Dopo la morte di Dio resta il criterio. Epstein, Babele delle fonti e desiderio di giustizia

Dopo la morte di Dio resta il criterio. Epstein, Babele delle fonti e desiderio di giustizia
Di Simona Mazza
L’eco dei cosiddetti “Epstein files” ha amplificato un caso già di per sé sconcertante e, insieme, ha portato in superficie una fragilità più ampia, che riguarda il rapporto fra documenti, interpretazione e tenuta del criterio. Da una parte resta un corpus tracciabile, composto da atti, testimonianze, stralci processuali, ricostruzioni e materiali pubblici che si prestano a lettura, confronto e contestazione secondo procedure riconoscibili. Dall’altra parte circola una materia imitativa che assume la forma della prova e, proprio per questo, la contamina, poiché immette nel flusso liste senza attribuzione, screenshot impeccabili, montaggi, video costruiti sull’emozione, dossier verosimili, contenuti ritoccati o generati con l’intelligenza artificiale.
In un simile scenario acquista peso un lavoro filologico paziente, inteso come igiene mentale, così da preservare la gerarchia fra documento e suggestione e ridurre lo spazio della mistificazione

Il nucleo verificabile e le priorità che ne discendono: il caso Epstein
Dentro l’area verificabile, la vicenda Epstein conserva un profilo concreto, nel quale emergono adescamento, abuso, sfruttamento di minori, intermediazioni, opacità relazionali, ricatti e manovre finanziarie subdole, oltre alle contestazioni legate all’istigazione alla prostituzione. Qui la realtà impone sobrietà, perché la materia risulta già sufficiente nella sua durezza.
Da tale base discendono esigenze consequenziali. La ricostruzione pretende rigore nell’attribuzione delle responsabilità, poiché l’indistinzione assolutoria e la valanga indiscriminata conducono allo stesso esito, dato che dissolvono i nessi e aprono varchi all’impunità selettiva. In parallelo, le vittime chiedono tutela e riparazione, e chiedono soprattutto che la loro storia eviti la triturazione nel chiacchiericcio compiacente, nutrito dal gusto dell’orrido di memoria senechiana.
La durata come impronta di protezione
Il tratto più pesante riguarda la durata, poiché la terribile vicenda attraversa circa vent’anni di segnalazioni, fasi investigative e ritorni d’allarme. Ebbene, già solo questa riemersione periodica del caso suggerisce continuità di protezioni, omissioni e complicità minori, oltre a una capacità costante di rendere la verità faticosa, costosa, lenta, fino a sfiorare l’insabbiamento.
In tutto questo bailamme, dopo la pubblicazione dei file si è visto spesso un fuggi-fuggi di chi temeva di restare impigliato nell’ombra del caso. Nei materiali divulgati e nel racconto mediatico compaiono riferimenti a figure di altissimo profilo, e il dibattito richiama nomi comeDonald Trumpe Bill Clinton, Bill Gates, l’ex principe Andrew, oltre a celebrità del mondo dello spettacolo.
Neanche a dirlo, i “nominati eccellenti” hanno reagito rifugiandosi in formule ricorrenti, del tipo “non so niente”, “non sono mai stato sull’isola”, “ho conosciuto Epstein solo in occasioni ufficiali”. Sarà vero? Sono tutti innocenti?
Qui torna la necessità della precisione filologica, perché una menzione può indicare contatto, contiguità d’ambiente, riferimento riportato da terzi o semplice presenza sociale; l’effettiva responsabilità penale comincia invece quando entra in scena un nesso probatorio robusto. Ma cosa sta accadendo nella realtà, al di fuori dalle aule dei tribunali?
Manipolazione, filoni virali e complottismo
Su tutto questo impianto incerto, la manipolazione tecnica sta aggiungendo, ahimè, ulteriore disorientamento. Dossier verosimili circolano in rete con una cura grafica che simula l’ufficialità, i video vengono montati per risultare conclusivi, e perfino le voci possono apparire plausibili, grazie a sintesi e clonazioni AI.
Dentro questo spazio prendono piede filoni virali “complottisti” che promettono ciò che la prova ufficiale distribuisce con lentezza, vale a dire un disegno unico, un colpevole assoluto, un finale netto, una “Verità vera”. Si addensano dunque narrazioni sulla sorte di Epstein, dal suicidio “impossibile” al presunto assassinio, fino a ritenere che sia vivo da qualche parte (Israele come ipotesi più accreditata). Accanto a queste narrazioni, crescono scenari sempre più estremi, dal cannibalismo ai riti satanici, fino a ricostruzioni presentate come inevitabili. Nello stesso circuito entrano fantasie sull’identità di Ghislaine Maxwell, ex compagna del magnate e figura centrale nel caso, intorno alla quale proliferano tesi secondo cui la donna arrestata “non sarebbe davvero lei”, congetture alimentate da confronti somatici di improvvisati genetisti e analisi casarecce di ogni sorta.
