DONNE BIBLIOFILE: MARIA CORTI MILANESE SALENTINA

Maria Corti
di Maurizio Nocera
Di Maria Corti (Milano, 7 settembre 1915 – 22 febbraio 2002) bibliofila e salentina di adozione, che ho conosciuta grazie ai cari amici Giuliana Coppola e Nicola Toma, entrambi di Maglie. È proprio da lei che ho cominciato a conoscere e ad amare la mia stessa terra, il Salento che, ancor prima, conoscevo solo per sentito dire. Ed è pure da lei che ho imparato ad amare i libri. Fu lei che un giorno mi disse: “leggendo dei libri non ti accorgerai del tempo che fugge e, quando sarà l’ora dell’ultimo respiro, il mondo che lasci, ti sta tutto dentro”. Maria era figlia di Emilio Corti, un ingegnere che, per motivi di lavoro (costruì una lunga strada nel Salento), sin dagli anni ’40, faceva casa a Maglie (Lecce), dove il padre si era accasato con una donna magliese.
Nel libro Maria Corti da Milano al Salento (Schena Editore, Fasano 2004), Anna Longoni scrive: «A creare il legame tra la Corti e la Puglia fu il padre, l’ingegnere Emilio Corti che, nel Salento, lavorava e nel Salento si trasferì definitivamente dopo le seconde nozze […] Da quel momento le vacanze, soprattutto quelle estive, divennero per la Corti l’occasione di ricongiungimento col padre, cui fu sempre molto legata, e con una terra che si trasformò presto nel luogo dove potersi dedicare all’otium letterario, allo studio e alla creazione» (p. 11).
E, in una lettera al suo professore Benvenuto Terracini, confessa: «Godo la pace della terra salentina, il suo sole arcaico, la sua bellezza aspra».
Da molti critici letterari Maria ha ottenuto lodi per il suo romanzo otrantino L’ora di tutti. Di esso, diciamo che ho quasi tutte le edizioni: la prima nella collana “I Contemporanei” (Feltrinelli, Milano 1962, pp. 340, cartonato); la seconda, sempre nella stessa collana (Milano 1963, stesse pagine, ugualmente cartonato) e la seconda prima edizione nell’“Universale Economica” (Feltrinelli, 1977, pp. 336); la prima edizione, nella Collezione “Letture per le Scuole Medie” (Garzanti, Milano 1962, pp, 200. Qui Maria fa una nuova introduzione dal titolo Perché questo libro); la prima edizione nella collana “Bompiani per le Scuole Superiori” con una Introduzione-Premessa e note a cura dell’autrice, Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas, Milano 1989, pp. 166); la prima edizione Bompiani (Milano 1989) e Bompiani con un saggio di Oreste Macrì (Milano 1996); la seconda edizione nella collana “I Grani Tascabili” (Bompiani, 1994, pp. 338. In questa edizione appare una sua pagina bibliografica), quest’ultima edizione però era stata già pubblicata come Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas Spa, 1991). Alcune di queste edizioni, in differenti formati, mi sono state donate dalla stessa Maria, qualcuna ha pure la dedica, altre le ho comprate.
Successivamente, sempre in un ambito letterario salentino, scrisse Il canto delle sirene (Bompiani, Milano 1989, pp. 192). Si tratta di un bellissimo Canto dal profumo medievale e rinascimentale. Ancora a seguire, sempre di contenuto salentino, Cantare nel buio (prima edizione Bompiani, Milano, 1991), e il racconto Tradimento spirituale, in Storie (Piero Manni editore, Lecce 2000); infine Otranto allo specchio (Scheiwiller, Milano, 1995), all’interno del quale vivono tre interessanti racconti che avevano già visto la luce sulla rivista «l’Albero» al tempo della sua militanza nell’Accademia salentina del poeta Girolamo Comi a Lucugnano di Lecce: La guerra d’Otranto in chiave turca (si tratta dell’osservazione della guerra di Otranto del 1480 scritta da Ibn Kemal (1468/69-1534); Panta nifta scotinì: sempre notte buia (si tratta dei réputi o Canti del pianto per i morti o Nenie griche; dopo questo articolo la Corti affidò all’attore Brizio Montinaro la compilazione di un libro su questi Canti di pianto e d’amore dell’antico Salento (Bompiani, Milano 1994); La Signora d’Otranto, dove l’autrice tratta la Basilica-Cattedrale, intitolata all’Annunciazione, come se si trattasse di un vero e proprio personaggio narrante.
