Dopo l’attacco al Venezuela: un mondo sull’orlo di una nuova stagione di prepotenze geopolitiche
di Pompeo Maritati
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, avvenuto in questi giorni non rappresenta soltanto un episodio di violenza internazionale, ma un vero spartiacque nella percezione globale del potere e della legittimità. È un atto di forza che, al di là delle giustificazioni ufficiali, mostra una prepotenza strategica che rischia di diventare un precedente pericoloso. In un mondo già attraversato da tensioni irrisolte, rivalità crescenti e un evidente indebolimento delle istituzioni multilaterali, questo intervento appare come la conferma che la diplomazia è stata relegata ai margini e che il diritto internazionale è ormai un guscio vuoto.
L’ONU, paralizzata dai veti e dalla mancanza di volontà politica, non è riuscita a esprimere una posizione unitaria; le organizzazioni regionali hanno reagito con dichiarazioni di circostanza; la comunità internazionale ha mostrato un’incapacità strutturale di opporsi a un’azione unilaterale condotta da una superpotenza. Questo silenzio, questa inerzia, questa rassegnazione collettiva sono forse più inquietanti dell’attacco stesso, perché suggeriscono che il mondo stia entrando in una fase in cui la forza torna a essere la lingua dominante e la sovranità degli Stati più deboli diventa un concetto negoziabile.
È in questo contesto che l’atto americano rischia di trasformarsi in un precedente, un modello, un’opportunità per altri attori forti che da anni osservano con frustrazione i limiti imposti dal diritto internazionale. La Cina, che considera Taiwan una provincia ribelle, potrebbe interpretare la passività globale come un segnale: se una superpotenza può colpire un Paese sovrano senza provocazione, allora anche Pechino potrebbe sentirsi autorizzata a risolvere la questione taiwanese con la forza, contando su un’inerzia internazionale simile a quella vista nel caso venezuelano.
Non si tratta di prevedere un’invasione imminente, ma di riconoscere che il contesto strategico è cambiato: la deterrenza si indebolisce quando le regole non vengono più rispettate, e la diplomazia perde valore quando la forza appare più efficace del dialogo.
E la Cina non è l’unico attore che potrebbe approfittare di questo nuovo clima. Nel Medio Oriente, dove le tensioni sono croniche e gli equilibri fragili, potenze regionali come Israele, Iran, Turchia e Arabia Saudita potrebbero intensificare azioni militari contro attori più deboli, giustificando le loro mosse come operazioni di sicurezza o stabilizzazione.
Nel Caucaso, l’Azerbaigian potrebbe sfruttare il vuoto diplomatico per esercitare nuove pressioni sull’Armenia. In Africa, Paesi come l’Etiopia o l’Egitto potrebbero essere tentati di risolvere dispute idriche o territoriali con la forza, contando sulla scarsa capacità di intervento delle istituzioni internazionali. In Asia Centrale, la Russia, pur indebolita, potrebbe tentare di riaffermare la propria influenza sulle ex repubbliche sovietiche approfittando della distrazione globale.
In tutti questi scenari, il filo conduttore è lo stesso: la percezione che la diplomazia non funzioni più, che gli organismi internazionali siano impotenti e che la forza sia tornata a essere uno strumento legittimo di politica estera. È questo il vero rischio dell’attacco al Venezuela: non l’evento in sé, ma la sua normalizzazione. Se la comunità internazionale accetta passivamente che una superpotenza colpisca uno Stato sovrano senza provocazione, allora questo comportamento potrebbe diventare la norma. E quando la violenza diventa normale, la pace diventa eccezione.
La storia del Novecento ci insegna che i conflitti non scoppiano mai all’improvviso: sono il risultato di segnali ignorati, precedenti non condannati, atti di forza tollerati. L’attacco al Venezuela potrebbe essere uno di questi segnali, un avvertimento che il mondo sta scivolando verso una geopolitica della prepotenza, in cui gli Stati forti agiscono con disinvoltura e quelli deboli vivono nella paura. Ma questo scenario non è inevitabile. La reazione dei Paesi non allineati, la ricerca di nuove alleanze regionali, la volontà di costruire forme alternative di cooperazione potrebbero dare vita a un mondo più multipolare, meno dipendente dalle superpotenze e più attento alla sovranità dei popoli.
Tuttavia, senza una rinascita della diplomazia, senza un recupero del ruolo delle istituzioni internazionali, senza una presa di coscienza collettiva che la forza non può essere la risposta, il rischio è che il 2026 venga ricordato come l’anno in cui il mondo ha imboccato la strada sbagliata. L’attacco al Venezuela è un monito: ci dice che siamo a un bivio. Da una parte c’è la possibilità di ricostruire un ordine internazionale basato sul dialogo, sulla cooperazione, sulla legalità. Dall’altra c’è il rischio di scivolare verso un mondo in cui la forza torna a essere la lingua dominante e la sovranità degli Stati più deboli diventa un concetto relativo.
La scelta dipende da noi, dalla capacità della comunità internazionale di reagire, dalla volontà dei popoli di difendere la pace, dalla forza morale della diplomazia. Se questa consapevolezza emergerà, allora l’attacco al Venezuela potrebbe diventare non l’inizio di una nuova era di prepotenze, ma l’ultimo avvertimento prima di una rinascita del diritto e della diplomazia.