Don Pietro Boifava, il prete che piegò trecento austriaci: storia, leggenda e intelligenza del Risorgimento bresciano

Don Pietro Boifava, il prete che piegò trecento austriaci: storia, leggenda e intelligenza del Risorgimento bresciano
Di Simona Mazza
Il 25 marzo 1848, mentre la Lombardia attraversa una delle sue giornate decisive, nell’area bresciana prende forma un episodio che conserva ancora oggi una forza evidente: un parroco della Valsabbia affronta una colonna austriaca e ne ottiene la resa grazie a sangue freddo, audacia e dominio della situazione
Un episodio rimasto ai margini del grande racconto risorgimentale

La figura al centro di questa vicenda è don Pietro Boifava, sacerdote di Serle, nato nel 1794 e morto nel 1879, ricordato dalla memoria bresciana come un prete patriota dal temperamento energico e dalla forte influenza sul territorio. La sua biografia si colloca in una vicenda più ampia, che unisce cura pastorale, passione civile e presenza politica locale. Dopo gli eventi del Quarantotto, infatti, la sua presenza continua anche nella vita amministrativa di Serle, di cui diventa sindaco, a conferma di un legame diretto tra ministero religioso e presenza civile.
Eppure il suo nome è rimasto più in ombra di quanto l’episodio meriterebbe. IlRisorgimentoha privilegiato figure maggiori, capitali politiche, battaglie più vaste, lasciando spesso sullo sfondo storie periferiche molto intense. Proprio per questo Boifava suscita interesse. La sua impresa infatti appartiene a quel tessuto meno frequentato della storia nazionale in cui un paese, un parroco e una manciata di uomini entrano all’improvviso nella grande vicenda italiana.
Marzo 1848 e la crisi dell’autorità austriaca
Per comprendere il valore dell’impresa, conviene ripartire dal contesto. Marzo 1848 segna una frattura nella storia dell’Italia settentrionale. LeCinque Giornate di Milano, concluse il 22 marzo, costringono le truppe di Radetzky a lasciare la città; in molte zone del Lombardo-Veneto l’autorità austriaca entra in una fase di instabilità; a Brescia crescono la mobilitazione patriottica, l’iniziativa dei volontari e l’attesa di una liberazione ormai vicina. Anche il basso Garda e l’area bresciana risentono subito di questo clima febbrile, nel quale i reparti imperiali cercano vie di ritirata e i patrioti tentano di intercettarli.
La colonna in ritirata e l’occasione intuita da Boifava
In questa cornice compare la colonna austriaca proveniente da Cremona, in movimento verso nord, con l’intenzione di raggiungere il Trentino e sottrarsi alla pressione insurrezionale. La tradizione locale e le successive ricostruzioni convergono su un punto essenziale: quella colonna, forte di circa trecento uomini, si ferma in zona Padenghe sul Garda, e proprio allora don Boifava comprende di trovarsi davanti a un’occasione.
Da Serle parte con un manipolo di volontari, tradizionalmente indicati in quindici. La sproporzione delle forze basta da sola a chiarire la qualità dell’impresa: da una parte un reparto imperiale armato e organizzato, dall’altra un piccolo gruppo guidato da un sacerdote di montagna. Qui emerge il tratto più interessante della vicenda. Boifava evita lo scontro diretto e lavora sulla tensione, sul buio e sulla percezione della paura.
La notte dell’azione: sentinelle disarmate e ufficiali sorpresi
La tradizione racconta che, durante la notte, il parroco si avvicina al campo, arriva alle sentinelle e le disarma con le proprie mani. È il dettaglio che ha colpito di più la memoria popolare, quasi a consegnarci una figura di decisione immediata e di coraggio portato fino al contatto diretto. Qui la cronaca si avvicina alla leggenda, ma proprio questa immagine spiega bene la forza con cui l’episodio si è fissato nell’immaginario locale.
Raggiunte le carrozze degli ufficiali, Boifava li coglie di sorpresa. Gli austriaci mostrano un salvacondotto e tentano di giustificare formalmente il loro passaggio. Il parroco, però, tiene il controllo della scena. Li pone davanti a una scelta immediata: la resa o la morte e introduce dunque il nucleo della sua fine strategia, vale a dire l’idea dell’accerchiamento. A tal proposito, fa credere agli ufficiali che tutt’intorno si trovino centinaia di patrioti pronti ad assalire il campo e annuncia che il suono delle campane darà il segnale dell’attacco.