Sfogliando differenti riviste locali il nome della Corti appare spesso fino «all’ultima e lunga collaborazione con il mondo delle riviste pugliesi […] quella che la legò a “l’immaginazione”, diretta da Anna Grazia Doria, edita da Piero Manni. La collaborazione, segnale di un’amicizia che si tradusse nel sostegno alla casa editrice fondata dai Manni, inizia nel 1986 con un’intervista e proseguirà, con una ventina di interventi, fino alla morte della Corti» (v. Anna Longoni, Op. cit., p. 32).
Amando il Salento, la Corti non era affascinata solo delle bellezze naturali della terra, ma anche di quelle che gli uomini e le donne di tale territorio esprimevano. E fra queste le attività di chi scriveva, primo fra tutti Oreste Macrì. In Dialogo in pubblico (Rizzoli, Milano, 1995), il libro-intervista che Cristina Nesi le fece, rispondendo su l’ispanista magliese-fiorentino, la Corti disse: «Macrì veniva d’estate a Maglie, dove aveva i familiari, e anche mio padre vi si era trasferito con lo studio dopo le seconde nozze con la magliese Adelina Marzotta, mia antica insegnante alle elementari./ Fu Macrì ad aprirmi le porte della letteratura militante e del mondo magico degli scazzamurieḍḍi [piccoli demoni fastidiosi] nella divorante luce delle estati salentine» (p. 15).
Maria Corti aveva conosciuto l’ispanista Oreste Macrì nell’ambito dell’Accademia Salentina di Lucugnano (fondata da Girolamo Comi), dove lei stessa, in qualità di segretaria, aveva steso i primi verbali. Di questo sodalizio, recensendo il libro di Franco Martina (Il fascino della Medusa. Per una storia degli intellettuali salentini tra cultura e politica (1848-1964) (Schena, Fasano, 1987) Maria scrisse: «Lucugnano è centro di un notevole artigianato su materiale in terracotta, paesino dove l’elegante palazzo di Comi, sede a suo tempo dell’Accademia, si erge assorto nelle memorie di cose che furono sue. Non va nemmeno dimenticato che Comi aveva ideato un ciclo di produzione dalle campagne a oliveti, a un oleificio e da questo all’Accademia e alla rivista [“l’Albero”]; dal lavoro manuale, preindustriale al culturale e viceversa; un programma utopico, ben confacente, si dirà, a un poeta, ma non certo a un vanesio in quanto pagò sempre di persona e lottò da solo in un contesto sociale indifferente./ Nel palazzo di Comi, oggi museo, il visitatore ha la sorpresa di rivenire un ampio quaderno di grande formato coi verbali delle sedute dell’Accademia, segnato dai colori del tempo, ma ordinato e ricco di notizie ormai storiche. Ci si limita a offrirne qualcuna: l’Accademia nacque il 3 gennaio 1948 – data già edita da Valli, op. cit. [si riferisce a Donato Valli, Cento anni di vita letteraria nel Salento (1860-1960), Milella, Lecce 1985], p. 135 -; al suo posto nel maggio 1953 nacque la “Casa dell’Albero” e da allora il verbale tende a trasformarsi in pagina di album per considerazioni o firme di vari artisti invitati. Fra i membri dell’Accademia e gli ospiti a Lucugnano, oltre ai fondatori Comi, Corvaglia, Macrì, Pierri, Ciardo, Ferrazzi, seguirono Marti, Corti (all’inizio segretaria), Anceschi, Spagnoletti, Cassieri, Bodini, Assunto, Pagano, Accrocca, Falqui e la Manzini, Valli, Segre, De Donno, De Rosa, Macchia, Sansone, Bellonci (Goffredo e Maria), De Stefani (Livia), Tecchi, Piovene, Bassani, Gatto (che ha lasciato nell’album dei suoi versi) ecc. Come si rileva dai nomi, il panorama non era certo locale né particolarmente cattolico. Il quaderno album si interrompe il 4 settembre 1975; segue soltanto il saluto di Valli alla memoria di Comi il 16 marzo 1982./ Orbene, nella prima parte del quaderno si alternano notizie su vere e proprie sedute dell’Accademia alquanto giocosa e smaliziata, con discussioni su temi filosofici, letterari, artistici, a dati riguardanti incontri conviviali oltre ad elementi decisamente ludici, metti la “Giornata del filologo puro” (3 gennaio 1953) in occasione della venuta di Cesare Segre. Vi si leggono poesie di Alfonso Gatto, di Pagano; si trovano disegni di pittori. Un misto di arcadico, sissignore, e di ironico./ A proposito delle presenze della cultura nazionale e, in particolar modo fiorentina, andavano ricordati i “Quaderni del Critone”, volumetti, di alto livello culturale, quasi clandestini e ormai oggetti di antiquariato librario. Qualche esempio: Una città di Romano Bilenchi (1958); La madre e la morte di Alfonso Gatto (1959); Il vetturale di Cosenza ovvero viaggio meridionale di Carlo Betocchi (1959); Trame di Mario Luzi (1963); e si potrebbe continuare molto a lungo./ Nella rivista “Il Critone”, a scorrerla oggi, colpisce una sorta di irruzione della letteratura europea attraverso traduzioni da Valéry, Machado, Éluard, Supervielle, Benn, Rilke e via di seguito; non sembra potersi parlare di clima provinciale. Il redattore Vittorio Pagano per parte sua traduceva molti francesi medievali e moderni sia nel “Critone” che nelle Edizioni dell’Albero, di cui piace ricordare l’Antologia dei poeti maledetti» (v. M. Corti, in «l’immaginazione», Manni editore, Lecce, 1987, n. 44-45, p. 16).
