IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

DOPO 30 ANNI ESCE UNA NUOVA EDIZIONE DI “MORSO D’AMORE” (KURUMUNI) DI LUIGI CHIRIATTI

CHIRIATTI Luigi e i suoi amici e compagni copia

CHIRIATTI Luigi e i suoi amici e compagni

di Maurizio Nocera

Il 26 giugno 2025, a Castrignano dei Greci, coi patrocini del Comune, della Federazione Tradizioni Popolari, KORA-Centro del Contemporaneo e Kurumuny Edizioni, si è tenuta la presentazione della nuova edizione del libro Morso d’amore, in occasione del suo 30° anniversario dalla prima edizione. Dopo i saluti istituzionali del Vicesindaco Paolo Paticchio e di Manuel De Carli, Direttore della Collana “Piccola Biblioteca sul Tarantismo” nonché docente presso l’Université de Tours. Il Comitato scientifico della “Piccola biblioteca sul Tarantismo vanta storici e scienziati come Joaquin Alvarez Barrientos (Madrid), Maurizio Cambi (Salerno), Camilla Cavicchi (Padova), Manuel De Carli (coordinatore da Tours), Pilar Leon Sanz (Pamplona), Anna Marie Roos (Lincoln, United Kingdom), Donato Verardi (London, United Kingdom). Gli interventi sono stati di Maurizio Nocera, Sergio Blasi (consigliere regionale), Antonio Castrignanò (musicista), Giovanni Chiriatti (editore di Kurumuny), Gerardo Bonifati (Presidente della Federazione Tradizioni Popolari). Ha moderato Bianca Chiriatti (giornalista de «La Gazzetta del Mezzogiorno»). Hanno allietato la serata i Tamburellisti di Otranto del Maestro Massimo Panarese.

Le edizioni precedenti del libro sono: I Ed., Capone editore, Cavallino 1995; II Ed., Capone editore, Cavallino 2001; III Ed., Capone editore e Kurumuny Edizioni, Lecce 2006; IV Ed., Kurumuny, Calimera 2011; V Ed., Kurumuny, Calimera 2025.

Già, con questo curriculum, il libro Morso d’amore mostra tutta la sua forza editoriale e quindi la sua persistenza nel tempo e l’accoglienza di un suo pubblico specifico di lettori. Il libro è stato stampato nel giugno 2025 con progetto grafico di prima di copertina di Francesco Cuna e un contributo redazionale di Margherita Maci e Francesca Sammarco. «Le immagini riprodotte, a eccezione della n. 10, che è di Paolo Longo, sono tratte dall’archivio di Luigi Chiriatti, oggi custodite dal Comune di Melpignano».

La veste bibliofilica è del tutto innovativa e gradevole alla vista. Un indice di tutto rispetto: Introduzione di Fabio Dei; Cronologia della vita e delle opere di Luigi Chiriatti; Luigi Chiriatti un nativo della ricerca (Maurizio Nocera, 2001); Prefazione alla I edizione di Georges Lapassade (1995). I testi di Luigi Chiriatti sono: Chi fila, chi tesse, chi fa la bella tela; Itinerario storico-letterario del tarantismo pugliese; Sulle tracce della memoria: i racconti del morso e del rimorso; Galatina, 28 e 29 giugno; Morso d’amore: conversazione con Annabella Miscuglio; Rappresentazione sociale del tarantismo. Appendice: Balla beddha mia ca sai ballare. La pizzica tarantata è pizzica-pizzica; Galatina e dintorni, appunti per un diario, 29 giugno 1995; Galatina, 29 giugno 1997; Il luogo del culto

