma, che cosa aggiu fattu ‘e sbagliato?”

Domande di una ragazza semplice, sofferente, simili a quelle che l’uomo da sempre si è posto. E se per poco vogliamo allargare lo sguardo per valutare quali possibili risposte possiamo trovare, ci accorgiamo che non è facile scovarne una che possa soddisfarci, a meno che non si voglia uscir fuori dalla nostra tradizione della fede cristiana che ha sempre considerato il dolore umano come una “prova” per meritarci la vita eterna e avvicinarci al pensiero di A.Schopenhauer, secondo il quale ciò accade perché siamo un prodotto della natura. Questa è indifferente al nostro destino come quello di qualsiasi altro prodotto vegetale o animale.

Tale forma di pensiero, oggi, ha toccato anche la sfera religiosa, basti pensare a un filosofo e teologo contemporaneo, Vito Mancuso, il quale non si è più accontentato di pensare a una volontà divina che consente la sofferenza in questo uomo e non in un altro, soprattutto quando il suo sguardo si è posato sul cosiddetto “dolore innocente”, sul neonato che viene al mondo gravemente menomato. E’ un errore della natura e non può ritenersi semplicemente un “mistero”, come la Chiesa ha sempre risposto in questi casi, quando appunto è difficile coniugare l’infinita bontà di Dio con il dolore e il male presenti tra gli uomini.

Altro tema importante che emerge dal testo di Daniele è quello dell’amicizia, della vera amicizia, quando rievocando la notte di Natale con tono di grande malinconia, scrive che, seppure Gesù in quella notte non fosse nato per loro, sperimenta “l’affetto di un amico che decide

di soffrire insieme a lui”.

Un posto speciale nel suo cuore trovano naturalmente i vecchi compagni della scuola elementare come Piero e Viola, e soprattutto Tommaso con il quale aveva trascorso prima del suo ricovero in ospedale tanti magici momenti della adolescenza. Lo attende con nostalgia per una sua visita che tarda a venire, ma non importa: è sicuro che verrà!

Sono momenti questi che ci fanno toccare con mano l’intensità emotiva  e la forza relazionale che ci legano agli altri, che ci aiutano a superare invidie, ostilità, disprezzo e mancanza di rispetto per il prossimo. Tale valore dell’amicizia, qui è esaltato più che con parole dal registro accademico, come spesso oggi accade in colloqui, in conferenze, in articoli su giornali che intendono combattere il bullismo, ma con la narrazione di “fatti” semplici e umani. Ecco perché il libro di Daniele mi richiama alla memoria i lontani giorni della mia adolescenza in cui leggevo le pagine del capolavoro di Ferenc Molnar “I ragazzi della via Paal”. E’ vero che Daniele non è forte come il protagonista del romanzo ungherese che lotta con la sua squadra per la conquista di un terreno libero per il gioco, ma anche lui in realtà è un “combattente” contro un male subdolo, ha il coraggio del capitano Boka e l’umiltà e la lealtà del soldato semplice Nemecsek. Da tutte le pagine traspare la stessa malinconia per la fine di un tempo, di una età preziosa che è l’adolescenza.

Ora Daniele, dopo la dolorosa esperienza di una pluralità di interventi chirurgici, continua a ricostruire la sua soggettività. Si sa che è l’io che governa la nostra esistenza, e quando un centro così importante come il cervello va in tilt, appare evidente che non siamo più padroni in casa nostra: abissi di oscurità, di illogicità, attraversano i nostri incerti pensieri. Una insidiosa nuvola li offusca e li precipita in un oscuro tunnel. Ecco allora che Daniele con l’aiuto di una esperta équipe ha appreso a recuperare. Io credo tuttavia che una importante quota di tale ripresa spetti al fatto che Daniele non abbia pensato soltanto al suo cranio forato, ma al suo cuore.


ISSN 3103-7143 Il Pensiero Mediterraneo Rivista culturale online ad aggiornamento continuo. Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Foggia - Genova - Lecce - Marsala - Matera -Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. | Newsphere di AF themes.