Sul Quaderno album, come lo chiama la Corti, la firma di Maria la vediamo apposta già il 12 agosto 1948 e, a seguire, sul foglio successivo, accanto alla firma del fondatore. La vediamo anche come verbalizzante della prima seduta (3 gennaio 1949), durante la quale venne deciso di fare le pratiche per il riconoscimento del sodalizio come Ente Morale e per dar avvio alla pubblicazione di un bollettino trimestrale con la testata «l’Albero» (500 copie, di cui 100 in omaggio ai soci dell’Accademia e le altre a «personalità notevoli della cultura italiana».
Altro verbale, steso dalla Corti, è quello della seduta degli accademici salentini del 27 agosto 1949, che affrontò il problema della Fenomenologia dell’arte (su iniziativa di Luigi Corvaglia) e visionò i saggi da inserire sul secondo numero de «l’Albero». Altro suo verbale è quello relativo alla seduta del 30-31 dicembre 1950, dove sono presenti solo Girolamo Comi, Luciano Anceschi e lei, che discutono della Metafisica cristiana e del marxismo. Altro suo verbale è quello relativo alla seduta del 4 gennaio 1951, alla presenza di Anceschi, Assunto, Ciardo, Comi, Corti, che discutono di Libertà e cattolicesimo, di Arti figurative e arte astratta.
La presenza di Maria nell’ambito dell’Accademia Salentina arriva fino alla seduta del 28 dicembre 1954, dove, pur presente, lei non verbalizza più; lo fa Vicenzo Ciardo, in qualità di nuovo segretario. Sono presenti: Girolamo Comi, Oreste Macrì, Maria Corti, Michele Pierri (primo marito di Alda Merini), Aminta Pierri, Vincenzo Ciardo, Albertina Macrì. In questa seduta Oreste Macrì espone il suo studio critico sulla poesia di Comi.
Dopo questa data Maria non sarà più presente nell’Accademia Salentina e tuttavia il suo amore per questo territorio la porterà sempre a ritornare ogni estate, perché a Maglie conservava la casa del padre. In un’intervista che la giornalista Claudia Presicce le fece il 7 luglio 2000, in occasione del conferimento del Premio Salento alla sua persona, alla domanda di quale fosse il suo rapporto con questa terra, rispose: «Io ho fatto abbastanza per il Salento, ho fatto tuto quello che ho potuto perché lo amo molto. Come risposta, ho notato sempre un’attenzione fortissima verso il mio lavoro e ai libri che scrivevo. […] Devo dire che sono legata a questa terra allo stesso modo in cui sono legata alla mia terra natale, la Lombardia. […] In epoca bizantina Otranto è stata una città molto importante ed io sono arrivata ad amare il Salento proprio attraverso la cultura medievale di cui ero specialista» (v. C. Presicce, Maria Corti: Salento, seconda patria, in «Quotidiano di Lecce», 7 luglio 2000, p. 9).
È risaputo che Maria amasse la poesia e, fra i poeti, uno di questi era Nicola G. De Donno di Maglie, negli anni che vanno dal 1979 al 1999 (il 1999 è l’anno della morte di Vanni Scheiwiller che, assieme alla moglie Alina, hanno sempre soggiornato in Otranto durante la primavera-estate). Spesso questi quattro personaggi si incontravano nella casa di Alina e Vanni che dà sulla piazzetta della cattedrale di Otranto. Tuttora la signora Alina, l’estate la passa nella vecchia casa dove è vissuta per tante stagioni con Vanni.
