Divinizzare l’umano, umanizzare la divinità: la religione nella cultura greca

di Vincenzo Fiaschitello
Questo articolo è dedicato a Pompeo Maritati,
valoroso Direttore e Fondatore della rivista, in onore delle sue origini di uomo greco, alle quali so che è indissolubilmente legato.
La cultura greca suscita in noi un brivido di eternità quando pensiamo soprattutto a quella schiera di dèi e di personaggi che stanno a suo fondamento.
Per i primi, gli dèi, non c’è più nessuna eco che possa ancora oggi esprimere quella sacralità che conviene a ogni vera religione sorretta dal valore etico, dal momento che essi operano non tanto come entità immorali, quanto talmente naturali da non essere sempre pronti ad accogliere come suprema virtù l’aspetto esistenziale etico del vivere e pertanto molto prossimo agli uomini.
Per i secondi, i filosofi, enorme è il debito di riconoscenza che il mondo occidentale ha nei loro confronti.
Se guardiamo con occhio cristiano e con spirito di contraddizione, certamente finiremo col negarci la possibilità di una esatta comprensione del modo come l’idea dell’eterno si svelò alla grecità, a un popolo singolarmente creativo e geniale, dalla profondissima umanità.
Credo che il nodo centrale da sciogliere, per procedere correttamente sulla via della comprensione della modalità della presenza del divino presso gli antichi greci, sia quello di notare come gli dèi vengano venerati, cercati, contemplati, soprattutto nella immortale opera di Omero, evitando di esprimere giudizi affrettati e di superficiale compiacenza per gli interventi a favore dei loro prediletti. Non nego che, da ragazzi a scuola, leggendo i versi dei poemi omerici, capitava di scoppiare in allegre risate nel momento in cui si verificavano tali divini interventi, nonostante che la docente di italiano non mancasse mai di puntualizzare che era solo apparente la disparità tra la primitività del divino e la profondità e eccezionalità del pensiero greco. Occorreva cioè pensare che quella fede religiosa dei greci si presentava sotto una forma semplicemente diversa da quella di altre religioni provenienti dall’Oriente, come la persiana, l’indiana, ecc. Restava da considerare come elemento fondamentale che la presenza del divino si manifestava in ogni essere vivente quale idea viva del proprio valore, della propria energia e del proprio scopo (cfr. W.F.Otto, Gli dèi della Grecia, Milano, Adelphi, 2004).
Ciò che emerge con evidenza è che tale presenza del divino nella partecipazione agli eventi umani ha la caratteristica di una forma di naturalità che lascia intatta la natura, nel senso che quest’ultima non subisce alcuna alterazione, sia in direzione del mostruoso, oscuro e abissale, come era nella configurazione religiosa dell’Oriente, sia in direzione del cosiddetto “miracolo”, proprio della rivelazione cristiana, nonché dello stesso ebraismo. Basti pensare al libro dell’Esodo, dove si narra l’evento in cui Dio per consentire la fuga degli ebrei dall’Egitto, separò le acque del mare, che subito dopo si richiuse sommergendo l’esercito egizio. E’ bene comunque ricordare che l’intervento divino miracoloso non sempre è stato unanimemente accettato come tale, perché veniva giustamente considerato come una rottura delle leggi e dell’ordine naturale stabilito ab eterno da Dio. Lo stesso filosofo Spinoza, ebreo, per avere rifiutato l’idea della possibilità del miracolo, subì l’isolamento e la scomunica da parte della comunità ebraica di Amsterdam, dove viveva poveramente.
Altra modalità riveste la forma di intervento delle divinità olimpiche, nel senso che non comporta il sovvertimento di una legge naturale. Ogni volta che questo o quell’eroe del mondo omerico fa appello alla divinità in un momento di pericolo o di grave necessità, non c’è una alterazione della realtà, ma semplicemente un consiglio, un suggerimento, che lascia impegno e azione direttamente all’interessato. Atena, invocata da Ulisse, parla e consiglia sotto le vesti di un pastorello incontrato per caso lungo la via in terra straniera. E’ sempre la dea Atena, nata dal capo di Zeus, Signora del Consiglio, che esorta l’eroe a calmare gli animi dei soldati che volevano affrettare la partenza e rinunciare all’impresa, dopo essere stati messi alla prova da Agamennone. Tutto ciò è comprensibile alla luce di una particolare visione del mondo degli antichi greci: “l’uomo non è un puro strumento nelle mani degli dèi…la divinità non agisce da un al di là…è una col mondo e si fa incontro all’uomo dalle cose del mondo, quand’egli è per via, prendendo parte alla sua vita movimentata…La divinità si presenta con immediata vivacità a colui che agisce ed intraprende, animandolo e impedendolo, illuminandolo e confondendolo”. (W.F.Otto, op.cit. p.178).