CHIRIATTI Lo STUDIO
CHIRIATTI Lo STUDIO

Molto interessante l’Introduzione di Fabio Dei che, condensata nella prima aletta di copertina, recita: «L’aspetto più bello e profondo dell’opera consiste nel costante oscillare fra il ruolo di “ricercatore” e quello di “informatore”, tra la dimensione oggettivante e quella autobiografica e riflessiva – mantenendo sempre un equilibrio fra le due, senza forzare né verso la retorica della “scienza” né verso quella dell’introspezione. Da qui le pagine sull’inquietudine mai veramente superata nel rapporto con san Paolo, quasi che il santo volesse punire la determinazione documentaria e la pretesa di Chiriatti di praticare uno “sguardo da lontano”: riflessioni che tuttavia non scadono mai in un soggettivismo fine a sé stesso, ma sono anzi usate per alimentare la ricerca. Mi sembra estremamente significativa anche la scelta di riportare le voci dei vari soggetti (tarantate e tarantati, musicisti, parroci e medici, etc.) senza virgolettarle, senza ridurle a documento e dunque senza distanziarle dalla voce dell’autore. Le voci sono anzi costantemente mischiate e fuse, e la discussione dal punto di vista degli informatori locali non è separata da quella dei contributi degli studiosi che di tarantismo si sono occupati. […] Semplicemente, Chiriatti non avrebbe potuto scrivere diversamente proprio per la sua posizione peculiare nel campo di studi».

A p.7 c’è un esergo, bello, di Antonio L. Verri, che dice: «Cambia, cambierà di molto il volto della campagna,/ degli aggregati umani, di interi paesi:/ è cambiato dal dopoguerra ad oggi,/ cambierà ancora tra due tre generazioni./ E cambieranno naturalmente anche abitudini,/ modi di lavoro, rapporti… ecco,/ quel che non cambierà mai/ sarà l’idea del dialogo con la terra/ che l’uomo ha stabilito dal tempo dei tempi,/ il grosso respiro, il Sibilo lungo che si può udire/ solo di mattina, mirando nella vastità dei campi,/ con accanto sentinelle silenziose/ gli alberi, d’argento».

Questo testo di Verri è degli anni ’80. Quanta profezia c’è in essi. I primi sei versi lo confermano: il Salento è irriconoscibile rispetto al tempo del poeta di Caprarica di Lecce. Gli altri sette versi ci confermano la vastità del suo pensiero.

A p. 19, c’è la Cronologia della vita e delle opere di Luigi Chiriatti che, anche se non firmata, è del compianto Sergio Torsello. Segue una mia Introduzione, ripresa dalla seconda edizione del libro (Capone 2001) e la Prefazione di Georges Lapassade (Capone1995), quindi il testo di Chiriatti.

Fatto ciò – eravamo ancora nel 1995 – quando, nel 1996, scoprii un manoscritto presso la Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce. Si tratta del libro Tarantismo. Un saggio di Giuseppe de Masi del 1874 (Bleve Editore, Tricase 1997), testo rintracciato tra i manoscritti della Biblioteca. Morso d’amore era già stato pubblicato dall’editore Lorenzo Capone. Conoscevo Gigi ormai da una decina d’anni. L’avevo coinvolto in quelle avventure demologiche-letterarie che con Antonio L. Verri andavamo facendo nel Salento come dei Cavalieri senza terra e senza spada, alla don Chisciotte per intenderci. I luoghi del Verri erano riflessioni e interviste su giornalini di provincia, ma di una levatura sovranazionale, come «Caffè Greco» (Verri, Caprarica di Lecce, 1977-1981), «Pensionante dei Saraceni» (Verri, Caprarica di Lecce, 1985), altre testate ancora, ma scrivevamo anche sul periodico «Pietre» (Tricase, 1996-1997) dell’editore Gino Bleve di Tricase.

Sapevo che con Gigi dovevo sempre impiegare un certo tempo per convincerlo a fare quel che c’era da fare. Però poi, una volta che egli si convinceva, partiva come un treno per fermarsi infine a traguardo raggiunto. Il libro di Giuseppe de Masi non lo convinceva proprio del tutto. Così, agli inizi del 1997, mi scrisse questa lunga lettera rimasta finora inedita.  