Durante queste frequentazioni poetiche, Maria ebbe modo di leggere anche il poeta ribelle Salvatore Toma (Maglie, 1951-1987). Dopo aver letto la poesia di Toma, Maria disse: «Ho creduto molto nel poeta magliese Salvatore Toma, ho sostenuto la pubblicazione delle sue liriche con Einaudi (Canzoniere della morte, Collezione di poesia, a cura di M. Corti, pp. XI-109) e ora la sua figura è riconosciuta dai critici letterari e dalle riviste di tutta Italia. Quello che bisogna fare è portare alla luce quello che vale, senza perdere tempo con le rivalità locali. Ci sono vari giovani poeti nel Salento, bisogna valorizzarli. […] Forse il Salento ha avuto qualche volta la colpa di non accorgersi in tempo dei propri talenti. Ad esempio, ha avuto uno scrittore come Vittorio Pagano: non solo un ottimo traduttore, ma anche un operatore culturale straordinario ai tempi dell’Accademia Salentina» (v. C. Presicce, Intervista citata).
Giuliana Coppola, una scrittrice salentina che per molti anni è stata accanto a Maria Corti, ricordandola in un corsivo poetico, a proposito dell’indifferenza dei “grandi” critici letterari nei confronti della poesia meridionale, scrive: «[Il] silenzio “imposto” [al Sud] è il silenzio che grava da sempre senza un perché; si è indifferenti verso i poeti grandi e piccoli che pur vivono, sono vissuti, continuano ad amare la scrittura e il Salento: non hanno diritto a essere citati negli articoli di cronaca, non hanno spazi in Tv, a meno che non muoiano, magari su un albero come Antonio L. Verri, magari su una quercia come Salvatore Toma che Maria Corti ha voluto che non morisse del tutto e l’ha pubblicato per Einaudi» (vd. «Quotidiano di Lecce», 12 luglio 2000, p. 8).
Anche Anna Longoni ricorda le considerazioni della filologa nei confronti del poeta magliese: «Nella Corti il giovane poeta vide la possibilità di uscire “dalla provincia”, ma anche un’interlocutrice con cui condividere il dolore del silenzio poetico: in una lettera che le scrisse nel giugno 1983, reduce da un ricovero ospedaliero, Toma, confessata la sua “assoluta incapacità a ridursi la vita”, le parla del suo alcolismo “causa di tutti i miei guai e, guaio ultimo, di tutti i miei versi, che ormai non verrebbero fuori nemmeno davanti a un plotone di esecuzione. Per richiamare l’attenzione su questo poeta “dimenticato”, la Corti decise di proporre a Einaudi un’antologia delle sue poesie [1999], nella nota collanina bianca, col titolo, dato dalla stessa curatrice, Canzoniere della morte. Un’iniziativa che pare quasi desiderio di compensazione del distratto silenzio, proprio e altrui, sulla sua poesia (“Non sempre capito nel suo ambiente e spesso dimenticato da amici e ammiratori geograficamente lontani, fra i quali, con una punta di rimorso, pongo anche me stessa) (v. Introduzione a S. Toma, Op. cit., p. V)./ La Corti ne seppe cogliere la forte originalità. Andando ben aldilà dell’aneddotica sulla stravaganza del suo vivere (le ore trascorse tra i rami di una quercia nel bosco delle Ciancole [a Maglie], riconosce nel suo isolamento “fra rocce marine del Salento, capodogli, falchi e civette” la scoperta di una nuova naturalezza» (v. Longoni, Op. cit., pp. 39-41).
Da parte sua il capitano di vascello della Capitaneria di porto di Gallipoli, Augusto Benemeglio, studioso attento e appassionato di letteratura, in un’intervista che fece alla Corti su «Salento News» (ripresa dalla stessa Longoni), alla domanda cosa pensasse di Toma, lei rispose: «Il Canzoniere della morte è originalissimo e non c’è nulla di simile nella storia della poesia italiana. Ad esempio in Bestiario Salentino, Toma preferisce agli uomini gli animali, perché hanno più naturalezza, più ingenuità misteriosa e magica, una purezza e una moralità estranee agli uomini. Il suo primitivismo linguistico è dovuto anche all’oggetto che canta: la civetta, la calliope, i bisonti, il nibbio, il tordo, la beccaccia. Furiosi impasti linguistici per una realtà che si trasforma in favola. Tra sogno e realtà, Toma trasforma la realtà in favola personale, complici il sogno e affioramenti surreali dell’inconscio, complice l’alcool, deriva esistenziale dell’autore, che si è sempre sentito appartato dalla vita e appollaiato su una quercia» (v. Longoni, Op. cit., p. 41).