Si tratta di un punto di vista così importante da aprire la strada ai greci verso la comprensione del concetto di una natura, ricca e immediata, che non solo sarà a fondamento del pensiero di quei primi filosofi che ricercheranno in essa l’arché , il principio primo dell’universo, ma altresì dei grandi che seguirono e che vi intuirono quell’eterno e quell’infinito che ancora impregnano la nostra cultura occidentale.
L’itinerario era tracciato. Si va dai primi passi nella fedele osservazione della natura (physis), quasi come scolaretti pendenti dalle labbra del maestro, per poi volgere l’attenzione a quell’elemento permanente alla base del divenire di tutte le cose, identificandolo ora nell’acqua (Talete), ora nell’aria (Anassimene), ora nel fuoco (Eraclito), e via via finché l’uomo non si accontenta più di “ascoltare” la natura, ma le pone domande come nella scienza moderna (Cartesio, Galilei…), e infine giunge a proporre ipotesi e a procedere a continue verifiche ( scienza e tecnologia del nostro tempo: W.K. Heisenberg, K. Popper…).
Si potrebbe pensare che i greci in definitiva attribuissero al divino un ruolo piuttosto misero, dal momento che la natura, l’esperienza umana, non subivano una sorta di sommovimento, di miracolosa trasformazione grazie alla presenza divina.
Ma non è così. L’atteggiamento spirituale dei greci è quello di volere insegnare all’uomo una oggettiva investigazione della natura, accontentandosi di riconoscere una essenza o potenza sovrana, quale profilo e contorno divino che la riveste permanentemente.
Altro punto che merita una speciale attenzione è quello che prende l’avvio dalla celebre espressione di Goethe, contenuta in vari scritti, ma in particolare nel saggio” Antico e moderno” del 1818: “Il senso e la tendenza dei greci è di divinizzare l’uomo, non di umanizzare la divinità”. La felice massima di Goethe non solo è in linea con quanto si è detto della natura (natura divinizzata), ma è estesa anche all’umanità: l’essenza umana è espressione del sacro. L’arte, la bellezza, la razionalità, innalzano l’uomo al divino; l’uomo è la sublime manifestazione del divino. Tutta la potenza del divino si riflette nello spirito greco.
Nella seconda parte dell’espressione, Goethe, affascinato dall’equilibrio greco, si pone in contrapposizione con le tendenze mistiche orientalizzanti che umanizzano l’umanità, riducendola alle passioni e debolezze umane. Ciò tuttavia non impedisce al geniale poeta e artista tedesco, di esprimere la sua ammirazione per le sculture marmoree che rappresentavano in forma umana vigorosa e straordinariamente belle le divinità come Minerva, Apollo, Zeus, ecc.
Come è noto, questo aspetto della umanizzazione del divino troverà una sistemazione filosofica nel pensiero di Hegel, il quale appunto sostiene il principio della divinizzazione dell’immanente, rivalutando quel mondo reale e presente, quella spiritualità della natura, quell’al di qua in contrapposizione dell’al di là, proclamato dalla Chiesa e dalla sua filosofia Scolastica.
Quanto alla riflessione su questo problema nell’ambito della religione cristiana, appare necessario procedere ad alcune sintetiche considerazioni.
Non c’è alcun dubbio che il cristianesimo abbia come idea fondamentale l’umanizzazione, cioè Dio che si fa uomo come noi e la divinizzazione, cioè noi che dobbiamo farci come Lui se vogliamo entrare nel regno dei cieli. Il figlio di Dio, il Verbo, assume la natura umana per redimere l’umanità dal peccato originale. E’ questo il mistero centrale della fede cristiana che vede il figlio di Dio fatto carne reale, divinizzando la natura umana (Giovanni, 1,14). Si instaura, da quel momento in cui sulla base di un concetto di umiltà Dio entra nella storia, una relazione e una intimità profonda tra Dio e il mondo. Questa unità dell’umano unito al divino e del divino unito all’uomo, corroborata dalla fede, si realizza pienamente a condizione che l’uomo sia consapevole che il buon operare proceda non solo sulla direzione orizzontale di amore, di carità, di accoglienza umana dell’altro, ma anche su una direzione verticale di imitazione e di annullamento di sé in Cristo, come era nel pensiero dei mistici. La Chiesa cattolica maturò questa spiritualità nei due grandi concili di Nicea del 325 e di Calcedonia del 451. E’ inutile dire che tale spiritualità è ovviamente lontana sia dalla religione degli dèi greci, sia dallo stesso ebraismo, per il quale Dio è totalmente altro dall’umano.