«Caro Maurizio,// da qualche tempo mi solleciti alla pubblicazione dello scritto di Giuseppe de Masi, Breve monografia sul tarantismo, o tarantolismo. Ma cosa ha di nuovo da dire l’opinione di un medico del 1874 sul tarantismo o tarantolismo? È possibile che noi salentini dobbiamo fare sempre e comunque i conti con questo fenomeno? È vero quanto si affermava anni fa secondo cui il problema non è nella taranta ma nei salentini? È con un po’ di fastidio che mi accingo a risponderti. Fastidio perché in questo anno, dopo la pubblicazione di Morso d’amore. Viaggio nel tarantismo salentino (Capone Editore, Cavallino 1995, pp. 126), che segnava il mio ritorno ad un nuovo periodo di interesse profondo per la cultura popolare e per il tarantismo in particolare, ho introiettato una mole enorme di notizie, sensazioni, stimoli, modi di vedere e sentire che altro non fanno che pormi ogni giorno mille interrogativi sul tarantismo. Nella musica del tarantismo, e sulla cultura legata al territorio salentino. È facile e molto bello crogiolarsi nel proprio orticello come le lucertole al sole di marzo. Ma poi arriva qualche monello che ti scaglia contro una pietra e ti devi muovere, e quando ti muovi lasci tracce, sollevi dubbi e problemi./ Allora pubblichiamo il De Masi! Va bene. Ma come? Analizzando il suo scritto? Censurando le sue idee, sorridendo e pensando quanto avanti siamo andati con gli studi sul fenomeno? Quanti libri, film sono stati fatti? No. Il De Masi e l’amico a cui si rivolge pongono una domanda alla quale secondo me non abbiamo dato una risposta e, forse, chissà, se riusciremo a darla e fra quanto tempo./ C’è un quid nel tarantismo che fa muovere i salentini. Un quid che sfugge sistematicamente ai vari studi che si sono susseguiti nel tempo, e sono tantissimi. Abbiamo provato a studiare il tarantismo da tantissime angolazioni (trance, sofferenza, fenomeno di isteria, spettacolo da baraccone, ecc.); nel corso del tempo il fenomeno stesso si è perso nella memoria per poi ricomparire sistematicamente./ Allora cos’è? Perché non è come tutti i fenomeni della cultura popolare che si presti solo ad essere un “reperto” da studio? È un intero anno che come i contadini lavoro da “sule a sule” sul tarantismo (’95 – ’96). Non si tratta di un lavoro fisico. È un allargare, stringere, sistemare, visionare, guardare, esplorare percorsi e territori. E alla fine mi ritrovo sempre a fare i conti con quel rituale che sembrerebbe muovere tutto il sistema della cultura popolare salentina: il tarantismo. Allora io ci sbatto il muso e non so trovare una risposta e mi limito a dirti quello che penso a cuore aperto sul quid posto dal De Masi./

CHIRIATTi Luigi con Daniele Girasoli e Antonio Castrignanò

Come è stato bello in quest’anno lasciarsi andare e impregnarsi di idee, di sensazioni, di scompigli, tutti dovuti ad un fattore comune: il tarantismo. Come è stato bello scoprire il lento evolversi della ricerca culturale e musicale sul fenomeno. Senza responsabilità, senza dover intervenire. Ma poi alla fine, c’è sempre qualcuno che ti richiama e ti sollecita. Allora tanto vale togliersi il problema o, meglio, farlo ponendo sul terreno tutti i dubbi che si sono accumulati nel corso di un anno “te sule a sule” nella speranza che tali dubbi possano aprire nuovi percorsi di ricerca. Il quid del De Masi e di molti di noi comprende molte domande./ Può l’istituto magico-rituale del tarantismo rappresentare un mezzo per lo stato modificato di coscienza, o, meglio, può essere una porta per risolvere ansie, paure, disastri psichici e fisici della società contemporanea?/ Quale ruolo assume la musica del tarantismo e quale quella della musica etnica in particolare?/ Che valenza dare al concetto di etnia?/ Negli ultimi anni gli studi sul tarantismo si sono moltiplicati, si sono moltiplicati i gruppi di riproposta di musica popolare ed è cresciuto l’interesse di giovani e giovanissimi verso gli strumenti della musica popolare e del tamburo a cornice in particolare./ Il tarantismo è il fenomeno più complesso e più indagato della cultura popolare salentina i cui segni e simboli sono radicati in maniera capillare e naturale nella testa della gente salentina. È una chiave di lettura per capire la storia del Salento e la salentinità. È un fenomeno che attrae e segna tutti coloro che in qualche maniera si accostano a questa terra (Georges Lapassade, Roberto Scarnecchia, Gianfranco Salvatore, Anna Bella Miscuglio, Pier Paolo Pasolini, Vecchietti, altri ancora)./