Nel 1988, a Salvatore Toma, un anno dopo la sua morte, con Antonio L. Verri, dedicammo una Cartella d’autore, Le rane hanno il pancino chiaro. Per Totò Toma (Dopopensionante, Lecce 1988). Alla Corti chiedemmo che ci desse un suo contributo. Lei ci mandò la minuta di una lettera inviata a suo tempo a Salvatore. Questa: «Pavia, 11-VII-1980// Caro Toma,/ ma lei è un po’ matto? Perché mai l’omaggio di una Parker, che non può non mettere a disagio una longobarda come me? Per ora Le dico vivamente grazie, con la postilla che i regali si mandano a chi li merita… E grazie delle mini cartoline assai belle: non sapevo che a Maglie ci fosse una Regia Privativa n. 2 (o ci fosse stata) con cartoline così deliziose./ Vengo ai suoi versi: la raccolta edita è nelle mani di Porta, che la leggerà con attenzione durante le vacanze. Quanto ad “Alfabeta” ormai si è composto il numero che uscirà in settembre e si è chiusa baracca per le vacanze: perciò in settembre io proporrò la stampa di due suoi testi dagli inediti. Alcuni mi sono piaciuti molto (la serie sui morti e la morte), altri un po’ meno, cioè altri mi sembrano meno originali in quanto rimangono troppo autobiografici senza salire al livello del messaggio per il destinatario. Ma io non sono un critico di poesia, si badi bene!/ Ho tastato il terreno presso i feltrinelliani (non solo presso Porta) e mi sono sentita rispondere che per tutto il 1981 il settore poesia è coperto da contratti. Vedremo se vale la pena di attendere in base a quanto dirà della sua poesia Porta. Le riscriverò quando saprò il suo giudizio./ Grazie ancora della misteriosa penna e molti cari saluti./ Maria Corti».
Maria ebbe interesse anche per i percorsi letterari di Antonio L. Verri (Caprarica di Lecce, 1949-1993). Lesse attentamente i suoi testi e anche su di lui disse a chi qui scrive parole di rimorso per non averlo compreso e proposto a livello nazionale prima che morisse. Fece in tempo solo a chiedermi quanti più libri e articoli io avessi conservato dello sfortunato poeta di Caprarica di Lecce. Cosa che feci con la lettera seguente: «alla Prof. Maria Corti,/ via San Vincenzo, 14/ 20123 Milano// Lecce, 11 ottobre 2001// Gentil.ma Prof. Maria Corti,/ come siamo rimasti intesi a Maglie, presso la libreria della signora Giuliana Coppola (presente anche l’amico Aldo De Jaco), per quanto riguarda le opere essenziali di Antonio L. Verri, Le invio tutto quello che è presso di me, ricordandole che il povero Antonio pubblicò queste sue “cose” in numero di esemplari molto esiguo, mai più di 250 copie. Per cui, in giro, di lui, Lei non troverà granché; comunque meno di quanto c’era in giro delle opere di Salvatore Toma (prima, ovviamente, del “cortiano/einaudiano” splendido Canzoniere della morte), poeta scoperto da Verri, prima ancora che da Nicola G. De Donno./ Qui di seguito Le elenco quanto Le invio: 1. “Quotidiano dei poeti” (rosso):su di esso troverà Abstract; 2. “Ballyhoo/Quotidiano di comunicazione”: troverà altri Abstract; 3. alcuni numeri di “Pensionante de’ Saraceni”;in particolare, il n. di aprile/maggio ‘82, con la poesia Fate fogli di poesia, poeti; all’interno di questo stesso numero, troverà Canti e rabbia dalla regione Salento, la cui introduzione è di Verri, e a p. 5 la poesia A Leonardo Mancino, in riquadro nero. Il n. di luglio/agosto ‘82, con l’introduzione e la poesia 1981. Il n. di marzo/aprile ‘83, con l’introduzione Che c’entra la laurea a Carmelo Bene?; 4. alcune pagine del giornale “On Board” (1990), con l’articolo Roca: gli occhi del saraceno; 5. un estratto della rivista “SudPuglia” (ma su questa rivista, che Lei ha presso l’Archivio manoscritti di Pavia, ci sono moltissimi altri interventi poetici e in prosa di Verri), con l’intervento Conversano, un canguro babelico, vorace e manierista; 6. un numero della rivista “la Limini” (2001), con il racconto La casa dei dolcieri; 7. una nota critica, Il sentiero letterario di Antonio L. Verri, a firma di Nicola Carducci; 8. i quattro numeri sciolti di “Caffè Greco”, su cui troverà alcune poesie e altri interventi di A. Verri; 9. un volumetto, La saga dei curli, su cui troverà alcune poesie di Verri; 10. un opuscolo, Come l’anima mia, con l’introduzione di Verri; 11. I trofei della città di Guisnes (romanzo); 12. Bucherer l’orologiaio (romanzo); 13. Il pane sotto la neve (romanzo e poesia).