Ma non finisce qui. Nel calderone complottista si insinuano anche presunti messaggi subliminali che avremmo dovuto cogliere…
Cultura pop e scorciatoie del senso
Su tutti, si impone il cult movieEyes Wide Shutdi Kubrick, che in questi giorni è chiamato in causa per i suoi dispositivi visivi di élite, segreto e ritualizzazione. Da lì la lettura scivola verso l’insinuazione e fa circolare anche l’idea che il regista sia stato “fatto fuori” da qualcuno, come se l’opera valesse da confessione cifrata e la morte da sigillo.
In questo contesto, anche le cosiddette “profezie dei Simpson” funzionano con un meccanismo affine, perché i “manipolatori digitali” isolano frammenti, li sovrappongono all’attualità e producono l’illusione di un evento già scritto. Ma perché la nostra mente ha bisogno di questi nessi? Forse l’effetto psicologico si riconosce nella sua utilità immediata, perché attenua lo shock, anestetizza e trasforma l’ansia in appartenenza condivisa? Lascerei la risposta agli esperti.
Sta di fatto che lo shock emotivo si sta manifestando con evidenza. Compare nelle notti insonni, nella compulsione a tornare su nomi e dettagli, nel bisogno di “chiudere”, con un finale accettabile, con una spiegazione, seppur fantasiosa, le aberrazioni che questa storia sta producendo in noi, come se la mente cercasse un sigillo capace di rendere il mondo di nuovo intelligibile.
Arendt, banalità del male e domanda sull’inutilità
Allora a questo punto la mente torna al Novecento, perché la domanda riguarda la forma del male e la sua capacità di organizzarsi. Arendt, parlando della “banalità del male” nel contesto del processo al nazista Eichmann, descrive un orrore che diventa praticabile attraverso procedure, gerarchie, linguaggio tecnico e divisione dei compiti. Il male, nella sua diagnosi, acquista efficienza quando assume una forma amministrativa e si presenta come routine, mentre l’azione si frammenta in passaggi e l’agente finisce per percepirsi ingranaggio. La responsabilità si distribuisce lungo la catena e diventa meno riconoscibile, e proprio questa opacità rende più difficile arrestare la macchina.
Davanti a Epstein affiora però un’impressione diversa, legata all’idea di “inutilità del male”. A un comune mortale questa violenza appare eccedente, sproporzionata, quasi priva di scopo, come uno spreco di vita senza un “perché” leggibile. Da qui nasce la domanda che sposta il baricentro: l’inutilità appartiene ai fatti, oppure appartiene allo sguardo di chi resta fuori dalla macchina e ne vede soltanto l’orrore, senza coglierne la funzione? La storia del potere suggerisce una risposta inquietante, perché ciò che appare gratuito a chi non domina può risultare funzionale a chi domina, dal momento che la violenza può servire a compromettere, rendere ricattabili, costruire catene di corresponsabilità, produrre silenzio, imporre controllo. In questa luce l’orrore conserva la sua mostruosità e rivela una freddezza ulteriore, che sfugge alla comprensione ordinaria.
Babele, Sodoma e Gomorra, Nietzsche, e la domanda che resta aperta
Intanto, in questa Babele informe e, dentro questa Sodoma e Gomorra, affiora l’auspicio di una giustizia esemplare capace di riportare tutto all’ordine.
Eppure quello stesso Dio, parafrasando Nietzsche, è morto perché l’abbiamo ucciso noi, sostituendo l’onnipotente con l’ego, con il potere umano, con l’arroganza, con la sete di ricchezza e lo strapotere. Con l’io posto al centro dell’universo, il superuomo diventa caricatura e produce soltanto marciume.
E allora una domanda affastella la mia mente, forse non solo la mia. Se certi poteri sono così protetti, come mai emergono carte, nomi, frammenti? L’emersione indica un crollo reale, un cedimento della torre, oppure segnala una gerarchia interna nella quale alcuni diventano esposti e quindi sacrificabili, mentre livelli superiori restano fuori fuoco e si riorganizzano? Una “pulizia controllata” resta un’ipotesi, e come tale vive soltanto se cerca riscontri, ma possiede una funzione critica, perché impedisce di scambiare la scena pubblica per l’intera architettura del potere.







