Due facce del Destino 2/2
di Paolo Protopapa
Bella e acuta constatazione quella della casualità dell’abitare, del nascere e del vivere in un luogo o in un altro. Così si può dire ed evidenziare quanto la nostra umana terrestrità di capitare in un luogo o in un altro, sia contingente. “Veniamo scelti”. È illusorio il pensare di scegliere il dove e il perché, poiché solo partendo dal caso possiamo poi innescare una ricostruzione razionale di bronzea necessità per giustificare la catena causale che ci lega ad un luogo rispetto ad un altro, ad una vita e non ad un’altra. Uno dei rarissimi casi, questo, in cui non pare determinante il formidabile dominio della tirannia politica che decide per noi.
Qui, però , c’è tutta l’effimera ontologia della “vita che vive noi’, come superbamente intuì e declinò Eraclito:
“La morte muore la vita e la vita vive la morte”. Apparentemente astratti, e presi nella loro impersonalità concettuale, la vita e la morte si compenetrano nella modalità fattuale di condizione esistenziale irredimibile. La vita e la morte non già in quanto considerate espressioni lessicali irrelate rispetto all’Essere (Eīnai), ma in quanto peculiarità inerenti il significato di Parte o Ente (Tò òn), rispetto al tutto o Totalità dell’intiero.
Ora, Il frammento eracliteo che “La parte paga il fio” – una volta sottratto alla genericità puramente denotativa del parlare – significa nient’altro che la ‘naturalità della morte’. E, allora, perché mai dolersi del fio, dal momento che ‘fio’ non è una pena meritata per un atto scientemente compiuto e donde legittimamente possa derivare la pena meritata? Perché “la parte paga il fio”?
A differenza di Parmenide di Elea, Eraclito non vuole esorcizzare il ‘vitae dolor’. Egli, pertanto, non pone, certo, “il mondo a caso”, tutt’altro. Del mondo indaga i nessi nascosti (la ‘connexio rerum’ come argomenterà Baruch Spinoza).
E, tuttavia, il filosofo acutissimo del Divenire, non esclude lo smarrimento operato sull’uomo dal caso. Dunque la parte, ossia l’uomo come singolo e-sistente, pur tentando di resistere, è destinato a rimanere prigioniero della propria fisiologica e consustanziale fallibilità. Giungiamo in questo modo alla terribile, inappellabile sentenza che l’uomo ‘particolare’ semplicemente (drammaticamente) “non è”.
Laddove, invece eleaticamente la prospettiva cambia, secondo, appunto, la scuola parmenidea, non si dà un concetto di ‘parte’ inteso come il non-Essere. Infatti, l’Essere – e il pensare che l’Essere è e non può non Essere – esclude in radice la possibilità stessa del non-Essere. E poiché il non-Essere non è altro che la morte, è sbagliato il principio eracliteo della morte che muore la vita. Solo, pertanto, nella sua perenne rinascita dialettica tra opposti che si affermano scontrandosi, in Eraclito avviene che la vita non muoia mai. E vinca sulla morte.
Chi ha ragione? E in cosa concordano i discorsi dei due giganti del pensiero greco e poi occidentale?
La feroce tessitura logica che in Parmenide sradica l’Epistème vera (la scienza) dei filosofi dalla Dòxa falsa (l’opinione) dei dormienti, non lascia speranze. Se non l’umanissima angoscia di un’Arte disperata e vana che continua a turbarci.