// Lei, comunque, cara professora, troverà l’intero elenco delle opere di A. Verri sulla bibliografia del libro Antonio Antonio! che, a suo tempo (inverno 2000), tramite la signora Giuliana Coppola, Le inviai a Milano. Inoltre le allego anche le Sue lettere inviate ad Antonio Verri e già pubblicate sull’Epistolario. Io però ne ricordo cinque di lettere. Le altre due non le pubblicammo, ma prima o poi usciranno fuori./ Con i sensi della mia più distinta stima».
Come si vede questa lettera ha la data dell’ottobre 2001. Maria venne a mancare il 22 febbraio 2002.
Scritto ciò, poteva una scrittrice come Maria Corti, semiologa e creativa, scienziata della lingua italiana, non essere una bibliofila? Altro che se lo era. Da Uberto Eco, presidente dell’Associazione Internazionale di Bibliofilia (Aldus Club di Milano), amico della Corti sin dal tempo del loro sodalizio con la Bompiani, abbiamo appreso il significato del termine bibliofilia. Abbiamo appreso cioè che l’amore per i libri (bibliofilia) può essere di vari modi: amore per i formati, per il tipo di carta, per il colore degli inchiostri, per le misure auree, per il cartonato o per le brochure, per il luogo di stampa, per il tipo di editore, forse per tanti altri motivi. Ma qual era per Maria Corti il suo modo di essere bibliofila? Lei amava i testi, amava il tessuto connettivo che faceva sì che un libro fosse un oggetto di sapienza da esporlo in pubblica piazza. Ecco perché il suo più ambizioso progetto (realizzato) è stato il Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei preso l’Università degli Studi di Pavia. Sì. Maria amava i testi, amava le parole, amava la punteggiatura e, per quanto riguarda la veste tipografica dl libro, si curava quel tanto che compiacesse colui e coloro che l’avevano aiutata alla realizzazione di del volume. In ciò consisteva la sua estetica del libro. Tant’è che oggi, avendo davanti a me i suoi libri, mi accorgo che le vesti tipografiche di quasi tutti i suoi libri sono alquanto modeste. Se ne salvano solo due edizioni, entrambe della Bompiani, dove si vede che il curatore (Umberto Eco?) ha prodotto i due libri con un po’ di pensiero rivolto alla bibliofilia: Il canto delle sirene (Bompiani 1989, stampato da Grafica Ropes Milano) e I vuoti del tempo (Bompiani 2003, pp. 222, stampato presso il noto Nuovo Istituto Italiano di Arti Grafiche di Bergamo). I due volumi sono cartonati, entrambi hanno la sovracoperta, bellissima quella de Il canto delle sirene, lo stesso vale per l’altro volume.
Detto ciò, proprio a lei doveva capitare di vedere il suo primo manoscritto – un racconto lungo o romanzo breve – rimanere nel cassetto della sua scrivania fino alla sua morte. Infatti La leggenda di domani (Lecce, Manni 2007, con Premessa di Cesare Segre e Postfazione di Anna Longoni, è stato pubblicato postumo. Scrive Segre: «Come ci dice con chiarezza e precisione Anna Longoni nella nota al testo, questo racconto, scritto dopo il 1945, fu più volte presentato dalla Corti a editori e premi letterari, senza ottenere risultati concreti; dopo il 1949 invece dev’essere stato richiuso in un cassetto, e l’autrice non se ne occupò più. […] Cerchiamo però elementi di giudizio più specificamente letterari. L’avvio del racconto è bellissimo» (v. Op. cit., pp. 5-6).
