IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Di chi è la colpa? L’analisi logica dell’anima

Di chi è la colpa? L’analisi logica dell’anima e il coraggio di cambiare prospettiva

Di Simona Mazza

Molto spesso, davanti al dolore, la domanda «di chi è la colpa?» occupa tutto lo spazio della coscienza, quasi fosse una copertina di Linus. Ma basta davvero a guarire una ferita?

Alla ricerca del colpevole

L’analisi logica dell’anima

Mi capita spesso di constatare quanto siamo portati, quasi per natura, a cercare un colpevole cui attribuire le nostre disgrazie, piccole o grandi che siano. Quando qualcosa ci ferisce, la mente cerca infatti un responsabile sul quale depositare il peso della sofferenza.

Questo movimento è umano e, in molti casi, necessario. Esistono infatti responsabilità morali e giuridiche che chiedono di essere riconosciute, poiché la giustizia serve proprio a distinguere il vero dal falso, il lecito dall’illecito, l’innocenza dalla colpa.

Tuttavia la difficoltà nasce quando ci illudiamo che trovare un colpevole possa bastare a pacificare l’anima. Tra l’accertamento di una responsabilità e la trasformazione interiore del dolore esiste infatti una distanza enorme: il primo appartiene alla giustizia, alla ricostruzione dei fatti, alla verità processuale o morale; la seconda riguarda la coscienza, la filosofia, la vita spirituale.

A questo punto la domanda cambia: che cosa accade quando il responsabile è stato individuato e, ciononostante, la sofferenza continua a lavorare dentro di noi? Dove nasce allora l’errore? Mi viene in mente un paragone forse semplice, ma significativo, con la grammatica, intesa proprio nel suo senso più concreto, linguistico.

L’analisi logica dell’anima

Nell’analisi logica, davanti a un’azione, impariamo a cercare il complemento di termine, cioè il destinatario verso cui qualcosa si dirige. Tradotto nell’esperienza umana, questo movimento assume subito una forma riconoscibile: a chi attribuisco il mio dolore? A chi imputo ciò che mi è accaduto? A chi consegno il peso della ferita che porto?

Il complemento di termine, in questa prospettiva, diventa la figura grammaticale dell’accusa.

Oltre al complemento di termine, però, la grammatica conosce anche il complemento di moto da luogo, che indica la provenienza, l’origine, il punto da cui qualcosa parte. Ed è proprio questo il passaggio che spesso trascuriamo. Continuiamo a domandarci a chi dare la colpa, mentre raramente troviamo il coraggio di chiederci da dove continui a venire la sofferenza che ci devasta.

Questo accade perché l’evento esterno può aver provocato la ferita, ma il suo permanere appartiene quasi sempre a una regione più profonda, che chiede di essere riconosciuta con lucidità.

A mio avviso, è qui che, per l’appunto, dovrebbe entrare in scena il moto a luogo, cioè il complemento che indica la direzione verso cui qualcosa si muove. Nell’esperienza interiore, la domanda diventa allora: verso quale trasformazione può condurmi questa ferita? Quale forma nuova può assumere la mia coscienza dopo ciò che ho subito?

In questo passaggio la grammatica diventa allora quasi metafisica. Per comprendere queste tre fasi occorre partire proprio dalla figura più antica del complemento di termine: il capro espiatorio.

Dal capro espiatorio al significato

René Girard ha mostrato con grande profondità come molte società abbiano costruito la propria pace apparente attraverso questo meccanismo sacrificale. Una vittima viene caricata delle tensioni collettive e la sua esclusione sembra ristabilire l’equilibrio, perché il gruppo trova un volto su cui far convergere paura, rancore e bisogno di spiegazione.

Questa dinamica produce un sollievo immediato, ma fragile. Il male viene spostato, concentrato in una figura visibile, reso narrabile e quindi apparentemente governabile; il suo nucleo profondo, però, continua a chiedere comprensione.

Il passaggio vero comincia invece quando l’uomo accetta di oltrepassare la sola accusa e di interrogare il senso della prova. Naturalmente, la responsabilità altrui va riconosciuta quando esiste, la giustizia va cercata quando è necessaria, il male ricevuto va nominato con chiarezza, senza se e senza ma… Tuttavia nessuna attribuzione esterna può fare al posto nostro quel lavoro interiore attraverso cui una ferita diventa conoscenza, maturazione, sapienza e, soprattutto, impedisce a chi ha causato il male di continuare a distruggerci dall’interno.

La cronaca come specchio dell’umano

Alcune vicende pubbliche rendono visibile questo meccanismo con particolare evidenza. Il caso di Garlasco, al di là delle valutazioni giudiziarie e del dibattito processuale, può essere osservato come simbolo di una dinamica universale di cui parlava, per l’appunto, Girard.

La vicenda di Enzo Tortora, pur in un contesto diverso, ha mostrato quanto il peso dell’accusa pubblica possa incidere sulla vita di una persona, ben oltre il perimetro delle aule giudiziarie.

Qui interessa osservare il dramma umano che ogni accusa porta con sé. In alcune dichiarazioni pubbliche di Alberto Stasi colpiscono la misura, la compostezza e una forma di serenità rara in una persona segnata da un’esperienza tanto estrema.

In una logica profondamente cristiana, Stasi ha più volte lasciato intendere che ciò che gli è accaduto debba avere una ragione più alta, una logica superiore, forse ineffabile, certamente non interamente comprensibile alla nostra mente finita. La cosa più significativa, in questa prospettiva, è il tentativo di non lasciarsi definire soltanto dall’accusa e dalla sofferenza subita, ma di cercare altrove una ragione, quasi un luogo interiore nel quale trasformare ciò che avrebbe potuto distruggere definitivamente la sua identità.