L’opinione che mi sono fatto è questa. Il tarantismo è un rito forte, violento, pieno di energia che contiene in sé gli apposti dell’esistenza, che attraverso il “ballo e la musica” permette a chi lo pratica di ricercare una via per stare bene con se stesso e con gli altri, senza bisogno di agenti esterni che inducano a questo benessere./ Naturalmente questo presuppone il superamento della sofferenza della memoria e del fatto che questo fenomeno è stato per gran parte dei salentini la spia della loro emarginazione. Ora questa memoria è stata superata.  O la si vuole tale e allora il codice genetico del tarantismo serve a scaricare energia positiva e creativa./ Alcuni non lo chiamano più tarantismo ma sibilo lungo («il grosso respiro della terra che si può sentire la mattina presto a stretto contatto con la terra e che dal tempo dei tempi accompagna l’uomo» Antonio L. Verri) a cui dà ampio respiro, ad esempio, F. Bevilacqua con il suo Bit: stretti nello spazio senza tempo. Bevilacqua costruisce intorno al ritmo e la musica del tarantismo una storia del Salento in cui i segni che ci vengono dalle pietre, menhir, dolmen, grotte si plasmano con i volti e le storie delle persone; in cui Bevilacqua stesso, come un terapeuta, detta tempi e ritmi per immagini e storie raccolte in quelle immagini./ E poi un movimento spontaneo di giovani che si radunano nei posti più disparati del Salento o nei posti “magici” del nostro territorio e ballano e stanno bene al ritmo della “pizzica-pizzica”. E non solo giovani ma anche anziani e giovanissimi che si raggruppano spontaneamente trasmettendosi “naturalmente” i codici dell’etnia non solo culturali anche etici e naturali./ Contemporaneamente ci si interroga sulla figura forte a capo del tarantismo: San Paolo, i cui attributi sono troppo identici a quelli di Minerva per passare inosservati. Tutte e due divinità guerriere, vendicatrici, simboli della cultura, tessitrice abilissima la dea, tessitore per mestiere Paolo; la sessualità di Minerva era poco definita, Paolo si accompagnava nella vita con Donato. Sarebbe facile concludere che il Salento è terra cara a Minerva. Ma anche qui siamo agli inizi./ Dall’archeologia ci giungono domande e indicazioni su rituali similari al tarantismo: pellegrinaggi ai luoghi del culto, pozzi d’acqua, assenza di ex-voto, rapporto violento con la divinità./ In tutto il Salento sono sparse indicazioni chiare e precise che i segni del tarantismo e dei suoi simboli sono presenti in siti ben più antichi della data del 1100, indicata come nascita del tarantismo salentino (Taurisano, Badisco, Ugento, altri luoghi ancora)./ Da tutto questo complesso di idee e sensazioni ne viene fuori come il tarantismo possa essere la sintesi di ritualità molto più complesse ed estese, espressione di una civiltà capace di una propria e autoctona elaborazione culturale e simbolica strettamente legata al territorio./

È in tutto questo contesto interessante e variegato che si muovono le nuove tematiche del tarantismo. In un momento di difficoltà economica, sociale, ideale, ed esistenziale la musica e la danza del tarantismo si pongono come naturali (per noi salentini) vie di comunicazione e di scoperta di una nuova etnia salentina. Attraverso questi due momenti (musica e danza) liberati dalla sofferenza, tanto cara alla religione cattolica, con la quale ha controllato e ridotto a puro relitto folklorico il fenomeno, il tarantismo rappresenta un momento di incontro e di socializzazione di pensiero e di energia: una ricerca dell’affermazione del sé tanto mortificato e spezzettato dopo il fallimento della cultura dell’apparenza. Si cerca una ricomposizione della personalità, un modo naturale per stare bene insieme. Avanza in questo contesto l’idea di etnia come necessità di appartenere ad un gruppo capace di risolvere – “socialmente” – “crisi” individuali o incanalare verso l’affermazione del sé la crisi della presenza./ Attraverso il percorso storico-antropologico-sociale dei fenomeni che caratterizzano l’etnia e ne specificano l’identità di ricerca una soluzione sia del positivo (cioè migliorare lo stato della percezione “altra”) sia del negativo (necessità di risolvere con un atto di energia positiva uno stato di malessere quale può essere la malinconia). Allora, seguendo questo percorso, queste sensazioni, ci viene voglia di dire che il tarantismo sia stato modellato per questo uso e consumo. Musica e danza del tarantismo sono aspetti di un rituale complesso e contraddittorio che ben si presta per tutti coloro che ricercano nuove vie e nuove modalità perché sentono impellente la necessità di manifestare energie creative: imprigionate e addormentate da tanto tempo. Solo tenendo presente questo quadro, contraddittorio e poco razionale, frutto solo di sensazioni e stimoli incoerenti in tempi lunghi, mi sono permesso di rispondere alla tua richiesta di pubblicare il De Masi, che come medico, penso sia stato uno dei primi a porre il tarantismo come simbolo di una cultura complessa e contraddittoria. Spero solo che la pubblicazione della corrispondenza sul tarantismo del De Masi possa stimolare, oltre che riempire un vuoto storico-letterario, nuovi dubbi, ricerche e riflessioni su questo fenomeno che ci portiamo dentro dai tempi dello sciamano che balla nella Grotta dei Cervi».