E Anna Longoni, nella sua Postfazione, scrive: «La leggenda di domani testimonia i primi passi della Corti nella narrativa: non si tratta del testo di data più alta ma del primo lavoro per il quale pensò, senza successo, alla pubblicazione. Al rifiuto degli editori probabilmente si aggiunse la scelta di puntare su altro» (v. Op. cit., p. 75).
Ovviamente la Corti ed Eco (entrambi semiologi) si conoscevano sin dal tempo del loro sodalizio con la Bompiani. Di mezzo c’era stata la rivista «Alfabeta», ma anche altro. Sta di fatto che, quando Maria non ci fu più, l’editore Piero Manni di Lecce chiese ad Eco un “pezzo” su di lei per la sua rivista «l’immaginazione». Siamo nel 2003, ad un anno esatto della morte di Maria. Il presidente dell’Aldus Club di Milano, rispose così: «Cari Amici, per il vostro fascicolo su Maria Corti ho ripescato in qualche cassetto una poesia che le avevo inviato dopo che lei aveva recensito un mio libro (non ricordo quale, certamente un libro di argomento semiotico) in cui lei evidentemente avanzava qualche dubbio ma in modo molto affettuoso. Di qui la mia poesiola di ringraziamento. Credo che sia un testo curioso e quindi vada bene per il vostro fascicolo non erudito: A Maria Corti/ Maria, dagli irti colli/ della Langa sul soglio,/ obliando Fenoglio/ ora varchi il Ticino,/ dimentichi Brandano,/ trascuri Bonvesin/ e dolce già t’impegni/ sulla mia dea dei segni./ T’odo ansimare piano,/ ti vedo gli occhi ansiosi/ mentre/ giri spaurita/ per la laguna avita/ della semiosi…/ È pur mio il tuo timore/ dolcissima Maria,/ tu hai scritto da Pavia,/ e non da recensore,/ un delicato assaggio/ di lettera d’amore/ (a me od al linguaggio?)/ Molcerebbe la pena/ fuggir gli orrendi attanti,/ sottrarsi alla catena/ atra d’interpretanti/ che m’inchiodano atroce/ al fiato della voce./ Ne conosci gli spasmi:/ son metodi o fantasmi?/ Oh, mi sarìa pur caro/ dissolvere il simbolico,/ ritrovarmi bucolico/ con te e con Sannazzaro./ Giunti sul passo estremo,/ Maria, ce la faremo?/ Per il Calendimaggio/ ce la fai a salvarmi/ da codice e messaggio?/ Riesci, Maria, a farmi/ posto, quasi di sbieco,/ et in Arcadia Eco?» (vd. «l’immaginazione», n. 195, febbraio 2003, p. 13). Umberto Eco l’aveva definita Miss Marplè.
Per tutto ciò, Maria Corti è stata sicuramente una grande tessitrice di percorsi letterari nel Salento. Tutta la sua vita lo dice. Arriva a Lecce nel 1962 come docente di Storia della lingua italiana all’Università degli Studi di Lecce. Qui si ricongiunse col padre che viveva a Maglie. Nel 1964 però, ritornò al Nord come ordinaria sempre della stessa disciplina nell’Università di Pavia, dove rimase per più di 20 anni. Nel 1966 fondò la rivista «Strumenti critici»; nel 1979, assieme a Nanni Balestrini, fondò la rivista «Alfabeta»; nel 1984 «Autografo», nel 1949, assieme a Girolamo Comi, poeta di Lucugnano (Lecce), fondò l’Accademia Salentina (lei sarà la prima segretaria).
Tutte le estati, a partire dagli anni ’40 e fino alla fine della sua vita, Maria ritornò nel Salento, precisamente a Maglie, soggiornando nella casa del padre, ma anche a Otranto, dove per 20 anni s’incontrò con Vanni Scheiwiller e la moglie Alina. E qui, a Lucugnano (casa del barone Comi) e a Lecce partecipa alla vita letteraria salentina. Suoi articoli appaiono spesso su quotidiani nazionali («Il Giorno» e «Repubblica»).Fu accademica della Crusca e dei Lincei. Nella Casa editrice Bompiani, dove già lavorava Umberto Eco, diresse la collana Nuova corona e Studi Bompiani di italianistica. Conosciuta come una delle prime semiologhe, ha scritto testi importanti per questa disciplina e, soprattutto, è nota in Italia e all’estero per la fondazione del Centro Manoscritti presso l’Università di Pavia. La Corti non è stata solo una studiosa della lingua italiana (semiologa), non fondò e diresse solo alcune delle più importanti riviste italiane ma, ad un certo punto, sentì il bisogno di narrare lei stessa eventi letterari. Nel Salento scrisse due romanzi favolosi, in particolare Otranto: L’ora di tutti (Milano 1962) sulla base di ricordi personali: «Lo spunto è nato sì dai miei frequenti soggiorni estivi a Otranto, dove sentivo parlare di tutti questi martiri», e Il canto delle sirene (1989). Il tema delle sirene e del viaggio di Ulisse, fu per lungo tempo un feticcio degli studi di Corti, un centro irresistibile di fascinazione che tracimò dall’ambito erudito a quello fantastico, dando vita a questo singolarissimo testo, in cui le sirene, narratrici e incantatrici, raccontano quattro vicende sul tema della seduzione intellettuale, quella cui, come sappiamo, cedette Ulisse al momento del «folle volo».