Attenzione: contrariamente a quanto potrebbe sembrare, questo atteggiamento non ha il carattere della rassegnazione debole. Esige, al contrario, una forza rarissima. La mitezza, quando nasce da una coscienza attraversata dal dolore, diventa infatti dominio di sé, capacità di custodire la propria interiorità e di non consegnare al male l’ultima parola sulla propria vita.

Per comprendere meglio questa logica, che a prima vista può sembrare irrazionale o perfino assurda, occorre allargare il discorso al senso stesso dell’esistenza.

La vita come palestra dell’anima

Se la vita fosse soltanto una successione di fatti materiali, molte sofferenze resterebbero indecifrabili. Nascere, patire, perdere, ammalarsi, essere traditi, essere fraintesi, morire: tutto apparirebbe come un meccanismo cieco, quasi offensivo nella sua gratuità. Quale senso avrebbe allora l’esistenza, se ogni dolore fosse soltanto un incidente privo di profondità?

Allora, a ben vedere, quando ci spostiamo dal complemento di termine al moto a luogo, la prospettiva cambia. Una lettura spirituale suggerisce che la vita terrena sia una palestra dell’anima: più che un castigo o una condanna, un luogo di formazione. Semplicisticamente parlando, come il corpo dell’atleta si fortifica attraverso la resistenza del peso, così la coscienza matura attraverso le prove che la costringono a superare la propria immediatezza.

Il dolore, in questa luce, conserva tutta la sua durezza. Rimane lacerante, talvolta incomprensibile, eppure può essere assunto dentro un cammino più vasto, nel quale la persona non viene schiacciata dalla prova, ma educata da essa.

Questa intuizione attraversa molte tradizioni filosofiche. Platone distingue la dimensione sensibile da quella intelligibile e affida all’anima un destino che supera la semplice corporeità. Plotino descrive l’esistenza come ritorno verso l’Uno, cioè verso l’origine assoluta da cui ogni vita proviene. Anche Rudolf Steiner, in un’altra prospettiva, insiste sulla compresenza nell’uomo di una dimensione corporea e di una dimensione spirituale, come se l’esistenza visibile fosse soltanto una parte di un itinerario più ampio.

Cambiano i linguaggi, ma rimane una medesima intuizione: l’uomo è materia che attraversa il tempo e, insieme, spirito chiamato a comprendere la propria direzione che, nel cristianesimo, trova il suo punto più alto nella croce.

Cristo e il miracolo non compiuto

Sulla croce, Cristo viene deriso proprio nel punto più alto della sua missione. Gli viene chiesto di salvare se stesso, di scendere dalla croce, di compiere per sé quel miracolo che aveva compiuto per altri. È una provocazione decisiva, perché tocca il cuore stesso del rapporto tra potenza e salvezza.

Gesù avrebbe potuto manifestare la propria potenza sottraendosi alla sofferenza. Avrebbe potuto rispondere alla violenza con l’evidenza del miracolo, trasformando la croce in una dimostrazione di forza. Sceglie invece di attraversare la condizione umana fino al punto più basso. La sua preghiera nel Getsemani, «se è possibile, passi da me questo calice», non ci parla di masochismo, vittimismo o nichilismo; eppure, subito dopo, l’abbandono alla volontà del Padre apre una via diversa, nella quale la salvezza passa attraverso la prova assunta fino in fondo.

Cristo, cioè, decide di attraversare la sofferenza, mostrando che anche l’ultimo, il condannato, il deriso, colui che agli occhi del mondo appare perduto, conserva una possibilità di redenzione.

Facendosi ultimo, il Salvatore restituisce dunque dignità agli ultimi. 

In questo senso la vita terrena appare come un dono severo e prezioso, perché è il luogo nel quale la libertà viene provata, purificata, educata. Se l’uomo fosse già compiuto, non avrebbe bisogno del tempo; se la salvezza consistesse nell’evitare ogni ferita, Cristo sarebbe sceso dalla croce. Invece resta, e ci insegna che la redenzione matura dentro la prova attraversata, quando il dolore viene assunto e trasfigurato.

Il dolore dei giusti e la maternità della fede

Vi sono altre testimonianze contemporanee che rendono questa prospettiva meno astratta. La madre di San Carlo Acutis, Antonia Salzano, ha spesso interpretato la morte del figlio come una ferita inscritta in un disegno spirituale più grande, e questo dice molto sul modo in cui la fede può abitare anche il dolore più estremo.

Una madre che perde un figlio tocca del resto uno dei punti più estremi dell’esperienza umana. Tuttavia, quando quella sofferenza viene letta alla luce della fede, resta ferita reale, viva, tremenda, e allo stesso tempo viene collocata dentro una relazione con l’eterno. La fede, in questo caso, lascia il dolore nella sua durezza; gli offre però una direzione, un orizzonte, una possibilità di significato.

È questa la differenza tra spiegare e significare, laddove spiegare un dolore significa cercarne la causa; significarlo significa inserirlo in una direzione.

Dalla colpa alla trasformazione

Tirando le somme, una spiritualità seria non può chiedere all’uomo di ignorare il male, cancellare le responsabilità o confondere il perdono con l’indifferenza o la dimenticanza. Il cambio di prospettiva comincia quando smettiamo di vivere soltanto nella domanda del complemento di termine, cioè quando la ricerca del colpevole lascia spazio anche a un’altra domanda: che cosa posso fare, interiormente, di ciò che mi è accaduto?

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