Sul libro di Giuseppe de Masi – Breve monografia sul tarantismo o tarantolismo – per convincere Luigi a curarlo, a mia volta gli risposi con una lettera. Questa: «Il ritrovamento di questa importante opera sul fenomeno della sofferenza in Salento si deve soprattutto alla compianta Anna Cofano, impiegata per più di 20 anni nella Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini” di Lecce la quale, essendo anche lei nativa di San Pietro in Lama, un piccolo centro della provincia di Lecce, e quindi compaesana del dottor Giuseppe de Masi, conoscendo i miei studi, mi indicò i luoghi e le sezioni bibliografiche entro cui andare a cercare. Non solo questo, perché Anna fu anche così gentile da ospitarmi in San Pietro in Lama e farmi così conoscere gli ambiti entro cui aveva vissuto, studiato e operato il dottor Giuseppe de Masi, ma anche il di lui figliolo Giocondo. Da lei ho saputo che questa famiglia si è estinta da tempo e che oggi in paese, ma anche in provincia, più nessuno ricorda i meriti e gli studi dei De Masi./ In particolare, del dottor Giuseppe, a tutt’oggi non si conosce molto (vedi sul Municipio di San Pietro in Lama), ed è stata una vera fortuna aver rintracciato questo suo manoscritto. Successivamente abbiamo rintracciato anche la parte pubblicata in Bari nel 1874. Di questa pubblicazione (si tratta ovviamente di pochissimi esemplari stampati) non esiste assolutamente traccia in Salento. Una copia della rivista (sulla quale c’è il saggio Sul tarantolismo. Lettera ad un amico, compreso tra le pp. 25-40) è oggi conservata presso la Biblioteca nazionale “Sagarriga-Visconti” di Bari, che noi abbiamo visto e consultato. Prima di oggi e ancor prima di noi, il figlio del De Masi, ebbe anch’egli l’intenzione di ripubblicarla, tanto che sul manoscritto paterno aveva apposto la seguente annotazione: «Questa breve Monografia sul Tarantismo, o Tarantolismo, fu pubblicata nella “Gazzetta Medica delle Puglie” (Anno V – Gennaio-Maggio ’74), diretta dall’egregio dottor Ettore d’Urso, in Bari. Oggi, con affetto di memore figlio, ripubblico il lavoro, con nuove aggiunte e notevoli varianti, tal quale è nel manoscritto. Giocondo De Masi». Ma per quante ricerche abbiamo fatto non siamo riusciti a rintracciare alcunché. Presumibilmente fu solo un’intenzione di ripubblicazione di Giocondo De Masi, ma non se ne fece nulla./ Eppure, dopo aver visto recentemente ripubblicato (1994) il libro del dottor Francesco De Raho, Tarantolismo, nella collana Risorse vitali – Classici della trance, su iniziativa di Renato Curcio e per conto della casa editrice “Sensibili alla foglie”, quest’opera del dottor De Masi non poteva ancora rimanere senza vedere la luce, non foss’altro perché, dato l’attuale interesse per la trance e per quanto attiene a tutta la fenomenologia ad essa collegata, le informazioni e le ipotesi originarie sul tarantismo, contenute in questa lettera ad un amico, sono di estremo interesse per una più vasta e profonda comprensione di quanto da millenni accade in questa parte del pianeta che è il Salento./ Di quest’opera va fatta un’attenta lettura, perché in essa il De Masi dimostra di aver intuito gli ambiti originari entro cui il fenomeno era nato e si era sviluppato.