L’alba del 25 marzo: i rintocchi dell’Ave Maria scambiati per il segnale dell’assalto
L’alba del 25 marzo 1848 conferisce alla scena una forza quasi teatrale. Le campane cominciano a suonare, secondo il ritmo abituale della chiesa. A onor del vero, sono i rintocchi dell’Ave Maria, quelli che in un paese scandiscono l’inizio del giorno e appartengono alla consuetudine religiosa. Proprio quel suono familiare, però, cade su uomini già tesi, disorientati, persuasi di trovarsi accerchiati. Gli austriaci infatti lo interpretano come il segnale convenuto dell’attacco imminente.
L’arrivo di Longhena e l’illusione di un esercito alle porte
A rafforzare questa convinzione arriva, in lontananza, una figura destinata a fissarsi nella leggenda: Longhena, avvocato di Desenzano, che giunge a cavallo con la sciabola sguainata. Il suo arrivo, in sé limitato, produce un effetto enorme. Gli austriaci, già convinti dalla messinscena dell’accerchiamento, leggono quella presenza come la prova decisiva che una forza molto più vasta stia convergendo su di loro.
Qui l’equivoco si compie fino in fondo. Quella figura isolata, scorta da lontano, viene assunta come avanguardia di un contingente numeroso. L’immaginazione del pericolo completa ciò che l’astuzia di Boifava aveva predisposto durante la notte. La colonna, a quel punto, cede. Tutto il resto è storia…
La resa della colonna e il valore storico dell’impresa
Don Pietro Boifava, con pochissimi uomini, ottiene la resa di un contingente enormemente superiore. La memoria locale conserva l’episodio come un piccolo capolavoro di iniziativa patriottica, costruito sull’autorità personale, sulla fermezza e su una lucidità tattica fuori dal comune. È proprio questo a rendere la storia tanto singolare nel quadro del Risorgimento: l’impresa cresce dentro una geografia periferica, lontana dai grandi centri decisivi, eppure entra a pieno titolo nel tessuto dell’insurrezione lombarda.
La tonaca come forma visibile di autorità
Un dettaglio conferisce all’episodio una forza simbolica ancora maggiore: Boifava compie tutto ciò senza mai togliersi la tonaca. L’abito sacerdotale resta addosso al protagonista durante l’intera azione e gli conferisce una fisionomia inconfondibile. In questa vicenda la tonaca coincide con una presenza pubblica riconoscibile, con una responsabilità assunta davanti alla comunità e con una credibilità legata al ruolo. Si coglie qui un legame pieno tra identità religiosa e gesto civile.
Questa sfumatura merita una riflessione più ampia, soprattutto oggi, in un tempo in cui la questione dell’abito ecclesiastico viene talvolta letta come tema di prossimità sociale o di percezione pubblica. Don Boifava offre, da questo punto di vista, una prospettiva storica significativa. Nel suo caso la tonaca concentra attorno alla sua figura un’autorità immediatamente leggibile. Il sacerdote che affronta gli austriaci resta sacerdote anche nel momento dell’azione più audace; la sua iniziativa rende il segno della vocazione ancora più incisivo. Il valore di questa immagine cresce dentro il presente, segnato da una rarefazione delle vocazioni e da una discussione continua sul modo in cui il prete debba abitare lo spazio civile. Per questa via Boifava diventa qualcosa di più di un personaggio pittoresco del Quarantotto bresciano: diventa un esempio storico di identità pienamente esibita e, proprio per questo, dotata di efficacia.
Tra storia e leggenda
La sua fama, del resto, supera l’episodio di Padenghe. La memoria bresciana lo lega anche agli eventi successivi e al rilievo che la sua figura assume nel clima delle Dieci Giornate di Brescia del 1849. Attorno a Boifava la tradizione popolare ha lavorato con intensità. Lo mostrano la letteratura locale, la stampa, le commemorazioni civiche, le rievocazioni contemporanee. Il personaggio ha attraversato l’Ottocento e il Novecento come una figura esemplare, capace di raccogliere in sé il patriota, il parroco, l’uomo d’azione e il capo popolare. In questo processo la leggenda mette la storia in risalto, le dà energia simbolica e la rende trasmissibile.
Un prete di montagna dentro la grande storia
Ed è forse qui che si trova il punto più interessante. Il Risorgimento italiano viene spesso raccontato attraverso i suoi grandi nomi, le sue capitali politiche, i suoi snodi militari maggiori. Una figura come don Pietro Boifava riporta l’attenzione verso un’altra dimensione del processo unitario: quella dei paesi, dei parroci, delle comunità locali, delle improvvise accelerazioni storiche affidate a personalità capaci di interpretare un istante e di dominarlo. Il 25 marzo 1848, sulla sponda bresciana del Garda, un prete di montagna comprese che il tempo della storia si era condensato in poche ore. Agì di conseguenza, in tonaca, con ferma intelligenza. Per questo la sua immagine continua a suscitare curiosità: perché racchiude audacia e senso del momento in una figura che il racconto nazionale ha frequentato meno di quanto meriterebbe.