Gli ultimi anni di Maria Corti furono fitti di prove narrative. Ancora sul Salento scrisse Storie (Lecce 2000, con prefazione di R. Luperini) e postumo La leggenda di domani (Lecce 2007, con premessa di Cesare Segre e postfazione di Aanna Longoni), romanzo ‘salentino’ che affonda le sue radici in un racconto del 1945-47 rimasto inedito, una sorta di premessa del futuro L’ora di tutti. Maria Corti morì il 22 febbraio 2002.
Nel febbraio 2002 sulle pagine dei principali quotidiani apparvero numerosi necrologi, fra cui si ricorda: C. Segre (Corriere della Sera), B. Garavelli (Avvenire), F. Pusterla (Manifesto), P. Gibellini (Corriere di Brescia), M. Baudino (La Stampa), M. G. Piccaluga (La Provincia pavese). Le sono stati poi dedicati due numeri monografici di «Autografo», nel 2002 (M. C. Congedi primi e ultimi, con interventi di G. Nencioni, B. Mortara Garavelli, E. Raimondi, F. Pusterla, e una selezione di appunti, materiali inediti e lettere della scrittrice) e nel 2012 (M. C. Ancora dialogando, con interventi di S. Agosti, N. Balestrini, G.L. Beccaria, S. Borutti, G. Breschi, M. Bricchi, F. Caputo, V. Coletti, L. Coveri, M. Dardano, M. Depaoli, A.G. D’Oria, G. Frasca, M.A. Grignani, G. Lavezzi, G. e A.L. Lepschy, A. Longoni, A. Modena, B. Mortara Garavelli, C. Nesi, G. Palli Baroni, G. Palmieri, F. Pusterla, P. Mauri, M. Porro, M. Pregliasco, C. Segre, A. Stella, A. Stussi, E. Testa).
Inoltre, fra i suoi libri, vanno ricordati: G. Guerra, M. C.: voci, canti e catasti (Novara 2000) e M. Corti, I vuoti del tempo, a cura di F. Caputo – A. Longoni (Milano 2003). Il 18 marzo 2003 le è stata dedicata una giornata di studi fiorentina: Testimonianze per M. C., a cura di A. Dolfi (Roma 2005). Fra i numerosi contributi in rivista: G. Gorni, Ricordo di M. C., in «Studi danteschi», 2002, n. 67, pp. 231-239; A. Stella, Ricordo di M. C., in Strumenti critici, XVIII (2003), n. 3, pp. 325-344; P. Laroche, Le temps et l’eternité dans «L’ora di tutti» de M. C., in Chroniques italiennes, 2004, n. 2-3, pp. 139-150; G. Nisini, Le rivisitazioni del tempo. Note critiche sul «Ballo dei sapienti» e «Le pietre verbali» di M. C., in Moderna, 2005, n. 2, pp. 153-169; S. Agosti, «Avant che la chère ombre…», in Archivi del nuovo. Notizie di casa Moretti, 2008, n. 16-17, pp. 167-170 (v. Istituto della Enciclopedia Italiana). Bella la sua Presentazione a L’opera completa di Memling per la collana “Classici dell’Arte” (Rizzoli, Milano 1969).
Potrebbero interessarti dello stesso autore:
RESISTENZA OPERAIA A BERLINO 1942-1945 di Maurizio Nocera – IL PENSIERO MEDITERRANEO
Verso il tempio dei misteri di Eleusi. Di Maurizio Nocera – IL PENSIERO MEDITERRANEO
LA NOTTE DELLA TARANTA in forma di canto di Maurizio Nocera – IL PENSIERO MEDITERRANEO