Allo stesso tempo l’autore dimostra anche di aver capito la perenne evoluzione e modificazione del fenomeno nel tempo, che si adegua ai tempi perché sono gli stessi umani che tendono a nuovi comportamenti ed atteggiamenti. La radicalità del fenomeno della sofferenza in Salento così come appare nel testo del De Masi, ci fa capire oggi che non sia poi tanto semplicistico affermare che si tratta di storie antiche e superate, “che mai più ritorneranno”, perché non è di questo che si tratta, quanto invece del perché tutto ciò è accaduto e accade ad un popolo dalle caratteristiche come quello vivente in questo lembo di terra chiamato sin dall’antichità Salento».

Dei miei tentativi di convincere Gigi a intraprendere insieme un evento fenomenico o letterario che sia è egli stesso che ne parla nella bella Intervista sul Tarantismo, rilasciata a Sergio Torsello il 24 gennaio 2010, nell’ambito di Monografie. Incontri-dibattito (Rassegna organizzata da Anima Mundi e Kurumuny). Chiriatti dice: «Dopo la tesi di laurea in molti mi esortavano a pubblicare i materiali raccolti. Dal 1978 al 1994 io avevo sempre tergiversato. È solo nel 1995, con l’incontro di Maurizio Nocera, grande studioso del Salento, che prende corpo la pubblicazione dei materiali in forma di libro. Annabella [Miscuglio] e compagne mi avevano gentilmente concesso la possibilità di usare lo stesso titolo del documentario realizzato nel 1981. Il libro [Morso d’amore] assume la forma di un mio personale racconto sul tarantismo dove i ricordi del fenomeno vissuto e conosciuto da bambino si intrecciano con le vicende e le storie di tutti coloro che avevo avuto la possibilità di intervistare e di interrogare. Ne esce fuori un lungo viaggio all’interno del fenomeno che da una parte rende conto della realtà del tarantismo classico studiato da Ernesto de Martino nel 1959, dall’altra cerca di analizzarlo attraverso i ricordi, le storie, le leggende, le diverse forme assunte nell’immaginario collettivo locale. Il libro è arricchito da una introduzione di Georges Lapassade e Maurizio Nocera. Da un inserto fotografico su alcune tarantate a Galatina e da due appendici: una musicale affidata a Sandro Girasoli, l’altra contenente alcuni articoli già pubblicati su riviste riguardanti la festa di Galatina del 28 e 29 giugno e di quella di Torrepaduli. Il libro è pubblicato (1995) da Lorenzo Capone e da subito riscuote un discreto successo di pubblico che comincia a interessarsi con sempre maggiore curiosità al fenomeno. Siamo anche in un tempo in cui i salentini per effetto dei grandi movimenti di immigrazione si chiedono se nella loro storia orale e nella cultura locale ci sia qualche elemento che più di altri possa sostanziare l’appartenenza a un territorio che da sempre vive una situazione di emarginazione e in cui lo stesso tarantismo è (almeno sino a quegli anni) vissuto come una forma di malattia da tenere nascosta e di cui vergognarsi.

Chiriatti e Nocera 2023
Chiriatti e Nocera 2023

La nuova situazione politica con la caduta delle ideologie, il movimento delle popolazioni che premono alle porte dell’Europa, il movimento giovanile che trova nella musica dell’Hip-pop una reale possibilità di esprimere i disagi di comunità e territori emarginati, sono un naturale sostrato culturale in cui vede la luce Morso d’amore. Un modo di scrivere diretto e molto elementare, un raccontarsi senza compromessi, ne determinano da subito il successo editoriale (più di 20.000 copie vendute delle varie edizioni ndr). Dalla prima edizione a oggi il libro non ha subito sostanziali cambiamenti. È stato solo arricchito con i racconti di altri casi di tarantismo che ho raccolto dopo la pubblicazione della prima edizione. Racconti che mi hanno permesso di allargare le indagini sul fenomeno e la sua influenza nell’immaginario collettivo dei salentini».

Ecco. Questo è tanto sulla nuova edizione Kurumuny (molto bella) di Morso d’amore.   


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